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La storia negli androni.
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Una Messina misteriosa e sconosciuta ai più, incredibilmente ancora esistente quando terremoti, bombardamenti, stolte distruzioni prodotte dall’ignorante e cieca furia umana sembravano aver eliminato ogni cosa, lasciando in piedi soltanto quelle note testimonianze del passato che punteggiano, come lacerti di storia, il tessuto urbano, è quella che si annida negli androni d’ingresso dei palazzi.

Una pagina tutta da scrivere, questa, certamente inconsueta, certamente affascinante, certamente sorprendente, perché, chi l’avrebbe mai minimamente immaginato che fatti, vicende, architetture della Messina di un tempo che va scomparendo, fantasmi di una gloriosa storia civile e artistica, si possono ancora leggere oltre quei portoni privati della città ricostruita?

Basta suonare il campanello e farsi aprire, per entrare nella storia.

Iniziamo, così, questo strano viaggio alla scoperta di alcune di queste segrete presenze del passato.
Nell’androne d’ingresso dell’isolato 507 di via Pola, al numero civico 33, si trova murata una lapide marmorea e stemma composto da un’aquila imperiale parzialmente danneggiata, con le ali spiegate, recante lo scudo con le ami spagnole e la seguente iscrizione del 1566:

“Piramides, arcus et saxa teruntur ab eyo incilita virtutis Gloria fine caret MDLXVI”

In alto, a sinistra, si legge la parola “Virtut” facente parte, probabilmente, di un motto.

L’isolato occupa l’area dove prima del terremoto del 1908 sorgevano chiesa e convento di San Francesco di Paola, e, sicuramente, questo frammento marmoreo è stato recuperato dalle macerie del complesso religioso. Per la coincidenza delle date, (1566), probabilmente faceva parte del sepolcro marmoreo di Don Geronimo La Rocca che, prima del sisma, era collocato all’ingresso del Convento di San Francesco di Paola ed oggi custodito al Museo Regionale.

 

Sepolcro così descritto nella Guida del 1902 “Messina e dintorni”:
“...resta parte del coperchio sul quale è scolpito un cavaliere in completa armatura, e che posa la destra sull’elmo e con la sinistra sostiene il capo contornato di barba”.


Ci spostiamo in via Primo Settembre e, attraverso un cancello in ferro battuto al numero civico 85, entriamo in un piccolo ambiente: nella parete a destra, una grande targa si offre agli occhi dopo che essi si sono abituati alla penombra.

 

A sinistra della lapide, in bassorilievo, la mitra vescovile con i pastorali incrociati del rito greco e di quello latino; a destra, l’iscrizione datata 1794:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“D.O.M. 
Basiliense coenobium 
SS Apostolis Petro et Paulo Sacrum 
a Rogerio R. Prope Agrillam restitu tum 
et adnitente B. Gerasimo abb. ditatum Ferdinandus IV. Sic. et hier.

Rex ex insalubri et dehiscente solo in urbem transtulit an. MDCCXCIV”


Di essa, l’annalista Gaetano Oliva scriveva nel 1892: “Negli ultimi mesi dell’anno 1794 provvide il re (Ferdinando III di Borbone) alla sistemazione di parecchie case religiose della nostra città, e fra le altre a quella del Noviziato ed a quella dei Basiliani di S. Gerolamo (...) i padri Basiliani, che fino allora occupavano il vetusto monastero di SS Pietro e Paolo nel territorio di Forza d’Agrò, trasferirono la loro residenza in quello di S. Girolamo, che andava sorgendo in Messina lungo la via Austria”. A ricordo di così importante avvenimento, venne murata la lapide marmorea sul portone del nuovo monastero, miracolosamente giunta fino a noi grazie alla non comune sensibilità del progettista del palazzo che la conservò in sito.

Così come fu fatto per un’altra splendida testimonianza, stavolta architettonica, sempre nella via Primo Settembre: al numero civico 171 della palazzina che forma angolo con la via Università, nell’atrio, si trovano i resti dell’antico ingresso della Cattolica, importante edificio chiesastico di rito greco-latino.


La sua origine è legata alla separazione dei due riti religiosi (quello greco e quello latino) che si ebbe dopo lo scisma dell’Oriente.

 

In conseguenza di ciò, infatti, il Clero Greco che prima officiava nella chiesa di Santa Maria La Nova (come anticamente era chiamato il Duomo), vista la continua preponderanza del Clero Latino si trasferì in questa chiesa, vicino alla Cattedrale, che venne denominata “Cattolica” secondo un privilegio accordato alle più importanti fra le chiese non latine di possedere un battistero, ciò che valeva per i greci il nome di “Katholiki”.

 

Venne, quindi, introdotto il culto per la sacra Immagine della Madonna del Graffeo che presso il Clero latino era intesa come Madonna della Lettera ed entrambi la festeggiarono il 3 giugno. In funzione di questa profonda devozione, la chiesa ebbe anche il titolo di Santa Maria del Graffeo. In seguito, con una Bolla Pontificia emanata dal Papa Benedetto XIV (1740-1758) che voleva si mantenesse a Messina il rito greco-latino, vennero confermati al Clero Greco tutti i privilegi e le prerogative della Dignità Protopapale, compreso l’antichissimo diritto di eleggere il proprio Capo Superiore chiamato Protopapa o Protopapas, “senza che persona alcuna s’ingerisse”.


La chiesa venne poi rifatta in parte nel 1752, evento che fu ricordato da una lapide non più esistente che si trovava sul portale d’ingresso. All’interno vi erano, fra l’altro, una pregevole acquasantiera scolpita a bassorilievo del sec. XIV e una colonna in marmo di epoca ellenistica (oggi al Museo Regionale) che sosteneva il fonte battesimale. Sulla sua superficie si trova un’epigrafe in greco che tradotta significa: “Ad Esculapio e ad Igea servatori tutelatori della città”, che testimonia questo culto alle due divinità a Messina sin dall’antichità.


Dell’impianto originale della chiesa rimangono, oggi, i pochi ma eleganti resti dell’ingresso costituiti da due campate gotiche con volta a crociera su colonne angolari e peducci inglobati nell’edificio, che sono stati risparmiati dal terremoto del 1908. Le strutture e i particolari decorativi, ben conservati, non sono minimamente segnalati nelle guide cittadine e tranne gli inquilini del palazzo e qualche occasionale passante, pochi conoscono questa significativa testimonianza dell’architettura gotica nella nostra città.

 


Sulla Strada S. Giacomo, il Palazzo Calapaj-D’Alcontres di anonimo architetto della seconda metà del ‘700, rispecchia già quelli che saranno alcuni dei leitmotiv ottocenteschi: l’uso di festoni decorativi sopra le finestre, i giganteschi cantonali agli angoli, l’ampio cortile e scalinata all’interno.

 

Nonostante i diversi restauri, il palazzo è l’unico esempio rimasto integro di edificio signorile della classe agiata dell’epoca a tre ordini, con cornicione composito ornato da una serie di antefisse, festoncini appuntati sulle finestre e intelaiatura prospettica rettilinea che sottolinea ed esalta la struttura muraria interna.

 

Data la particolare destinazione sociale, è chiaro che questo tipo abitativo ubbidisce a canoni ben diversi da quelli esclusivamente funzionali che sono alla base dell’edilizia del ceto medio: la casa diventa il mezzo per ostentare una posizione sociale raggiunta, con tutti gli annessi e connessi; ci vuole il locale per tenere cavalli e carrozza; quelli per la servitù; l’androne d’ingresso non deve solo contenere la scala ma essere un tripudio di arcate, fontane, statue; la massa strutturale deve dare l’impressione di solidità così come solida è la fortuna di quelli che vi abitano.

 

Tale “status” sociale è in Palazzo Calapaj - D’Alcontres apertamente manifestato nella magniloquenza formale e decorativa della facciata principale di via S. Giacomo: l’ordine gigante dell’insieme portale-balcone centrale posto in gran risalto; le potenti paraste d’angolo interrotte dalla fascia-marcapiano che ricorre per tutta la facciata; la zoccolatura basamentale in pietra squadrata, inglobante le proporzionate e ben disegnate finestre del piano seminterrato.


In tutto questo, un ruolo fondamentale viene assunto dal cortile interno e dalle scale, elementi strettamente collegati fra loro e tesi al raggiungimento di vivaci effetti scenici e di dinamismo spaziale, intesi come momento di vita cittadina proiettato dall’esterno all’interno del costruito e assumendo i connotati di “piazza privata” con funzione di spazio urbano dove si correlano più stretti i rapporti sociali. Anche in quelli che prima del 1908 venivano chiamati i “Quartieri Nuovi” è possibile rintracciare qualche prezioso brandello del passato.

 

In via Maddalena angolo via dei Mille, all’isolato 154, l’androne di un palazzo ottocentesco caratterizzato da unità abitative che seguono la tipica composizione della casa- bottega (“casa e putìa”) con sovrastante mezzanino, immette in un “baglio” interno ancora perfettamente conservato e ben recuperato con la presenza di un negozio di antichità.

Uno spazio “protetto” di relazione, questo, che era indispensabile nel “modus vivendi” di allora, dove specialmente nella bella stagione le attività lavorative venivano esplicate all’aperto.


Anche nell’edilizia eclettica primo Novecento della ricostruzione post-1 908 sono presenti gli ariosi e ampi androni, retaggio, appunto, dell’antica tradizione.

Particolarmente belli sono quelli dell’isolato 328 A nel corso Cavour; 335 di via Romagnosi; 319 di via Argentieri; 305 di via Cesare Battisti e 371 A di via Santa Maria La Porta.



Il breve viaggio è terminato, e, se nonostante le terrificanti distruzioni e le sconvolgenti manomissioni della natura e dell’uomo, qualcosa ancora rimane, pensate cosa doveva essere, una volta, questa città.

 

Nino Principato

  


 

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