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Con gli occhi di Pascoli: i luoghi, le architetture messinesi
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Nel centenario della morte del grande poeta romagnolo


di Nino Principato

     “Lo Stretto è bello e l’aria è buona sebbene molto scirocchevole. Però umidità non ce n’è punta”: queste le prime impressioni della sorella di Pascoli, la cara Mariù, in una lettera che invia alla sorella Ida a Santa Giustina, un paese vicino Ravenna. E il fratello Giovanni, di rimando, è entusiasta di trovarsi di fronte alla “[…] bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo […]”, tra “[…] il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte”.


Giovanni Pascoli

     I due erano giunti a Messina nel gennaio del 1898, quando Giovanni Pascoli fu chiamato ad insegnare Letteratura Latina presso l’Università, in tasca il decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Codronchi Argeli che lo nominava professore ordinario “senza concorso” e per meriti straordinari, come previsto dall’art. 69 della legge Casati.


La prima residenza in via Legnano

     Il primo alloggio messinese che prendono a pigione è un appartamento al secondo piano di via Legnano, al numero civico 66 (corrispondente, grosso modo, all’incrocio fra l’omonima via di oggi con via Boner). E’ un’abitazione con gran numero di stanze, al punto che solo poche di esse vengono occupate, però ci sono solo fornelli e manca il camino, particolare che non sfugge a Mariù che se ne lamenta nella lettera alla sorella Ida.

     Scrive Vittorio Di Paola: “[…] la scelta dell’alloggio di via Legnano si rivelò infelice per il poeta, in quanto, a quell’epoca, la via Legnano si trovava al centro del rione San Leo, che era tutto un fiorire di fabbriche e principalmente di maleodoranti concerie” (“Gazzetta del Sud”, Giovanni Pascoli e la Via Legnano, Messina 21 gennaio 1986).

     La prima, entusiastica impressione di Messina, muta completamente in negativo: ad aggravarla, anche la malattia di tifo contratta nel marzo dello stesso anno mangiando cozze a Ganzirri. Mariù è furibonda, preoccupatissima della salute del fratello, e in un’altra lettera scrive: “[…] io odio Messina e il suo bel cielo, sempre nuvolo […] e il suo bel mare, che non vedo e il suo popolo […] paghiamo carissima anche l’aria che puzza di concerie e di gas […] bisogna cuocere tutto […]”. E il Pascoli, costretto a letto per due settimane e poi gravemente ricaduto, scriverà a sua volta all’amico Luigi Pietrobono, il 19 settembre 1899: “Sa che il primo anno di Messina rischiò di essere l’ultimo? Avemmo tutti e due il tifo, e io ebbi una ricaduta, che dava poco a sperare”.

     Ma dopo la guarigione del poeta, nel mese di giugno, Mariù torna nuovamente di buon umore riconciliandosi con la città.

     A ricordare questa prima abitazione messinese, il Consiglio dell’allora IX Quartiere “San Leone” fece apporre una targa marmorea sulla facciata principale di Palazzo Mazzullo, in via Legnano, un edificio in stile eclettico dei primi anni del Novecento che risente dell’influenza del tardo liberty, risultato di una felice commistione fra Rinascimento e Manierismo, fra esigenza abitativa e magniloquenza formale e decorativa. L’iscrizione, dettata da Aldo Di Blasi, allora presidente del Consiglio di Quartiere, così recita:

IN QUESTA VIA LEGNANO
ABITO' NEL 1898
GIOVANNI PASCOLI
DOCENTE DELL'ATENEO MESSINESE
Cons. IX Quartiere S.Leone 1988


     Nelle immediate vicinanze di via Legnano si trovano le “Case Cicala” che Pascoli vedeva ogni giorno, essendo state realizzate dopo il 13 settembre 1864 dai fratelli Giacomo e Giovanni Cicala. Ancora esistenti, si compongono di quattro fabbricati rettangolari a tre elevazioni fuori terra compresi i mezzanini e presentano nelle facciate i caratteri compositivi peculiari delle “case in linea” ottocentesche messinesi. A pianoterra, il passo modulare scandito dalle alte aperture architravate, originariamente di accesso a botteghe, depositi ed anche stalle, viene ulteriormente sottolineato dai sei ingressi principali ad arco (tre per edificio), il cui compito, oltre che funzionale (accesso ai piani superiori delle abitazioni) è anche formale, stando ad evidenziare in facciata le singole unità architettoniche.

     Tipici gli interni con atrio quadrato, nicchie incorniciate per statue, finestre ovali al livello dei pianerottoli della scala avvolgente, soffitti voltati a crociera con tracce di pitture decorative. Al primo piano, tutta una serie di finestrelle rettangolari e all’ultimo piano con balconcini, conferiscono alla facciata un equilibrato e pacato ritmo compositivo nell’alternarsi dei pieni e dei vuoti.

     Da questo e dagli altri palazzi situati in varie zone della città si può ricostruire fedelmente il tipo edilizio di casa familiare del ceto medio messinese, che, ovviamente, è prevalente su quello agiato e costituisce il tessuto connettivo della città, com’era ai tempi di Pascoli.  La sua formazione in pianta e in alzato ubbidisce a regole ben precise, quasi codificate, dettate dal modo di vita degli abitanti e ben rispondenti, a quanto sembra, se si mantiene e si diffonde per tutto il secolo XIX.

     Una casa ottocentesca del ceto medio si sviluppa generalmente su due o tre elevazioni fuori terra: il pianoterra è occupato da botteghe a conduzione familiare, depositi o anche stalle e siccome è forte desiderio dell’artigiano o del piccolo negoziante di realizzare il connubio “casa-lavoro” (“casa e putìa”), viene ricavato il cosiddetto “mezzanino” o piano ammezzato destinato all’abitazione, corrispondente alla seconda elevazione fuori terra, di bassa altezza (generalmente metri 2,40) e collegato al pianoterra tramite scala lignea interna ad unica rampa.

     Nelle tipologie a tre elevazioni fuori terra, il terzo piano è riservato alla classe medio-borghese e per potervi accedere, si rende necessario l’inserimento dell’androne con grande apertura ad arco e scala rampante che si eleva, generalmente, fino a comprendere in altezza il piano terra e quello ammezzato, così come avviene appunto nelle “Case Cicala”. Le abitazioni di questo piano, non a caso denominato “piano nobile”, sono più evolute di quelle sottostanti e assumono la denominazione di “quarti” o “quartini”. Carenti in ogni caso, se non assenti del tutto, sono i servizi igienici frequentemente ricavati alla meno peggio con parziale chiusura dei balconi verso i cortili interni. Le camere sono comunicanti fra di loro per sfruttare al massino lo spazio e in pochi casi viene inserito il corridoio di disimpegno.

     Trascorse le vacanze estive a Castelvecchio di Barga (in provincia di Lucca) nella sua “diletta bicocca”, come amava definirla, Pascoli ritorna a Messina nel novembre del 1898, senza la sorella Mariù, che lo raggiungerà poi in occasione delle festività natalizie.


Palazzo Sturiale in via Risorgimento, seconda residenza di Giovanni Pascoli

     Lasciata la casa di via Legnano, va ad abitare in un appartamento di Palazzo Sturiale in piazza Risorgimento (oggi popolarmente nota come “piazza Don Fano”) al numero civico 162. La zona è quella di nuova espansione a sud di Messina e l’alloggio è “[…] moderno, abbastanza vasto, e soprattutto sicuro contro il terremoto […]", scrive Pascoli, dimostrandosi anche buon profeta perché l’edificio, scampato al sisma del 1908, è ancora in piedi, nonostante il sacco edilizio che ha stravolto e annientato questa città. Il poeta ne è talmente entusiasta che nell’invitare la sorella “Mariuccina” a tornare a Messina, le fa sapere che la casa “è pulitissima” e decanta la “[…] bella vista […] dalla cucina si vede il forte Gonzaga sui monti […] dall’altra finestra il mare, su l’Aspromonte […]”. E, ancora, definisce lo studio “stupendo” ed occupandosi personalmente dell’arredamento della nuova casa, promette che essa diventerà “[…] il più bell’alloggio di […] tutta Messina”.


     Unico suo rammarico è quello di non aver potuto tempestivamente rispondere alla lettera e al telegramma della sorella, poiché “[…] l’imperator Guglielmo è arrivato nello Stretto e spedisce giornalmente centinaia di telegrammi di quattrocento parole l’uno che hanno la precedenza su tutti i privati” (Guglielmo II di Prussia e Germania, Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern, terzo e ultimo imperatore della Germania e ultimo re di Prussia).


Giovanni Pascoli fotografato nel balcone della sua abitazione

     Scrive Vittorio Famularo, in un suo articolo: “Nella nuova casa il Pascoli, la mattina, si leva di buon’ora e armeggia per prepararsi il caffè. I pasti li consuma fuori. A volte è invitato, a pranzo o a cena, dal suo collega Luigi Alessandro Michelangeli (insigne grecista), ma, più spesso, dal suo più cordiale amico: il geografo Cosimo Bertacchi, la cui signora è molto esperta nell’ammannire succulenti pranzetti. Il Pascoli, con la sua tendenza tipicamente romagnola ad appioppare nomignoli, la battezza, giocosamente, Hera, la consorte di Zeus.” (“Gazzetta del Sud”, Quando Giovanni Pascoli insegnava a Messina. I cinque anni migliori, Messina 2 giugno 1992).

     Palazzo Sturiale, con al pianoterra ancora la tipologia della “casa e putìa” e ai piani superiori le abitazioni più evolute, tipiche della classe agiata, ha un portinaio d’eccezione, tale Giovanni Sgroi. Pascoli gli si affeziona, anche se lo definisce “[…] aborto di Polifemo: guercio, zoppo, piccolo […]” e, dopo il terremoto del 1908, si ricorderà di lui e della sua grande bontà d’animo, inviandogli una grossa somma di denaro e una lettera dove esprime l’augurio che “[…] la nostra Messina[…]” risorga “[…] più bella di prima […]”.
    
A proposito di Palazzo Sturiale, Vittorio Di Paola ricorda che “[…] anni orsono il rettore Pugliatti, sollecitato da Silvio Longo, aveva divisato di porre accanto al portone di via Risorgimento un ricordo marmoreo, ma morto il Longo e successivamente il Pugliatti, non se ne fece nulla”. Per fortuna nel 2008, per la meritoria iniziativa del Comitato Cittadino “100 Messinesi per Messina 2008”, è stata realizzata e collocata accanto al portone d’ingresso del palazzo una grande lapide con iscrizione di Aldo Di Blasi.


     Nei momenti liberi, il poeta ama passeggiare per la città, in compagnia del collega Manara Valgimigli: sue mete preferite, la Palazzata minutoliana, la Pescheria, la spiaggia di Maregrosso da dove ammira il “Fretum Siculum” e il mare, quel mare che “Se ci tuffi una mano, gocciola azzurro”. E il contatto con i messinesi, come quella volta che gli si avvicinò una bimbetta, povera di stracci e col visino smunto, a chiedergli “Vossia mi dugna un sciuri”: non elemosina, ma uno dei fiori che il poeta teneva in mano.
    
Alla fine di giugno del 1902, Pascoli e Mariù partirono definitivamente da Messina. La notizia della terribile catastrofe del 1908 li sconvolge, li fa soffrire con autentico dolore di figli, e le parole più belle, il poeta le rivolge a questa sua cara città: scrivendo a Ludovico Fulci il 5 luglio 1910, dirà “Io [a Messina, n.d.a.] ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”, e, ancora, ricordando il terribile sisma del 28 dicembre 1908: “Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare.
Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.”

Nino Principato

 

 


 

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