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La nave affondata all'imbocco dello Stretto
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di Marcello Bottari e Lucio D'Amico

PIANETA AZZURRO

 


La foto della "Schwennau", una delle cinque gemelle costruite nei
cantieri navali Flensburger Schiffbau-Gesellschaft di Flensburg

Le ricerche condotte sul relitto della "Arturo Volpe" travolta nel febbraio del 1976 da una tempesta con mare forza otto.

Dei 17 membri dell'equipaggio, 3 morirono assiderati nel tentativo di raggiungere a nuoto i soccorsi.

È l'alba del 26 febbraio del 1973 quando la nave Arturo Volpe, di proprietà della compagnia armatrice Alberto M. Volpe & Co di Napoli, ha da poco abbandonato il porto di Novorossiysk con un carico di legname. La città è il principale porto della regione di Krasnodar e uno dei più importanti del Mar Nero. Pozzuoli (Napoli) è la destinazione del legname russo caricato, ma all'uscita dello Stretto di Messina una tempesta con vento forza 8 attende la piccola nave, lunga circa 90 metri. Le onde si abbattono sullo scafo che resiste, il comandante prova a invertire la rotta dirigendosi verso la baia Paradiso per cercare riparo. Improvvisamente, però, il carico sistemato in coperta si sposta, o almeno questo è quello che si presume, e la nave si ribalta.


Lo stemma armatoriale

I diciassette membri dell'equipaggio finiscono in mare. I soccorsi arrivano rapidamente ma il bilancio è tragico: quattordici marinai sono feriti, tre sono i morti assiderati nel tentativo di raggiungere i battelli dei soccorritori. Qualcuno fotografa l'Arturo Volpe capovolta e semisommersa: solo la prua emerge dall'acqua, con il nome bene in vista. Poi, piano piano, scivola verso il fondo.

La nave a vapore Arturo Volpe fu costruita nel 1950 in Germania, nei cantieri navali Flensburger Schiffbau-Gesellschaft di Flensburg, una città portuale tedesca sita sul Baltico, vicino al confine con la Danimarca. Il cantiere fu fondato da alcuni armatori della città nel 1872, visto che fino ad allora avevano acquistato tutte le loro navi in Inghilterra, ed oggi ancora operativo (www.fsgship.de/) con oltre 700 navi realizzate. La Jupiter faceva parte di una grande commessa fatta nel 1949 al cantiere dalla compagnia Flensburger Trampreeder Gesellschaft, società armatrice per trasporti merci non di linea, diretta da Ernst Jacob e Waldemar Nissen. Cinque le navi da costruire, pressoché uguali, della lunghezza di 86 metri circa per 13 di larghezza, 1.500 tonnellate di stazza lorda e che raggiungessero una velocità comoda per i tempi di 11 nodi. La propulsione era ancora con macchina a vapore, del tipo "compound", da 1200 CV.

Lo scafo venne varato il 21 marzo e al piroscafo, completato nel maggio successivo, fu dato il nome Jupiter, ultima di una serie di cinque navi " gemelle" costruite dai cantieri navali di Flensburg. Quattro di queste facevano parte di una commessa per la compagnia di navigazione Flensburger Trampreeder Gesellschaft (Società di trasporti non di linea di Flensburg): la "Schwennau", la "Pallas", la "Flensau" e la "Krusau". A completare il lotto delle navi prodotte in quella commessa, l'unica della flotta ancora visibile è il relitto della "Arturo Volpe", con lo scafo che poggia su un fondale che da circa 40 metri si spinge oltre i 70, e le strutture che si alzano dal fondo per una decina di metri.

Con la Conferenza di Potsdam, ultimo dei vertici interalleati tenutosi dal 17 luglio al 2 agosto 1945, nel corso dell'incontro i leader delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale (Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica) discussero e raggiunsero accordi sulla gestione dell'immediato dopoguerra. Tra questi compare l'imposizione alla Germania di non potere costruire navi con stazza superiore alle 1.500 tonnellate e velocità oltre i 12 nodi. Ecco, quindi, che la Jupiter/Arturo Volpe è l'ultimo esemplare identificabile, seppure affondato, di un gruppo di Potsdam-Schiffe, ovvero di un particolare tipo di nave da carico lenta e piccola, con la quale gli armatori tedeschi hanno ricominciato a costituire la propria flotta mercantile dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La prima nave della compagnia armatrice Ernst Jacob è lo Schwennau, gemella della Jupiter (poi Arturo Volpe). Nel 1969 la compagnia di navigazione italiana Alberto M. Volpe di Napoli acquista la Jupiter e la ribattezzò Arturo Volpe, iscrivendola al registro navale di Napoli. Successivamente, nel 1970, la stessa compagnia acquistò anche la gemella Flensau ribattezzandola Alfonso Volpe. In seguito la nave fu venduta alla compagnia italiana "Capo Ferrato" SpA di Navigazione con sede a Cagliari, ribattezzata Janine e trasformata in una nave cisterna per prodotti chimici. Fu demolita nel 1981 a Vado Ligure presso i cantieri G. Riccardi.

A febbraio del 2013 il relitto dell'Arturo Volpe compirà 40 anni dall'affondamento. Ecosfera Diving, affiancato dal Team tedesco Dweller e con il supporto della Guardia Costiera, della Capitaneria di Porto di Messina e della Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali del Mare di Palermo, ha effettuato un sopralluogo sul relitto testimoniando con video e foto lo stato dello stesso.


Il passaggio della stiva

La nave si trova in perfetto assetto di navigazione, elevata per 10-12 metri sopra un fondale che dai 50 metri scivola verso i 70.

La domanda che sorge spontanea è: ma se è stata fotografata capovolta in superficie fino a poco prima di affondare, come è possibile che la stessa nave sul fondale sia posizionata in assetto di navigazione?

Che sia l'Arturo Volpe non c'è alcun dubbio. Tra gli elementi fondamentali per l'identificazione del relitto c'è il legname: nelle stive si trova ancora ben ordinato il carico, elemento che fa propendere verso l'Arturo Volpe. Rimane, comunque, il dubbio della nave capovolta in superficie che, associata all'elica di rispetto fotografata ancora rizzata in coperta, alimenta qualche dubbio.

Al gruppo Ecosfera nelle immersioni si è affiancato anche il Team tedesco Dweller, ma per maggiori riscontri è stato necessario il confronto con le uniche foto trovate di quel periodo riguardanti una delle navi gemelle. Il rinvenimento di una targhetta in tedesco e inglese su un equipaggiamento radar, poi, conferma la probabile costruzione teutonica. E così alla fine molti indizi coincidono: il carico, la forma della prua, l'elica e la costruzione tedesca sono indicazioni inconfutabili che portano alle concluse che il relitto è proprio quello della Arturo Volpe.


Il dubbio del capovolgimento dello scafo? L'ipotesi più probabile rimane quella che la nave si sia capovolta in superficie per lo spostamento del legname caricato in coperta, con quello delle stive che si è mosso poco. Successivamente, mentre affondava, la nave a vapore ha effettuato un successivo capovolgimento, atterrando in perfetto assetto di navigazione. Anche se in apparenza impossibile questa appare come la spiegazione più plausibile.

 Marcello Bottari

 

I NOSTRI TESORI L'ottavo capitolo di un viaggio appassionante

Siamo giunti all'ottavo capitolo di questo appassionante viaggio nel pianeta azzurro. Avevamo cominciato lo scorso 3 luglio con il rogo della "Rigoletto" nel luglio 1980 (i resti semisommersi si stagliano di fronte alla Falce). L'8 luglio è stata la volta dell'incendio (maggio 1968) del piroscafo danese-greco "Twiga" affondato nella rada di Paradiso.

Il 15 luglio abbiamo raccontato della fine tragica di due navi i cui relitti giacciono nelle acque del porto, il "Produgal" (1908) e il "Patria" (1943). Il 23 luglio siamo andati alla scoperta dei segreti del "Valfiorita", la nave da trasporto incendiata e affondata nel luglio del 1943 al largo di Mortelle.

E il 30 luglio ci siamo immersi nel mistero (risolto dopo anni di ricerche) delle due navi di Torre Faro, "u vapuri inglisi", cioè il "Bowesfield" (affondato nel maggio 1892) e lo sfortunato piroscafo francese "Amerique" colato a picco nel marzo del 1904 davanti alle case di Torre Faro.

Il 12 agosto non potevamo non dedicare spazio a un simbolo del trasporto marittimo nello Stretto, diventato purtroppo anche l'emblema della stoltezza politico-amministrativa: il glorioso traghetto Cariddi lasciato "morire" nella rada di San Francesco (2006).

Il 18 agosto è "tornata a galla" la storia di un vero e proprio intrigo internazionale che vide Messina al centro di oscure trame nell'ambito dei conflitti mediorientali: il riferimento è ai due aliscafi gemelli battenti bandiera cipriota, Svalan e Tartan, fatti saltare nella notte del 30 gennaio 1986 a poca distanza l'uno dall'altro nelle acque fronteggianti l'Arsenale militare e la Batteria Masotto.

Oggi ricordiamo l'avvincente storia dell'Arturo Volpe.

Abbiamo ritenuto fosse utile svolgere opera di divulgazione delle ricerche condotte in questi anni dagli esperti, perché una città di mare come la nostra non può più restare alla finestra, mentre altrove si realizzano progetti in grado di valorizzare i tesori sommersi. Il futuro, è stato scritto, è dei Musei subacquei, nel contesto di un grande Polo museale che esalti le vocazioni, e l'unicità, del nostro mare.

Messina deve diventare l'interfaccia di Genova, sperimentando anche soluzioni tecnologiche innovative già realizzate in altre parti del mondo. Possiamo citare, come esempi di meravigliosi Musei subacquei, il "Musa" di Cancun (in Messico), il Museo di archeologia subacquea di Cartagena (in Spagna), gli otto Musei archeosubacquei sparsi lungo la costa della Croazia, il Museo nazionale delle attività subacquee di Marina di Ravenna.

Vorremmo solo ricordare che l'Acquario e il Museo del Mare di Genova richiamano ogni anno più di un milione di turisti e il "Musa" di Cancun circa 750 mila. Un'intera economia ruota attorno a quei numeri.

Lucio D'Amico

da Gazzetta del Sud - Giovedì 23 agosto 2012 


 
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