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Svalan, i segreti di un intrigo internazionale
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PIANETA AZZURRO

di Marcello Bottari e Lucio D'Amico


L'aliscafo Svalan costruito nei Cantieri Navali Rodriquez di Messina nel 1965

 
Lo Stretto custodisce il relitto di uno dei due aliscafi gemelli
battenti bandiera cipriota affondati nel gennaio del 1986

Il traffico di armi tra Cipro e Libano e il ruolo del Mossad: Messina fu inconsapevole teatro di guerra

È grazie al proficuo rapporto di collaborazione tra la Soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali del Mare e la Società Ecosfera di Messina, in collaborazione con Marina del Nettuno e l'Associazione Ferrovie Siciliane e con il patrocinio dall'Agenzia Industrie Difesa che si è potuta effettuare una ricostruzione storica della matrice probabilmente dolosa e una ricognizione subacquea del relitto "Svalan". L'aliscafo, affondato alle prime luci dell'alba del 30 Gennaio 1986 assieme al gemello Tartan (il nome corretto è Tärnan), entrambi della compagnia cipriota "Svalan Lines Ltd, Limassol", a seguito di un attentato che fonti giornalistiche hanno supposto collegato alla delicata situazione politica mediorientale.

Al di là del particolare evento storico la circostanza che il relitto sia sostanzialmente integro e in buone condizioni, ed equipaggiato con parte delle dotazioni di sicurezza, induce a riflettere come la relativa inaccessibilità di un sito d'immersione, perché all'imboccatura di un grande porto commerciale e militare o sottostante a un'areale marino oggetto di concessione demaniale, costituisca un efficace deterrente ai fini della tutela dei beni culturali subacquei. Dalla relazione di Ecosfera, poi, a firma di Claudio Di Franco, funzionario direttivo della Soprintendenza dei Beni Culturali ed Ambientali del Mare si evince: «Si confida che l'attività istituzionale di valorizzazione possa costruire, un passo per volta, una nuova consapevolezza negli appassionati di relitti subacquei, affinché quei residuali comportamenti predatori che ancora albergano in sedicenti appassionati, possano essere interamente sostituiti da sentimenti di rispetto e buon senso».

L'aliscafo Svalan che in svedese significa Rondine, fu costruito nei Cantieri Navali Rodriquez di Messina e varato il 20 Giugno 1965 su commissione della società armatrice svedese Svenska Rederi AB Oresund di Malmö (Svezia). Imbarcazione di 132 tonnellate di stazza, lunga 29 metri circa con larghezza massima sulle ali di oltre 10, dotata di due motori di 1.350 cv ciascuno capaci di viaggiare a una velocità di 30-38 nodi e con un'autonomia di 700 Km.

Nel 1977 lo Svalan viene ceduto alla compagnia di navigazione svedese "Ab Sundfart", nel 1980 passa alla compagnia "Scandinavian Ferry Line (Helsingborg) mentre nel 1983 è venduto insieme con il gemello Tärnan alla compagnia cipriota "Svalan Lines Ltd, Limassol". Lascerà il porto di Malmö l'11 novembre diretto a Cipro insieme con il gemello Tärnan e dopo un lunga traversata arriverà in porto il 5 febbraio 1984. Non si sa se gli aliscafi siano mai entrati in servizio a Cipro. È certo che furono riportati ai cantieri di Messina e furono ormeggiati il "Tärnan" alle banchine dello stabilimento Rodriquez e lo "Svalan" alla boa nei pressi della Batteria Masotto.

Piazzate le bombe sul primo aliscafo, gli attentatori avrebbero percorso, via mare, le due miglia marine che li separavano dall'altro obiettivo, ormeggiato proprio dentro i Cantieri Rodriquez, in contrada San Raineri. Le prime esplosioni si sono verificate a bordo dello "Svalan": con la chiglia squarciata l'imbarcazione è colata a picco adagiandosi sul fondale che è di circa trenta metri. Malgrado l'esplosione di una sola delle due bombe sotto la linea di galleggiamento il "Tärnan" è affondato ma, data la profondità di un paio di metri, l'aliscafo è rimasto semisommerso con l'albero fuori dall'acqua. I rilievi sono stati effettuati dai sommozzatori di vigili del fuoco e carabinieri che hanno riscontrato due squarci sullo Svalan e hanno trovato, attaccata alla chiglia del Tärnan, l'altra bomba racchiusa dentro un sacchetto impermeabile, con ogni probabilità ordigni a tempo.

Evidenti le cronache del periodo. Estratto da la Repubblica: «Attentato all'alba colano a picco due aliscafi. La prima esplosione è stata sentita alle 5.30. Dieci minuti dopo gli ha fatto eco un altro boato a poco meno di quattro chilometri di distanza. Erano le bombe che hanno colato a picco, proprio mentre si diffondeva la prima luce del giorno, due aliscafi che battevano bandiera cipriota e che si trovavano ormeggiati a Messina, presso i Cantieri Rodriquez, per delle riparazioni. Un attentato compiuto da specialisti, come dimostra la sincronia quasi perfetta degli scoppi, e che ha avuto un solo neo: una delle bombe non è esplosa e adesso i sommozzatori tenteranno di recuperarla per permettere ai periti di studiarne la composizione. Difficile, per il momento, stabilire chi e perché ha messo le bombe. Una sola cosa è certa: gli attentatori avevano come obiettivo i due aliscafi "Svalan" e "Tärnan"».


Gli squarci procurati dagli ordigni che hanno affondato lo Slavan

E poi La Stampa del 18-2-1986. «Gli aliscafi ciprioti affondati da Israele, lo afferma il Time. Non ne so nulla. Con tono deciso, quasi a non ammettere repliche, il sostituto procuratore della Repubblica, Rocco Sisci, commenta le rivelazioni del settimanale americano "Time" secondo cui l'affondamento dei due aliscafi ciprioti "Svalan" e "Tärnan" sarebbe opera dei servizi segreti israeliani. Anche la Farnesina e il ministero della Difesa rifiutano di rispondere. L'inchiesta sul duplice sabotaggio, portato a compimento all'alba del 30 gennaio nel porto di Messina, può basarsi fino a questo momento su un solo elemento d'indagine: una delle quattro cariche esplosive usate per l'attentato, inesplosa e recuperata dopo un paio di giorni da esperti della Marina militare giunti da La Spezia, che hanno chiesto due mesi di tempo per pronunciarsi sulla sua natura e sulla sua provenienza: la bomba, infatti non assomiglia a nessuno degli ordigni industriali in circolazione. In attesa dei risultati di questo esame non abbiamo niente di concreto su cui lavorare – sottolinea il dott. Sisci – nessun elemento per dire se le rivelazioni del settimanale americano abbiano o meno un fondo di verità».


Il relitto affondato fotografato dalla prua

Ottenute le necessarie autorizzazioni Ecodiving ha effettuato diverse immersioni sul relitto dello Svalan nei primi giorni di dicembre del 2011 con due squadre di sommozzatori che si sono immerse a turno visitando il relitto, cogliendone gran parte degli aspetti più interessanti. L'aliscafo si trova adagiato, in assetto di navigazione, su un fondale di circa 30 metri con la prua rivolta verso est. La parte più alta della plancia di comando è a circa 22 metri dalla superficie. Le condizioni generali delle lamiere sono buone, in alcuni punti è ancora visibile la vernice originale. Seguendo una delle molte cime di ancoraggio dei pontili galleggianti si giunge sopra il relitto che presenta una vasta fessura sulla murata di sinistra, sull'opera morta, forse causata da una delle tante catenarie presenti. All'interno appaiono i sedili del locale passeggeri ancora intatti mentre, proseguendo, il salpa ancora si intravede leggermente deformato. Due boccaporti, di cui uno aperto, scorrono veloci prima di raggiungere la plancia di comando: le sedute, la strumentazione, le manette, un telefono di bordo e i mezzi antincendio sono ancora al proprio posto, come pronti all'uso. Sulle murate sono visibili due fregi quasi sicuramente dell'armatore, verificata la stessa posizione nelle foto del gemello Tärnan tirato in secca dopo l'esplosione che ne provocò l'affondamento contemporaneamente allo Svalan.

Poi il bocchettone per l'imbarco del carburante e una targhetta che indica la tipologia dei sistemi per il ricircolo dell'aria della sala macchine. Nella zona poppiera le sedi dei mezzi di salvataggio (uno è ancora al proprio posto) e un boccaporto chiuso con un lucchetto. Le eliche, nonostante insabbiate, sono ancora al proprio posto.

Marcello Bottari 

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Museo del Mare Recupero del passato e un futuro da costruire

Recupero del passato e un futuro da costruire

È stata una delle vicende più torbide degli ultimi trent'anni. Le motivazioni dell'affondamento degli aliscafi gemelli, Svalan e Tartan, non sono mai state chiarite del tutto, nonostante le inchieste giudiziarie. L'unico dato certo è che 26 anni fa Messina, suo malgrado, si trovò al centro di un grande intrigo internazionale, nell'ambito dell'infuocato scacchiere mediterraneo e delle tensioni belliche mediorientali. L'attentato che provocò la simultanea esplosione, e il successivo affondamento, dei due mezzi navali ancorati in posti diversi del nostro porto (l'uno davanti ai Cantieri Rodriquez nella Zona falcata, l'altro a una boa prospiciente la Batteria Masotto alla Passeggiata a mare), fu un'opera di chirurgica precisione.


La cabina passeggeri con le poltroncine ancora al proprio posto

All'alba di quel 30 gennaio 1986 entrarono in azione "uomini rana" che avrebbero agito, nonostante le smentite di rito, in nome e per conto del potentissimo Mossad (i servizi segreti israeliani). Gli aliscafi, che erano in riparazione alla Rodriquez, battenti bandiera cipriota, erano diventati un obiettivo sensibile perché sarebbero stati utilizzati da una fazione palestinese per il trasporto di armi da Limassol (Cipro) al Libano. La pista israeliana fu prospettata dal Time di New York e si scoprì che l'armatore a capo della società cipriota era un libanese di origini palestinesi, vicino all'Olp di Arafat. Inquietanti scenari, insomma, con Messina trasformata, suo malgrado, in "teatro di guerra".


Gli squarci procurati dagli ordigni che hanno affondato lo Slavan

Le recenti ricerche subacque consentono di riportare a galla (in senso metaforico) storie dimenticate, che fanno parte di un passato più o meno lontano e che possono offrire spunti interessanti di di riflessione. La Gazzetta, nel mettere a disposizione dei propri lettori gli esiti delle campagne meritoriamente condotte dalla Soprintendenza del Mare e da Ecosfera Diving, si è posto un duplice obiettivo: informare e avviare un'opera di sensibilizzazione nei confronti dell'intera città, affinché si comprenda l'importanza di valorizzare tutto il bagaglio di conoscenze sui tesori e sui misteri custoditi nelle acque dello Stretto.


La plancia di comando con gli strumenti ben visibili

E' l'unico modo per valorizzare tutto ciò è predisporre gli atti per l'istituzione di un grande Museo del Mare, non confinato in una angusta stanzetta con qualche reperto a mo' di soprammobile, ma concepito come un polo storico-archeologico-culturale moderno, dotato di tutte le più sofisticate attrezzature tecnologiche, in grado di attrarre adulti e bambini con servizi interattivi e aree giochi. È la strada tracciata dal Museo del Mare di Genova (il "Galata"), nel contesto della riqualificazione del porto storico con al centro il più importante e visitato Acquario d'Europa. Messina ha la Zona falcata, la Fiera, le aree di Maregrosso: è solo una questione di volontà.

Lucio D'Amico

Fonte Gazzetta del Sud del  18 agosto 2012


 

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