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L’albero ingabbiato.
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di Paolo Ullo

Ci vuole poco, quasi niente, per rendere accogliente, gradevole alla vista, ogni angolo della Città; oltre ad una certa predisposizione al bello, all’utile e al decoro, occorre anche la volontà di rimboccarsi le maniche ed agire. Ed è quello che ho fatto l’Estate scorsa, sfoltendo un groviglio di polloni radicali di un tiglio divelto dai soli ignoti. Ho ridato dignità di albero al più lungo pollone legandolo ad un palo di pioppo, conficcato nella ceppaia dopo averla perforata con uno “storico” e pesantissimo palo di ferro. L’uso di questo strumento lo riservo anche a quegli alberi spezzati per un imprudente manovra di posteggio, nella speranza che la sua rara caratteristica possa servire a dimenticare e chiedere scusa alla famiglia degli alberi per l’incidente capitato al solito ignoto. Con quell’attrezzo sulle spalle, simile ad uno dei sette nani, avrò suscitato curiosità in chi mi vedeva passare, col rischio di travalicare le competenze degli addetti al servizio di giardinaggio.

Tranquillizzo i presenti delle mie buone intenzioni e comincio ad armeggiare con quel “bottino di guerra”… Sì perché il mio palo di ferro è venuto dall’America, al seguito dell’esercito U.S.A., dopo lo sbarco in Sicilia, e abbandonato in un punto strategico dei Monti Peloritani. Da strumento di guerra l’ho trasformato in strumento di pace, piantando alberi. La missione è perfettamente riuscita e, simbolicamente, consegno in custodia al tabaccaio Giovanni un bene collettivo, come lo sono tutti gli alberi. Giovanni è contento ed io di più, come dopo una buona azione quotidiana, quasi in incognito, senza la claque dei gesti plateali. Non avevo bisogno di applausi, né c’era bisogno che lo facessi sapere a tutti, almeno fino a quando il solito ignoto, e stavolta non per un incidente automobilistico, per soddisfare la sua prurigine alle mani, ha spezzato la cima del pollone radicale.


Dopo qualche irripetibile imprecazione contro il “solito ignoto”, mi riprendo, faccio le mie solite considerazione e si rafforza in me la convinzione che un ladro, forse, e sottolineo forse, anche se non è così, forse ruba per bisogno o necessità. Ma il vandalo perché distrugge tutto ciò che gli capita per le mani o i piedi?! Prurigine, voglia di protagonismo o autolesionismo, non sarà certo questo sfogo a far cambiare la rotta ad una demenza sempre più dilagante. Tutte queste parole per un albero; tanto, è un albero!…Già, è solo un albero, ma qualche “solito ignoto”, non più ignoto, è andato oltre, oltre ogni limite, giustificando la sua bravata con un “Tanto!… Era uno straniero!…”.

Torniamo alle scaramucce di casa nostra; prima che il vandalismo nostrano sconfini nell’inaccettabile, non mi arrendo e con delle forbici da potatore recido il pollone spezzato, che riprenderà la sua corsa verso il cielo 20 centimetri più in basso. Mostro il rametto spezzato a Giovanni che non riesce a trattenere una raffica di “male parole”; il suo motorino, posteggiato a protezione del pollone radicale, non è bastato a fare la guardia ad un patrimonio collettivo, né il tabaccaio può stare fuori a fare sorveglianza armata. Quasi sentendosi in colpa, lancia una sfida, segnalandomi altri due vuoti da riempire con alberi, nascosti da auto e cassonetti in sosta. D’istinto, garbatamente, rinuncio a fare l’eroe solitario, non perché la cosa mi spaventi: con il mio palo di ferro “bottino di guerra”, che per sollevarlo bisogna impugnarlo con due mani, potrei piantare anche due Sequoie Giganti della California.

Ho detto no a Giovanni perché i due alberi mancanti, se patrimonio di tutti devono essere, dovranno essere piantati con la solennità di un rito religioso, nella speranza che il “solito ignoto” si converta o si gratti da un’altra parte. Piantare un albero è un atto d’amore, intimo, che non ha bisogno della teatralità che questo scritto potrà suscitare. Non è mia intenzione delegare a nessuno le attenzioni al territorio che mi circonda, ma se qualcuno avrà bisogno del mio palo di ferro “americano”, si faccia avanti, fermo restando che sarò io a manovrarlo, per evitare che se ne faccia un uso improprio. Buona fortuna al tiglio spezzato, un giorno potrebbe ricambiarci come un figlio, figlio di tutti anche del “solito ignoto”.

Sulla scia delle attenzioni che da sempre riservo agli alberi, non posso restare indifferente di fronte ai Platani ingabbiati, nel tratto di Viale San Martino fra la Via Tommaso Cannizzaro e la Via Primo Settembre. Sono stato più volte tentato di liberarli dalla “Cintura di Castità”, “Vergine di Norimberga” o altri simili oggetti di torture medioevali; ma a differenza di un armeggio da contadino nel mio villaggio, con il mio palo di ferro “americano”, un intervento con cesoie, fiamme ossidriche, sul Viale San Martino, o dovunque un albero abbia bisogno di cure particolari, potrebbe farmi passare per ladro di materiale ferroso o procurarmi rogne da cittadino, che si sostituisce agli organi competenti.

…E chi sono costoro che da anni non si accorgono di alberi che potrebbero morire per asfissia?... In questa Città che si annuncia un intervento di potatura con una conferenza stampa, alla prossima strombazzata, che fa passare interventi ordinari alla vegetazione spontanea e non, per una gentile concessione alla cittadinanza, mi auguro che possa trovare posto la liberazione degli alberi prigionieri. Chiedo perdono agli alberi della Città se, per adesso, mi limito ad invocare aiuto al posto loro; non voglio passare per pazzo e provocare ulteriore discredito alla Città con azioni plateali, da dare in pasto agli organi di informazione. In attesa del prossimo, tanto atteso Primo Cittadino, relativo Consiglio Comunale ed addetti all’arredo urbano, se non fosse per la teatralità dell’operazione, potrei armarmi di coraggio e, come Don Chisciotte, lanciarmi in loro difesa o contro i Mulini a Vento, che è la stessa cosa.

Ullo Paolo

 


 

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