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I rifugi antiaerei
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Rifugio Santa Maria in via Protonotaro.

Lo sviluppo principale dei rifugi antiaerei è stato durante la seconda guerra mondiale, quando appunto i bombardamenti strategici sulle città venivano effettuati in pratica quotidianamente.

Nelle grandi città, i rifugi antiaerei erano creati maggiormente nei sotterranei dei palazzi, adibiti a ricovero; questi erano indicati all'esterno da una R, che indicava appunto la presenza del rifugio nei sotterranei di quel palazzo alla popolazione. Lo stile delle R variava spesso da città a città, ed in genere erano accompagnate da una freccia.


Rifugio Cappellini in Contrada Scoppo

È ancora oggi possibile trovare questi segnali sui muri di molte città italiane. Oltre alle R,che indicavano l'ingresso, è possibile trovare altri tipi di indicazioni sui muri come le uscite di sicurezza, le prese di aerazione, gli idranti, eccetera.

La realizzazione di questi segnali era compito dell'Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA),che si occupava anche di gestire l'afflusso nei rifugi e le operazioni di soccorso.


Una delle sale all'interno del rifugio Cappellini

I rifugi realizzati nei sotterranei dei palazzi non erano adatti a proteggere da eventuali "centri" diretti delle bombe: in molti casi, infatti, poteva capitare che il palazzo sopra di essi crollasse, seppellendo i rifugiati; i rifugi sottostanti ai palazzi erano per lo più adatti a proteggere dai mitragliamenti e dagli spezzonamenti.


Servizi igienici all'interno del rifugio Cappellini

I rifugi in galleria e gli altri tipi di rifugi, realizzati in spazi esterni, proteggevano maggiormente dal pericolo delle bombe. Talvolta si faceva uso di sotterranei molto più antichi: è il caso di Napoli, ricca di cavità da dove si attingeva il tufo fin dai tempi degli antichi Greci, prontamente convertite al nuovo uso.


Rifugio Cappuccini sul viale Regina Margherita

Non mancavano poi i bunker di superficie allestiti per proteggere lavoratori di posti di lavoro come ad esempio la galleria recentemente riscoperta e restaurata all'interno del Comando della Marina Militare di Messina e dell'Ospedale Militare.


Il logo disegnato da Aurora Caruso per ricordare il 70° anniversario dei bombardamenti


A Messina esistevano tre rifugi importanti in Galleria: Santa Marta/Santa Maria, Cappellini e Cappuccini. Il ministero dei Lavori Pubblici finanziò la costruzione di ulteriori ricoveri antiaerei a fondo Martinez, fondo Ruggeri, Noviziato e rione Marinaro.

Messina nel 1943 subì 4 bombardamenti navali e 2.805 bombardamenti aerei. Nel periodo compreso fra il 29 luglio e il 17 agosto 1943, si registrò il maggior numero di incursioni. La città, nella prima settimana di agosto, fu attaccata 121 volte di giorno e 225 di notte; dall’8 al 17 agosto ben 576 sortite e 1883 incursioni con i cacciabombardieri. Complessivamente furono sganciate 6.542 tonnellate di esplosivo. Le conseguenze per Messina furono luttuose. Furono colpiti quasi tutti gli edifici pubblici, quartieri residenziali, ospedali, chiese, impianti industriali, strade rese intransitabili e un patrimonio boschivo sui Monti Peloritani devastato dalle fiamme.


Un terribile bombardamento su Messina contro le atrezzature portuali e ferroviarie

Le Fortezze Volanti bombardavano per colpire principalmente la zona portuale, la ferrovia, le invasature delle navi traghetto. Non fallirono quasi mai l’obiettivo ma non poterono evitare che le bombe devastassero la città colpendo le aree edificate in centro e in periferia che furono più colpite dei bersagli militari.  Alla fine dell’offensiva aerea del 1943 la città non sembrava notevolmente sfigurata, malgrado le migliaia di bombe di ogni calibro e da tutti gli spezzoni incendiari ricevuti. Messina aveva dimostrato di essere una città costruita in solida muratura secondo le più rigide norme antisismiche. Con le palazzine costruite su due piani, suddivise in isolati sempre di pochi piani, le strade ampie e dritte che fungevano da tagliafuoco e evitando così la propagazione degli incendi.

La città era stata colpita duramente e inesorabilmente svuotata. I piloti degli aerei attaccanti, definirono Messina “Città Fantasma” perché dall’alto le case apparivano sempre intatte ma in realtà la città era svuotata all’interno e quasi simile a quella in cui fu ridotta con il terremoto del 28 dicembre 1908.Ancora oggi, dopo settanta anni, è difficile stabilire fino a che punto la devastazione contribuì alla vittoria degli Alleati nel Mediterraneo in considerazione che la porta della Sicilia restò sempre aperta al traffico militare.

Nel rifugio Santa Maria o Santa Marta (la galleria rifugio ha due ingressi) migliaia di persone vissero per quasi sette mesi in condizioni imposibili e umilianti uscendo dalla galleria solo ad incursioni terminate per respirare aria pulita e per trovare qualcosa da mangiare.

Galleria fotografica della mostra fotografica organizzata e curata da Pippo Lombardo sui bombardamenti

 

UNPA

L'UNPA, acronimo di Unione Nazionale Protezione Antiaerea, è una organizzazione di protezione civile istituita il 31 agosto 1934.

Successivamente fu riorganizzata con il Regio Decreto n.1062 del 14 maggio 1936, che ne stabiliva il funzionamento in tempo di pace e prevedeva l'eventuale controllo del Ministero della Guerra in caso di conflitto.

La partecipazione alle attività di prevenzione e salvataggio fu basata sul volontariato fino al 18 giugno 1940, quando l'istituzione venne militarizzata, dopo l'entrata in guerra dell'Italia.

Nelle città l'organizzazione della protezione dei civili era basata su rifugi ricavati nelle cantine delle abitazioni. Allo scopo di facilitare l'uso degli stessi e l'eventuale soccorso di quelli che vi erano dentro, furono dipinte delle indicazioni sui muri indicanti la posizione di idranti, pozzi, ingressi e uscite di sicurezza dei rifugi.


Rifugio all'interno dell'Arsenale  Militare

In ogni palazzo un inquilino veniva nominato capo fabbricato con l'incarico di far rispettare l'ordine di ricovero di tutti i presenti nell'edificio, al suono della sirena d'allarme, nel rifugio, e la permanenza degli stessi nel rifugio fino alla sirena con segnale del cessato allarme. Ciascun edificio doveva rispettare le direttive emanate dall'UNPA, comprendenti particolari disposizioni per ridurre il rischio d'incendio in caso di bombardamenti.


Interno del rifugio all'interno dell'Arsenale Militare

In particolare, era disposto lo sgombero dei materiali combustibili depositati nei sottotetti, ed il posizionamento di materiali ed attrezzature per l'estinzione dei principi d'incendio (estintori, secchi d'acqua, sabbia e terra per il soffocamento degli ordigni incendiari, attrezzi come pale e picconi).

La maggior parte delle abitazioni era dotata di tetto con struttura in legno, particolarmente vulnerabile all'azione dei temibili spezzoni incendiari, detti ordigni contenevano metalli combustibili non estinguibili con acqua o schiuma.

 

Altre persone svolgevano servizi simili nei rifugi pubblici, o anche presso i rifugi creati presso i luoghi di lavoro.

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Simulazione dall'arme nel rifugio all'interno dell'Arsenale Militare


In seguito ai bombardamenti alleati che colpirono duramente l'Italia durante la seconda guerra mondiale, soprattutto nelle fasi finali, l'UNPA esercitò un ruolo rilevante nel soccorso dei civili sepolti dalle macerie. Numerosissimi sono i racconti degli scampati ad un bombardamento nei quali vengono ricordati i volontari dell'organizzazione mentre prestavano soccorso.

L'UNPA fu sciolta con la caduta della Repubblica Sociale Italiana.

Pippo Lombardo

 


 

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