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Cariddi, quando affondano storia e sogni
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PIANETA AZZURRO

di Marcello Bottari e Francesco Celi.

Meravigliosa quanto turbolenta "vita" e paradossale destino di una motonave straordinario esempio di archeologia industriale Cariddi, quando affondano storia e sogni. Dalle Fs alla Provincia, fino all'addio del 2006 nella rada San Raineri.E va a picco anche l'idea del Museo.


Rada San Francesco, la motonave Cariddi il 13 marzo 2006 in procinto di affondare 

Tra le navi che hanno solcato lo Stretto ce n'è una, sommersa all'altezza della rada San Francesco, la cui storia è a dir poco eccezionale. La Cariddi, nave traghetto della cui poppa ne affiora una parte, è abbandonata nel mare che per anni ha solcato al servizio delle Ferrovie dello Stato.


La Cariddi semisommersa nella Rada San Francesco

Il lavoro di ricerca effettuato da Ecosfera Diving ci ha permesso di risalire fino alle origini, quando la Cariddi fu varata a Trieste nel 1930, nei Cantieri Navali Riuniti dell'Adriatico: tra le prime unità della flotta Fs (1932) dotata di motori diesel-elettrici, i primi del genere nella marina mercantile italiana. All'origine la forma diversa la presentava con un solo fumaiolo, la zona di prua totalmente aperta, la presenza di tre binari e più corta di 11 metri. Insieme alla "gemella" Scilla, di poco più anziana, la Cariddi divenne l'ammiraglia della flotta Fs d'anteguerra. Le due navi ereditarono il nome da una precedente coppia di ferry-boats con azionamento a pale e motore a vapore, in servizio alla fine del 1896, esattamente tre anni dopo il rilascio della concessione per la navigazione a vapore attraverso lo Stretto alla Società per le Strade Ferrate della Sicilia (1893).

Quella affondata nella rada di San Francesco, però, è la "Cariddi II". Perché la prima "Cariddi" terminò il servizio nel 1923 mentre la gemella "Scilla" fu silurata (o saltò su una mina) davanti l'abitato di Catona nel 1917, durante Ia Prima guerra mondiale, con lo Stretto dichiarato fronte di guerra ed equiparato alla prima linea delle Alpi. Anche nel Secondo conflitto mondiale le navi traghetto Fs furono coinvolte nelle operazioni belliche: la gemella Scilla, entrata a far parte del naviglio ausiliario militare, con personale misto, posava mine nel canale di Sicilia prima di essere affondata da bombardamento aereo nel porto di Messina. L'Aspromonte, che trasportava truppe tedesche, fu silurata a Capo Bon. La Reggio e la Villa furono autoaffondate in porto mentre la Cariddi, più volte colpita da incursioni aeree, nell'estate del 1943 fu protagonista di una incredibile vicenda.


Agosto 1943

Con le truppe alleate ormai alle porte di Messina, la Marina militare ordinò al comandante del traghetto di autoaffondare la nave. Il 16 agosto, carica di materiale bellico tedesco, all'ancora in prossimità della rada Paradiso e impossibilitata al governo per un incendio in macchina, la Cariddi attendeva di essere rimorchiata a Villa San Giovanni. Furono aperte le "prese-mare" per allagare i locali sottocoperta facendola affondare, ma il traghetto resistette all'allagamento. Per l'affondamento fu necessario ricorrere all'esplosivo procurando falle a bordo che ne causarono il ribaltamento. La Cariddi si ritrovò capovolta su un fondale di 20 metri e vi rimase sei anni, alla foce del torrente Annunziata.


Lo scafo capovoltio della Cariddi all'interno del bacino galleggiante

Concluse le operazioni belliche, tra il 1946 e il 1948, la nave ancora immersa fu liberata dai palombari del materiale bellico e da tutte le sovrastrutture. Successivamente, nel 1949, a causa dell'incremento della richiesta di trasporto nello Stretto, l'amministrazione Fs decise di recuperare la nave incaricando la ditta Weigert di Messina. Le operazioni di recupero del relitto (era ormai rimasto il solo scafo capovolto) si conclusero il 21 luglio 1949; vennero dapprima tappate le falle, chiusi gli oblò e sistemate lamiere e paratie danneggiate. Sei cilindri stabilizzatori riempiti d'aria e vincolati alla nave dai palombari fecero riaffiorare il traghetto a testa in giù prima di rimorchiarlo nel porto di Messina. Il 21 dicembre 1949 si effettuò l'operazione di ribaltamento dello scafo, le cui condizioni si rivelarono più che soddisfacenti e la ricostruzione della nave fu commissionata alla Società Cantieri del Tirreno di Genova che propose di tagliarla in due tronconi da alare su uno degli scali del Cantiere di Riva Trigoso, da allineare e poi ricongiungere.


Prima del raddrizzamento il relitto fu sottoposto a interventi di ripulitura

La Cariddi fu quindi rimorchiata fino a La Spezia e il 9 dicembre 1951 venne tagliata in due parti in uno dei bacini dell'arsenale della Marina Militare. I due tronconi dello scafo furono rimorchiati a Riva Trigoso e approfittando del taglio furono aumentati la lunghezza (una terza sezione di circa 11 metri con il secondo fumaiolo), il fascio dei binari e la capacità di carico da 32 a 36 carri. I binari diventarono quattro, furono installati nuovi motori e la parte di prua fu modificata in modo tale da creare sopra il ponte-binari una piattaforma per il trasporto di autoveicoli. La nave fu dotata di un castello prodiero e venne prolungato il ponte di passeggiata con una piattaforma in grado di ospitare 15 autovetture.


Zavorramento dello scafo in preparazione della manovra di capovolgimento

La Cariddi acquisì così l'aspetto che l'ha contraddistinta fino ai nostri giorni, nonostante alcune modifiche negli anni '60 del tracciato dei binari e nei primi anni '80 per l'installazione di nuovi motori Diesel a 4 tempi. Il secondo varo fu celebrato il 20 ottobre 1953 alla presenza del ministro dei Trasporti, del direttore generale delle Fs e di altre autorità. Nelle acque dello Stretto giunse il 27 novembre accolta con grandi festeggiamenti e da una gran partecipazione popolare.

La Cariddi riprese servizio il 30 dicembre 1953, poco più di dieci anni dopo l'autoaffondamento, e per 38 anni assicurò il traghettamento di convogli ferroviari e autovetture. Effettuò l'ultimo viaggio in servizio il 14 Febbraio 1991 poi le Fs posero la nave in disarmo (8 novembre) e, nel 1992, la vendettero alla Provincia di Messina. L'anno successivo, 1993, la Soprintendenza per i beni culturali della Regione Siciliana dichiarò la nave bene d'interesse storico ed etno-antropologico particolarmente rilevante. L'idea iniziale era di farne un museo del mare galleggiante, monumento alla cultura marinara tra le sponde dello Stretto. Ma le difficoltà per la manutenzione ordinaria (l'agenzia marittima, con la quale fu stipulata una convenzione, sorti problemi per il pagamento delle prestazioni d'opera e servizi, interruppe le proprie prestazioni) lasciarono al proprio destino la Cariddi ormeggiata al molo Norimberga.

Per anni il traghetto è stato vittima di piccoli furti e veri e propri saccheggi. Rifugio di gente senza dimora, ha registrato anche un principio di incendio che ne ha danneggiato alcuni saloni. La nave è stata spostata in prossimità degli approdi dei traghetti delle compagnie private di navigazione. L'epilogo appare inevitabile, la collocazione era troppo esposta alle intemperie e ai marosi. Il 14 marzo 2006 la Cariddi "molla gli ormeggi" definitivamente e si adagia sul fondale inclinandosi sul fianco sinistro. Seguiranno polemiche, ordinanze di rimozione del relitto della Capitaneria di porto, l'apertura di un'inchiesta da parte della magistratura ma tutto ciò non porterà a nulla.

Oggi, la Cariddi è ancora sott'acqua, di lei affiora solo una parte della poppa a perenne monito degli effetti del disinteresse e dell'abbandono, "forze" intangibili eppure talmente efficaci da far affondare il traghetto, per la seconda volta, e senza zavorre o esplosivi.

Marcello Bottari


Una cartolina d'epoca che raffigura la Cariddi all'entrata del porto di Messina


Quel traghetto e il "Riviera" simboli diversi di limiti fatali

Pensiamo alla Cariddi e ci viene in mente l'Hotel Riviera. Al rammarico, se volete, si può dare lettura palindroma. A chi sa di cose cittadine non può sfuggire il filo della disgrazia, o se preferite dell'ignavia letale, che lega il destino della nave-traghetto, nel '93 dichiarata bene di interesse storico ed etno-antropologco, a quello dell'albergo: l'una e l'altro appartengono alla Provincia, anche se uno giace oggi sui fondali della rada San Francesco. L'una e l'altro simboli di ciò che si sarebbe potuto fare e che non si è fatto. E che forse mai si farà. A dirla tutta, non per esclusiva responsabilità dei governanti. Anzi.

La consunzione della motonave Cariddi sotto forma di affondamento e dell'hotel che svetta spettrale (e invendibile?) sul viale della Libertà, per ironia del destino quasi di fronte alla Cariddi, in un certo qual modo hanno la medesima matrice temporale. La Cariddi sarebbe dovuta diventare un Museo del mare e forse l'obiettivo non era neanche troppo distante, ma ai primi anni '90 Tangentopoli decapitò una classe dirigente (presidente della Provincia Giuseppe Naro) e con essa numerosi progetti tra cui quello che riguardava la Cariddi. Congelamento fatale. Restarono a Palazzo dei Leoni decine di milioni di vecchie lire da versare ogni anno per polizze assicurative e costi d'ormeggio, e quella voragine di un miliardo causata nel '93 dall'ineluttabile onere di dover pagare gli stipendi a un equipaggio cui ancora non era stato dato il "rompete le righe". Nella medesima fase storica si tentò di vendere il "Riviera" e in realtà ci si riuscì, solo che la magistratura sospettò che il prezzo non fosse congruo e, sorvolando sugli strascichi dell'inchiesta, non se ne fece più nulla. Il "Riviera" marcisce davanti agli imbarcaderi privati, la Cariddi nel 2006 (Amministrazione Leonardi) è affondata dopo essere stata depredata di ogni cosa e resa un colabrodo.

Era un gioiello di archeologia industriale la Cariddi, ma recriminare, come riportarla a galla (ogni tanto qualcuno prova a gettar lì l'ipotesi), non servirebbe più a nulla. Il progetto del Museo del mare però va perseguito. E non bastano gli intenti pur apprezzabili dell'attuale amministrazione comunale. Volendo si potrebbe iniziare col far godere lo Stretto al di là delle ragioni tradizionalmente legate all'attraversamento: altrove avrebbero trovato il modo per mettere in acqua tra Scilla e Cariddi una nave turistica, battelli-ristorante e quant'altro possa rendere godibile un contesto di per sé unico. Ma questa è una città parolaia, pervasa da dinamiche illogiche e bizantine, dove diventa utopistico finanche immaginare di piazzare sul lago di Ganzirri un paio di pedalò.

Francesco Celi

Fonte Gazzetta del Sud del 12 agosto 2012


 

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