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Per non dimenticare "Portella della Ginestra"
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Renato Guttuso - Portella della Ginestra

Dopo anni di sottomissione a un potere feudale, sorretto dal fascismo e dalla mafia, la Sicilia stava vivendo una fase di rapida crescita sociale e politica - Nell’autunno 1944 un grande movimento organizzato aveva conquistato il diritto di occupare e avere in concessione le terre incolte o mal coltivate del latifondo - Intimidazioni ed esecuzioni erano delegate al banditismo separatista, sotto la guida di Salvatore Giuliano.

Nella storia più che secolare del Primo maggio in Italia la pagina più sanguinosa venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra. Gia, in Sicilia, in tutta la Sicilia, il 1° Maggio, festa dei lavoratori, insieme alle manifestazioni che si tengono in ogni città dell’isola, il ricordo di quella strage è fortissimo. Allora vale la pena raccontare la storia di quell’orrore, magari ai pochi che, stranamente, non la conoscono e ai giovani. Ricordando a loro ma, sopratutto, a tutti noi che un Popolo immemore della propria storia e delle proprie tragedie, inevitabilmente, sarà destinato a riviverle:

Riprendendo una consuetudine risalente all’epoca dei Fasci siciliani e interrotta dal fascismo, a Portella della Ginestra, erano convenuti i contadini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Circa duemila persone – uomini, donne, bambini e anziani, erano giunte a dorso di mulo, a bordo di carretti e anche a piedi, portandosi dietro le bandiere, gli strumenti musicali, cibo e dolci.
Si predisponevano a una festa, avendo motivo di rallegrarsi. Dopo anni di sottomissione a un potere feudale, sorretto dal fascismo e dalla mafia, la Sicilia stava vivendo una fase di rapida crescita sociale e politica. Con la fine della dittatura e il ripristino delle libertà, mentre cadevano i secolari privilegi di pochi, le masse contadine vedevano finalmente realizzarsi le loro aspirazioni.

Dopo lo sbarco degli alleati, già nell’autunno 1944 un grande movimento organizzato aveva conquistato il diritto di occupare e avere in concessione le terre incolte o mal coltivate del latifondo. Uno sconvolgimento così radicale sul piano dei rapporti sociali non poteva non riflettersi sugli equilibri politici. Le elezioni del 20 aprile 1947 per l’Assemblea regionale siciliana avevano visto l’affermazione del Blocco del popolo e la secca sconfitta della Democrazia cristiana. L’offensiva del movimento contadino e il prevalere delle forze di sinistra suscitarono l’allarme di chi vedeva minacciato il proprio potere ritenuto intoccabile.

La reazione degli agrari era stata rabbiosa e cruenta e si era diretta in particolare contro i sindacalisti, i capi lega, i dirigenti dei partiti della sinistra. Intimidazioni ed esecuzioni erano delegate al banditismo separatista che, sotto la guida di Salvatore Giuliano, divenne il braccio armato della controffensiva reazionaria. Nonostante i colpi ricevuti, il movimento contadino non si era piegato e allora qualcuno ritenne giunto il momento di sferrare il colpo decisivo.

L’occasione sarebbe stata offerta dalla manifestazione del Primo maggio, anche perché il luogo in cui si sarebbe svolta si prestava particolarmente a un agguato. La piana di Portella della Ginestra era infatti dominata dai monti Cumeta e Pizzuta e da lì sarebbe stato facile aprire il fuoco con le mitragliatrici contro la folla esposta ai colpi e senza possibilità di riparo.


Fotografia d'epoca di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947

Tutto venne predisposto con cinica cura e per l’occasione la banda Giuliano era stata rinfoltita con alcuni giovani prezzolati. Il primo oratore, Giacomo Schirò, aveva appena iniziato a parlare quando si udì un crepitìo di colpi. Non tutti si resero ben conto di quanto stava accadendo e qualcuno pensò si trattasse di intempestivi mortaretti fatti esplodere in segno di festa. A qualcun altro tornarono forse alla mente le oscure e inquietanti parole ascoltate in paese: “Partite cantando, tornerete piangendo”. Alla vista degli animali abbattuti e delle prime persone colpite fu chiara a tutti la tragedia che si stava compiendo. Il terrificante bilancio della sparatoria fu di undici morti e oltre cinquanta feriti - Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.

Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, colonnello dell'E.V.I.S.. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con i mafiosi".

Nel 1949 Giuliano scrisse una lettera ai giornali, in cui affermava lo scopo politico della strage. Questa tesi fu smentita dall'allora ministro degli Interni Mario Scelba. Nel 1950, il bandito Giuliano fu assassinato dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì avvelenato in carcere quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage. Attualmente vi sono forti dubbi che Pisciotta fosse l'autore dell'omicidio, come è stato fatto osservare nella trasmissione Blu notte ed emerge dal lavoro di Alberto Di Pisa e Salvatore Parlagreco. L’episodio, che resta ancora oscuro, porta i segni della collusioni fra la mafia e le forze reazionarie dell’isola.

Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto, e identificò in Salvatore Giuliano e nella sua banda gli unici responsabili.

Il processo del 1951, dapprima istruito a Palermo, poi spostato a Viterbo per legittima suspicione, si concluse con la conferma di questa tesi, con il riconoscimento della colpevolezza di Salvatore Giuliano (morto il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e con la condanna all'ergastolo di Gaspare Pisciotta e di altri componenti la banda. Pisciotta durante il processo, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse sui presunti mandanti politici della strage. Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: L'onorevole deputato democristiano on. Bernardo Mattarella, l'onorevole deputato regionale Giacomo Cusumano Geloso, il principe Giovanni Alliata di Montereale, l'onorevole monarchico Tommaso Leone Marchesano e anche il signor Scelba. Queste le pesanti dichiarazioni.

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Un filmato inedito di RAI 3

La seconda ipotesi fu quella sostenuta da Girolamo Li Causi in sede parlamentare, dalle forze di sinistra e dalla CGIL, secondo la quale il bandito Giuliano era solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali.

In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:

Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi?


Il Memoriale di Portella delle Ginestre

E' una originale sistemazione naturale-monumentale del luogo, situato nella contrada omonima di Piana degli Albanesi. La sistemazione monumentale di Portella della Ginestra è un'opera di Land Art (arte della terra, del territorio) di cui vi sono altri svariati esempi nel mondo. Il Memoriale è stato progettato e realizzato tra il 1979-1980 da Ettore de Conciliis, pittore e scultore, con la collaborazione del pittore Rocco Falciano e dell'architetto Giorgio Stockel.

L'opera, a carattere non effimero né ideologico, è stata immersa nella natura e nel paesaggio per evitare di chiudere la memoria della strage in un blocco architettonico o in un chiuso gruppo di figure. Andando oltre le sistemazioni monumentali concepite in modo più tradizionale, l'artista ha tentato di imprimere un gigantesco e perenne segno della memoria sul pianoro sassoso di Portella della Ginestra. Un muro a secco fiancheggiato da una tipica trazzera, per una lunghezza di circa 40 metri, taglia la terra, come una ferita, nella direzione degli spari.

Tutt'intorno, per un'area di circa un chilometro quadrato, dove vi furono i caduti del 1º maggio 1947, si innalzano grandi massi in pietra locale, alti da 2 a 6 metri, cavati sul posto della pietraia. Uno di essi è il masso di Nicola Barbato, da dove il prestigioso dirigente Arbëreshë dei Fasci Siciliani dei Lavoratori era solito parlare alla sua gente. Altri figurano sinteticamente corpi, facce e forme di animali caduti. In altri due sono rispettivamente incisi i nomi dei caduti e una poesia. Una nuova opera di Ettore de Conciliis prevede un altro grande masso, sempre in pietra locale, con incisa una poesia in lingua albanese.


Il bandito Salvatore Giuliano (1922-1950)

Chi era Salvatore Giuliano

Salvatore Giuliano (Montelepre, 16 novembre 1922 – Castelvetrano, 5 luglio 1950) è stato un criminale italiano. Per alcuni mesi sfruttò la copertura dell'EVIS, il braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano attivo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ma il suo nome resta principalmente legato alla strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), in cui morirono undici persone e altre 27 rimasero ferite.

Il padre, suo omonimo, costretto ad emigrare negli Stati Uniti, a più riprese riuscì a comprare diversi pezzi di terra nei dintorni del paese. Infine rimpatriò, proprio nell'anno di nascita di Salvatore, per occuparsi della loro coltivazione.

Il giovane Salvatore, finite le elementari, andò ad aiutare il padre. In verità avrebbe preferito il commercio, ma non si sottraeva al suo dovere anzi trovava il tempo per continuare gli studi. Spesso finito il lavoro, andava dal prete del paese o da un suo ex insegnante.

Fu una figura molto controversa: dopo aver lavorato come fattorino per una società elettrica, si dedicò al mercato nero, specialmente al commercio di grano, durante l'occupazione alleata; la sua latitanza inizia il 2 settembre 1943 quando, fermato ad un posto di blocco dei Carabinieri mentre trasportava due sacchi di frumento (80 kg) caricati su un cavallo, gli vengono sequestrati cavallo e frumento; Giuliano reagì uccidendo il giovane carabiniere con la sua pistola e si diede alla macchia.


Poesia di Ignazio Buttitta scolpit sulla pietra

Il 23 dicembre 1943 Giuliano uccise il carabiniere Aristide Gualtiero a colpi di mitragliatrice perché incappò in un rastrellamento della sua famiglia a Montelepre, la quale era sospettata di dargli asilo; nel gennaio 1944 Giuliano riuscì a fare evadere numerosi suoi parenti e altri detenuti dalla prigione di Monreale, i quali costituirono il primo nucleo della sua banda. In questa fase, Giuliano e la sua banda compirono numerose rapine e sequestri a scopo di estorsione ai danni di ricchi agricoltori, commercianti ed imprenditori con la complicità di Ignazio Miceli, capo della cosca mafiosa di Monreale, che fornì il suo vice Benedetto Minasola alla banda Giuliano come tesoriere e depositario di numerose persone sequestrate.

Nella primavera 1945 Giuliano s'incontrò con alcuni leader del Movimento Indipendentista Siciliano, tra i quali c'erano Concetto Gallo e il figlio del barone Lucio Tasca Bordonaro; Giuliano chiese dieci milioni di lire per entrare nell'EVIS, il progettato esercito separatista, che gli furono concessi insieme al grado di "colonnello" e la promessa di armi e munizioni. Dopo questi accordi, Giuliano iniziò la guerriglia contro le autorità, compiendo imboscate e assalti alle caserme dei carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Montelepre e Borgetto, alcune delle quali furono anche occupate. In questo periodo, Giuliano riuscì a costruirsi un'immagine da Robin Hood, continuando però a compiere numerose rapine e sequestri.


La Domenica del Corriere copertina di Walter Molino.
Zuffa tra Pisciotta e il coimputato Genovesi durante
il processo per i fatti di Portella delle Ginestre.

Per contrastare Giuliano, fu costituito l'Ispettorato generale di polizia in Sicilia, che però non attuò il suo compito perché i suoi dirigenti intrecciarono rapporti con il bandito e protessero la sua latitanza, attraverso il boss Ignazio Miceli. Nel gennaio 1946 la banda Giuliano attaccò la sede della Radio di Palermo.

Nel 1946 il Movimento Indipendentista Siciliano decise di entrare nella legalità e di partecipare alle elezioni per l'Assemblea Costituente. Il separatismo scemò con il riconoscimento dello Statuto speciale siciliano conferito dal Re Umberto II alla Sicilia nel maggio 1946, 17 giorni prima del referendum che trasformerà l'Italia in Repubblica, e divenne parte integrante della Costituzione Italiana (legge costituzionale n° 2 del 26/02/1948). Con l'amnistia del 1946 per i reati politici, i separatisti lasciarono la banda di Giuliano, che continuò i sequestri e gli attacchi contro le caserme dei Carabinieri e le leghe contadine. Le imprese di Giuliano, da allora, furono trasmesse all'opinione pubblica non più come azioni di guerriglia ma come veri e propri atti di criminalità comune, di "brigantaggio", compresi i sequestri.


Un murale commemorativo della strage di Portella della Ginestra

La strage di Portella della Ginestra

Nella primavera del 1947 Giuliano rilasciò un'intervista al giornalista americano Michael Stern, che riuscì a raggiungerlo nel suo rifugio sui monti di Montelepre, dove lo fotografò. L'intervista fu rilasciata pochi giorni prima della strage di Portella della Ginestra e in quell'occasione il bandito consegnò al giornalista una lettera per il presidente Harry Truman, in cui chiedeva aiuti e armi per l'indipendenza della Sicilia, vaneggiando un'annessione agli Stati Uniti d'America. Il contatto con il latitante Giuliano rese Stern sospetto di essere al servizio dell'OSS, il servizio segreto statunitense dell'epoca.

Il 1º maggio 1947, presso Portella della Ginestra, duemila lavoratori, in prevalenza contadini, si erano riuniti per festeggiare la vittoria della coalizione PSI - PCI, riunita in un Blocco del Popolo, nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, dove aveva aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti); improvvisamente la banda Giuliano iniziò a sparare sulla folla dai monti circostanti: furono uccise undici persone mentre altre 27 rimasero ferite.


Copertina della Domenica del Corriere di Walter Molino
‎Una drammatica udienza del processo per la strage
di Portella delle Ginestre, alle Assise di Viterbo.

Subito dopo il massacro di Portella, il mafioso Ignazio Miceli e Domenico Albano, capo della cosca di Borgetto, consegnarono una dichiarazione scritta di Giuliano a Ciro Verdiani, ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia che proteggeva la latitanza del bandito, e lo accompagnarono all'incontro con Giuliano a Castelvetrano, a cui era presente anche il suo luogotenente Gaspare Pisciotta. Nell'estate 1947 la banda Giuliano incendiò e devastò con mitra e bombe a mano le sedi delle leghe contadine del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Pioppo, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando un morto e numerosi feriti; sui luoghi degli attentati venivano lasciati dei volantini firmati dallo stesso Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo.

Consapevole di essere divenuto ormai scomodo a tanti che lo avevano sostenuto, Giuliano cominciò a fare una serie di allusioni sui rapporti da lui intrattenuti con noti esponenti politici, tra cui l'onorevole Mario Scelba, citato in una lettera inviata da Giuliano al quotidiano L'Unità nel 1948. Nello stesso tempo la banda Giuliano uccise Santo Fleres, capo della cosca di Partinico, e altri cinque mafiosi locali; l'8 luglio 1949 la banda Giuliano assassinò Leonardo Renda, segretario della Democrazia Cristiana di Alcamo, per vendicarsi del tranello architettato mesi prima ai loro danni da Renda stesso, che aveva nascosto il bandito e poi aveva avvertito la polizia per catturarlo ma lui era riuscito a fuggire.

Il 19 agosto 1949 avvenne una seconda strage, quella di Bellolampo-Passo di Rigano ad opera di Giuliano, nella quale persero la vita sette carabinieri e 11 rimasero feriti , tra cui il colonnello Ugo Luca. Pochi giorni dopo fu decisa la costituzione del Comando forze repressione banditismo, con Luca al comando.

Gli uomini del colonnello Luca si accordarono segretamente con il boss Ignazio Miceli e il suo vice Benedetto Minasola, che gli consegnarono numerosi membri della banda Giuliano: nella primavera 1950 venne ucciso dai Carabinieri in uno scontro a fuoco il bandito Rosario Candela e venne catturato il suo sodale Frank Mannino, detto «l'americano», attirato in una trappola proprio da Minasola.

Il 5 luglio 1950 Giuliano venne ritrovato morto nel cortile della casa di un avvocato di Castelvetrano: un comunicato del Ministero degli Interni annunciò ufficialmente che era stato ucciso in un conflitto a fuoco avvenuto la notte precedente con un reparto di Carabinieri alle dipendenze del capitano Antonino Perenze, un uomo del colonnello Luca; però sulla fine del bandito apparvero subito diverse incongruenze della versione degli inquirenti. Infatti il giornalista de L'Europeo Tommaso Besozzi pubblicò un'inchiesta sull'uccisione di Giuliano dal titolo Di sicuro c'è solo che è morto, nella quale mise in luce le incongruenze della versione data dai Carabinieri sulla morte del bandito e indicò come assassino di Giuliano, Gaspare Pisciotta, il quale era segretamente diventato un informatore del colonnello Luca prima della morte di Giuliano.

Al processo per il massacro di Portella della Ginestra tenutosi a Viterbo, Pisciotta si autoaccusò dell'omicidio di Giuliano e accusò anche gli onorevoli Bernardo Mattarella, Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano ed anche Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella, dichiarando: “Servimmo con lealtà e disinteresse i separatisti, i monarchici, i democristiani e tutti gli appartenenti a tali partiti che sono a Roma con alte cariche, mentre noi siamo stati scaricati in carcere. Banditi, mafiosi e carabinieri eravamo la stessa cosa”. Come emerso dalle dichiarazioni di Pisciotta al processo, Giuliano fu da lui ucciso nel sonno nella casa di Castelvetrano dove si nascondeva e il cadavere sarebbe poi stato trasportato nel cortile della casa stessa, dove gli uomini del colonnello Luca e del capitano Perenze inscenarono una sparatoria mentre Pisciotta si dava alla fuga.

Nel 1954 Pisciotta fu avvelenato nel carcere dell'Ucciardone con un caffè alla stricnina, prima di rendere la sua testimonianza sulla strage di Portella della Ginestra al procuratore Pietro Scaglione.

Sulla morte di Giuliano esistono almeno cinque differenti versioni ed il segreto di stato fino al 2016. Alcuni, come lo storico Giuseppe Casarubea addirittura sostengono che il Giuliano morto in Sicilia fosse in realtà il fratello o un sosia, e che il vero Salvatore fu fatto fuggire all'estero oppure divenne latitante e fu ucciso solo alcuni anni più tardi, in un bar di Napoli, con un caffè al cianuro.

Secondo un'ultima ipotesi, al posto del bandito fu ucciso, forse intenzionalmente, un suo sosia, per essere poi tumulato al suo posto. Per queste ragioni lo studioso Giuseppe Casarrubea ha chiesto alla Procura di Palermo di riaprire la bara tumulata nella cappella della famiglia Giuliano a Montelepre per accertarne l'identità; la riesumazione è avvenuta il 28 ottobre 2010 ma l'esame del DNA e gli accertamenti medico-legali hanno confermato che i resti sepolti nella tomba della famiglia Giuliano appartengono realmente al bandito e quindi l'inchiesta è stata archiviata.


Chi era Gaspare Pisciotta

Gaspare Pisciotta (Montelepre, 5 marzo 1924 – Palermo, 9 febbraio 1954) è stato un criminale italiano, personaggio della storia siciliana del secondo dopoguerra.

Gaspare Pisciotta era compagno e amico del bandito siciliano Salvatore Giuliano e considerato il vice di Giuliano nella banda omonima. È noto per essere stato uno dei partecipanti alla strage di Portella della Ginestra del 1º maggio 1947. È considerato il responsabile dell'uccisione del bandito Salvatore Giuliano.

Gaspare Pisciotta nacque a Montelepre nella Sicilia occidentale nel 1924. Contrariamente a quanto è largamente ritenuto, lui e Salvatore Giuliano non erano cugini ma si conobbero da bambini e diventarono amici da ragazzi. Mentre Giuliano rimase a Montelepre durante la guerra, Pisciotta si arruolò nell'esercito e fu catturato mentre combatteva contro i tedeschi. Fu rilasciato nel 1945, malato di tubercolosi, e ritornò in Sicilia dove si unì alla campagna separatista di Giuliano, diventando uno dei membri fondatori della banda.

Poco dopo la morte di Salvatore Giuliano, avvenuta il 5 luglio 1950, Pisciotta fu catturato e incarcerato. In carcere fece la sorprendente rivelazione che fu lui ad uccidere Giuliano nel sonno, un'affermazione che contraddiceva la versione delle forze dell'ordine che Giuliano fosse stato ucciso dal capitano dei Carabinieri Antonio Perenze in uno scontro a fuoco a Castelvetrano. Sosteneva di aver ucciso Salvatore Giuliano dietro istruzioni del Ministro dell'Interno Mario Scelba e di aver raggiunto un accordo con il colonnello Luca, comandante delle forze anti-banditismo in Sicilia, di collaborare, a condizione che non fosse condannato e che Luca sarebbe intervenuto in suo favore qualora fosse stato arrestato.

Al processo per il massacro di Portella della Ginestra, Pisciotta dichiarò: "Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: il deputato DC Bernardo Mattarella, il principe Alliata, l'onorevole monarchico Marchesano e anche il signor Scelba… Furono Marchesano, il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…". Ciononostante Mattarella, Alliata e Marchesano, in un processo sul loro supposto ruolo nell'evento, furono dichiarati innocenti dalla Corte di Appello di Palermo. Durante il processo Pisciotta non poté confermare le accuse presenti nella documentazione di Giuliano nella quale questi nominava il Governo Italiano, gli alti ufficiali dei Carabinieri e i mafiosi coinvolti nella sua banda. E ancora: “Servimmo con lealtà e disinteresse i separatisti, i monarchici, i democristiani e tutti gli appartenenti a tali partiti che sono a Roma con alte cariche, mentre noi siamo stati scaricati in carcere. Banditi, mafiosi e carabinieri eravamo la stessa cosa”.

Fu condannato all'ergastolo e ai lavori forzati; gran parte degli altri 70 banditi incontrarono la stessa sorte. Altri erano in libertà, ma uno per uno scomparirono tutti. Quando Pisciotta si accorse di essere stato abbandonato da tutti e fu condannato, dichiarò che avrebbe raccontato tutta la verità, in particolare su chi firmò la lettera che fu recapitata a Giuliano il 27 aprile 1947, che commissionava il massacro di Portella della Ginestra in cambio della libertà per tutti i membri della banda, e che Giuliano distrusse immediatamente.

La madre di Salvatore Giuliano sospettò Pisciotta come un potenziale traditore del figlio prima che lo stesso fosse assassinato, benché Giuliano le avesse scritto: "...noi ci rispettiamo come fratelli...". Se la testimonianza di Pisciotta fu vera, Giuliano non sospettò nulla fino alla sua morte.


La bara con il corpo di Gaspare Pisciotta viene restituita al familiari

In prigione, Pisciotta capì che la sua vita era in pericolo. Venne scritto che egli disse: “Uno di questi giorni, mi uccideranno” tanto che rifiutò di dividere la cella con qualcuno prima della sentenza del processo. Secondo alcuni, Gaspare aveva un piccolo passero al quale faceva mangiare il cibo prima di mangiarlo a sua volta, per paura di essere avvelenato, e non mangiava il cibo del carcere ma soltanto quello preparato da sua madre e che gli veniva recapitato in cella. In ogni caso la mattina del 9 febbraio 1954, Gaspare prese un preparato vitaminico che egli stesso sciolse nel caffè. Quasi immediatamente venne colpito da lancinanti dolori addominali e, nonostante fosse stato portato immediatamente all'infermeria della prigione, morì nel giro di quaranta minuti. La causa del decesso, secondo gli esiti dell'autopsia, fu dovuta all'ingestione di 20 mg di stricnina.

Sia il Governo italiano che la mafia furono indicati come i mandanti dell'uccisione di Pisciotta, ma nessuno venne processato per la sua morte. La madre di Gaspare, Rosalia, scrisse una lettera aperta alla stampa il 18 marzo di quell'anno denunciando il possibile coinvolgimento di politici corrotti e della mafia nell'uccisione del figlio, dicendo: “Sì, è vero che mio figlio Gaspare non potrà più parlare e molta gente è convinta di essere al sicuro; ma chissà, forse qualche altra cosa può venir fuori”. Gaspare Pisciotta si suppone abbia potuto scrivere una autobiografia in carcere, alla quale la madre probabilmente si riferiva e che il fratello Pietro provò a far pubblicare. Questo documento andò però smarrito ed il suo contenuto rimase sempre un segreto.

a cura di Pippo Lombardo

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Bibliografia

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Messina, 1 maggio 2013


 
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