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Massimo Mollica
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Massimo Mollica (1929-2013)


Dopo Adolfo Celi, Messina perde un'altro figlio di pregio ma dimenticato: Massimo Mollica.

E' scomparso all'età di 84 nella sua Messina l'attore e regista Massimo Mollica, considerato uno dei maggiori e più sensibili interpreti pirandelliani e verghiani del nostro teatro.
Diresse e interpretò opere come Liolà (con 160 repliche nella versione siciliana, nelle due edizioni 1975-76 e 1981-82), Il Berretto a sonagli (che gli fece vincere il Premio Eleonora Duse ad Asolo), e Mastro Don Gesualdo (che interpretò in 35 puntate anche alla radio). Fu anche il primo a portare in scena Il Bell'Antonio di Brancati.

Attore capace di variare dalla tradizione classica (le tragedie greche, Shakespeare, Gozzi) al Novecento di Fava, Montanelli, Fabbri e Ionesco (Il re muore, portato in scena davanti all'autore a Catania), dalla fine degli anni Sessanta fu protagonista di sceneggiati tv (Maigret e i diamanti, La Contesa Lara, Dal tuo al mio, Lazarillo de Thormes), diventando popolare con Joe Petrosino, lo sceneggiato in cui interpretò il padrino Don Vito Cascioferro rivale del protagonista Adolfo Celi.

Nato a Pace del Mela il 19 marzo del 1929 , vissuto tra Messina e Patti, dopo essere stato sfollato da bambino durante la guerra in Liguria si innamorò del teatro assistendo a uno spettacolo di Angelo Musco e seguendo l’indole artistica della madre, maestra elementare e docente di musica.

Funzionario del Banco di Sicilia, negli anni ’50 intraprese la carriera teatrale con Cutrufelli allestendo spettacoli alla sala Laudamo (che aprì alla prosa), al teatro Peloro, in Fiera, alla Camera di Commercio, al Teatro Antico di Taormina, al teatro greco di Tindari, al Savoia, dove fondò il “Ridottissimo” di 70 posti, il più piccolo teatro d’Italia. Negli anni Ottanta fondò anche il teatro San Carlino, poi il “Pirandello” (Città del Ragazzo) e il Teatro di Campagna “G.Longo” di Gioiosa. Nel ’77 inaugurò il Teatro in Fiera con uno spettacolo diretto dall’amico Andrea Camilleri.

Diresse anche il teatro Parioli di Roma prima di Maurizio Costanzo. Nel 1965 fondò la Compagnia Stabile di Messina, con cui girò i massimi teatri italiani. Considerato uno dei maggiori interpreti pirandelliani (Liolà, Il Berretto a sonagli, I sei personaggi in cerca d’autore), attore capace di svariare dalla tradizione classica (le tragedie greche, Shakespeare, Gozzi) al Novecento di Brancati e Fabbri, Montanelli e Fava, Mollica è stato protagonista di sceneggiati tv quali “Il novelliere” di Verga, “La contessa Lara”, il Maigret prodotto da Camilleri, “Lazarrillo de Thormes”, “Dal tuo al mio”, “Gioco di società” (di N. Loy e scritto da Sciascia), e soprattutto “Joe Petrosino”, grande successo del 1972 con il messinese Adolfo Celi. Tra i dodici film cui ha partecipato ricordiamo nel 1960 il “Salvatore Giuliano” di Rosi in cui interpreta un tenente dei carabinieri, “Il prefetto di ferro” di Squitieri con la Cardinale, “No alla violenza” (con Tano Cimarosa), “L’Arbitro” con Lando Buzzanca e Joan Collins all’esordio, “Bello mio, Bellezza mia” con la coppia Giannini-Melato e Stefania Sandrelli. Fu anche commissario dell’Aast per undici anni e componente del Cda dell’Ente Teatro.

L’attrice Giovanna Battaglia, sua compagna di scena in tanti spettacoli, ricorda l'attore.

Mollica, il suo amore per il Teatro un patrimonio da custodire.

Questa è la toccante testimonianza che ha scritto l’attrice Giovanna Battaglia, che ha accompagnato le ultime messe in scena di Massimo Mollica, l’attore teatrale messinese scomparso  il 1. maggio a 84 anni:

Non si può esprimere a parole cosa abbia significato Massimo nella mia vita, il dolore della sua perdita è troppo acuto e credo che tale rimarrà sempre, ma il suo talento , la sua forza, la sua incontenibile vivacità intellettiva, il suo amore per la vita, per il Teatro, per l’arte rimangono qui, dentro me e nell’aria di questa città che spesso dimentica. Accanto a lui ho sofferto per la chiusura del San Carlino, ma ho visto nascere il Pirandello e il Teatro di Campagna e con lui ho sperato che il Teatro della sua amata città lo accogliesse nel cartellone di prosa, invano.

Per me è stato un onore essere la sua Beatrice, la sua Figliastra, la sua Regina, la sua Filomena, il suo Bell’Antonio, mai più proverò tanta artistica felicità. Nel suo letto d’infermo, ormai prossimo alla fine mi chiedeva di leggergli il Mastro Don Gesualdo
perché, mi diceva, la scrittura di Verga e quella che più arriva all’anima e poi subito sussurrava con un filo di voce: così va bene, giusta intonazione e un “Ti voglio bene”.

Ma non sono sola in tanto bene, siamo state tante le attrici chelo hanno seguito, sostenuto, incoraggiato senza le quali nessuno spettacolo avrebbe avuto luogo. Con me Sara Bellomia, Grazia Mazzarà, Maria Scaicca, Marcella Granara, Anna Lelio, Donatella Venuti, Rosalba Leo, Tiziana Ricci, Margherita Smedile, Ilenia D’Avenia e tante altre (mi scuso con chi dimentico).

Cito solo le donne perché spesso di noi attrici si parla in modo dispregiativo e invece siamo state la sua vera forza e lui lo diceva sempre: senza le donne non sarei stato ciò che sono, a loro devo tutto. Noi ti diciamo grazie.
Giovanna Battaglia

Il ricordo della stampa locale

Uno dei figli migliori che la città ha dimenticato
Nuccio Anselmo, Gazzetta del Sud 03/05/2013

Il figlio migliore macchiato dall’indifferenza. Eppure Massimo Mollica è stato grande e raffinato, sapiente istrione sulle tavole del palcoscenico, magistrale primattore e splendido caratterista, grande gigione radiofonico, immenso universo pirandelliano. E per un figlio migliore che se ne va la Messina invidiosa e cieca non c’era ieri al suo funerale a salutarlo come si deve, meritava il gonfalone cittadino che mancava, molti lo avevano troppo frettolosamente dimenticato già da alcuni anni.

Il sipario strappato della sua esistenza. Eppure per tutta la vita quelle tavole chiodate e cigolanti sono state la sua casa del recitare, non importa dove, non importa come, ma sempre davanti agli occhi attenti di chi seguiva il suo sguardo, il suo mezzo rauco vociare, i gesti plateali, l’andatura da “gallo isolano”. Il suo pubblico da ammaliare, per coprire e dimenticare la tragedia ridente della vita.

Una città che non onora i suoi figli migliori non ha memoria, non ha futuro, costruisce sulle macerie culturali il nulla pieno soltanto di ipotetiche certezze. Proprio in questi giorni in cui Messina perde Massimo Mollica, il teatro Vittorio Emanuele celebra un de profundis clamoroso e inaccettabile, destino non casuale per un luogo rinato dopo anni d’oblìo e adesso di nuovo negletto e senza un euro. Ma chiudendo e mirando il vellutato drappo bordato d’oro e d’argento di questa vita da palcoscenico, Massimo Mollica ora ci sorriderà sereno attore per sempre.

Nuccio Anselmo
Gazzetta del Sud 03/05/2013

È morto il grande attore Massimo Mollica
Sergio Di Giacomo, Gazzetta del Sud 03/05/2013

Scomparso il 1° maggio a 84 anni il magistrale interprete pirandelliano che raggiunse il successo televisivo nel ’72 con lo sceneggiato “Joe Petrosino”

Il teatro, la tv, la radio e il cinema nella sua lunga carriera: ... è come fare il conto di un sogno

È morto il 1° maggio, all’età di 84 anni, il grande attore e regista teatrale messinese Massimo Mollica. Non lo vedremo più passeggiare per via dei Mille, a fare colazione ogni mattina nel suo bar consueto, a salutare i tanti messinesi che lo ricordavano sempre come un maestro. Quando lo abbiamo incontrato l’ultima volta, a combattere col suo male nella sua casa di via Risorgimento, difficoltà a stare vigile continuava a leggere e studiare: "Sto riscoprendo i testi di Verga, vorrei tanto che i giovani scoprissero come impegno civile l’importanza di proteggere e valorizzare la nostra Sicilia, che è la nostra terra madre, la patria della lingua italiana. Come tutte la madri generano vita e devono essere amate".

Leggeva e meditava nella sua stanza così carica di cimeli che, come oggetti viventi, gli facevano compagnia, segni di una carriera straordinaria che lo ha visto nei massimi palcoscenici italiani e protagonista in Rai e al cinema, partendo dalla sua amata Messina, dove purtroppo, nonostante tanti tentativi di trovare lo spazio giusto dopo aver perso i suoi amati teatri, non è riuscito a portare in scena quelli che considerava i suoi cavalli di battaglia, il “Bell’Antonio” (fu il primo in Italia a portare a teatro il capolavoro di Brancati), il suo meraviglioso Ciampa de “Il Berretto a sonagli”, il “Mastro don Gesualdo”. Raccontare la sua carriera era come fare il conto di un sogno, come amava dire, quando diceva dei suoi esordi: Ero un bancario che voleva fortemente fare l’attore, e piano piano ho sostituito Arnoldo Foà ne “La tempesta”, ho potuto recitare con attrici come Joan Collins, di cui ero l’amante in “L’Arbitro”con Lando Buzzanca, con Claudia Cardinale, una gran signora che prima del set lavorava a maglia, ma soprattutto ho visto da vicino gli occhi stupendamente unici di Soraya, la principessa triste che era moglie del mio grande amico Franco Indovina: nella sua dimora romana mi serviva le pietanze e mi sentivo un re.

A Mollica, fondatore della Compagnia stabile di prosa di Messina nel 1965, si deve il fiorire del teatro in città fin dai primi anni Cinquanta, lì iniziò quella straordinaria carriera che lo ha visto protagonista anche alla mitica Canzonissima. Ci andai in seguito al successo dello sceneggiato Joe Petrosino, dove ero l’antagonista del nostro grande concittadino Adolfo Celi, interpretavo il cattivo, Don Vito Cascio Ferro, che affascinava gli spettatori, così Pippo Baudo e Loretta Goggi mi fecero giocare in un simpatico sketch televisivo dove raccomandavo i mie nipoti cantanti.

Teatro, tv e radio si alternarono: Cominciai a fare il cattivo in “Maigret e i diamanti”, episodio della celebre serie poliziesca con Gino Cervi che ha fatto la storia della tv. Per la Rai partecipa a sceneggiati come“Dal tuo al mio” con Cervi e Nazzari diretto dal messinese Mario Landi, Gesualdo, in 35 puntate, “Voi ed io”, il primo programma radiofonico di dialogo in diretta con gli spettatori, il programma sportivo “Tutto sbagliato tutto da rifare” e le “Onde Corte”, programma educativo per gli emigrati curato da un altro concittadino dimenticato come Giordano Corsi. Nella stagione che lo vede sbarcare da mamma Rai (riuscì ad evitare di farmi classificare come attore dialettale e riuscì a suggerire agli autori del Novelliere di Verga la messa in scena di Don Candeloro & C., secondo me la più bella novella, a cui loro non avevano pensato), conosce un giovane e abile funzionario Rai, tale Andrea Camilleri da Porto Empedocle, che svolgeva il ruolo di produttore delegato, da poco diplomato in regia. Abbiamo familiarizzato subito raccontandoci le nostre “lastime”, i nostri problemi pratici, lui si adattava scrivendo di tutto sul “Radiocorriere”.

Pochi sanno che era specializzato in storia del teatro europeo, aveva una cultura umanistica straordinaria, sono orgoglioso nell’aver creduto in lui da subito. Insieme abbiamo fatto tanti spettacoli teatrali e tanti radiodrammi, sceneggiati nelle varie sedi Rai (tra cui “Il Vendicatore”). Mi posso vantare di essere stato il primo  protagonista del suoi primi gialli, “Domenica di Ferragosto”e“La mano sugli occhi”, interpretando alla radio il personaggiochesi può considerare l’anticipatore di Montalbano.

L’esordio al cinema con “Il Bandito Giuliano” di Francesco Rosi del 1960: Mi ritrovai tra Castelvetrano e Montelepre in un cast internazionale a interpretare il ruolo del tenente dei carabinieri Luca, che uccise il noto bandito. Conobbi anche la famosa scrittrice Francoise Sagan, che era inviata sul set dopo il successo di “Buongiorno tristezza”. Tra le sue chicche che pochi conoscono, la lettura a Palermo del contestato testo “L’Onorevole”su richiesta personale di Sciascia, le dirette radiofoniche dal Caffè Greco, le letture per Radio Vaticana, le partecipazioni ai programmi di Costanzo, Biscardi e Marzullo, i recital a Napoli di testi russi dopo la caduta del muro di Berlino, le parabole evangeliche girate in Basilicata, un’incredibile escursione notturna sull’Etna insieme al grande Walter Bonatti, il messaggio per l’Unicef letto in Eurovisione da Taormina durante il David di Donatello condotto da Mike Bongiorno, e il doppiaggio del grande Burt Lancaster nella terza edizione de “Il Gattopardo”.

Mollica è stato anche un operatore culturale molto attivo, per 11 anni commissario dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Messina: Sono riuscito a riporre il monumento di Messina di Prinzi a largo Minutoli e a far piantumare gli alberi di via Garibaldi realizzando l’attuale spartitraffico, a realizzare gli incontri d’arte con grande personalità, ma purtroppo sono rimasti sulla carta due progetti a cui tenevo. Le due grandi terrazze panoramiche sopra piazza Cairoli, che dovevano costituire un belvedere sulla piazza e sullo Stretto, con soppalco, passerelle e ascensore, e il teatro da 5000 persone da realizzare sulla Panoramica, che in inverno poteva diventare un’ avveniristica struttura sportiva.

Un’ultima frase carica di saggezza ci ricorda la sua profondità d’animo, con cui non lo dimenticheremo mai, nella sua generosa vita di uomo e artista che amava Messina come pochi e viveva il palcoscenico e l’arte come autentici rifugi esistenziali: Tutto già esiste, è stato inventato da Dio e lo abbiamo addosso, dobbiamo solo scoprirlo nella bellezza che incontriamo quotidianamente. La vera ricchezza sta in questa scoperta e nel fatto di non avere mai debiti verso nessuno, per sentirsi veramente liberi.
Sergio Di Giacomo

Mollica, dedicargli uno spazio per i “cimeli” della sua carriera
Geri Villaroel, Gazzetta del Sud 04/05/2013

Il sipario è calato sull’ultimo atto di Massimo Mollica. Ricordare gli episodi che da oltre 50 anni ci legavano in avventure teatrali e letterarie sarebbe troppo lungo e forse impossibile da mettere a fuoco così, tutto d’un fiato. Bisognerebbe risalire per i labili anfratti della memoria, svanenti nel corso degli anni.

Partire dall’inizio della nostra conoscenza, significa andare indietro nel tempo, fino ad impigliarsi in quei mitici anni Cinquanta, quando trovò impiego al Banco di Sicilia. Era già sposato con Maria Adelaide Perillo, sensibile e romantica pianista. Dalla cara moglie ebbe quattro figli: Ada, Rossana, Fabio e Silvia, compagni di gioco dei miei Sara e Giuseppe. Il progetto che aveva in testa ebbe ragione, cioé procurarsi da vivere col e in teatro.

Per lui, parodiando Eminescu “La vita sarebbe stata un bene perduto se non l’avesse vissuta come avrebbe voluto”. Ci riuscì e fondò la Compagnia stabile di Prosa di Messina, di cui fu appassionato direttore e regista. Con il magazine “30° Giorno” da me diretto a Roma, a tutta pagina pubblicai una foto che lo ritraeva nei panni di don Vito Cascio Ferro, con un altro famoso attore messinese, Adolfo Celi, nel ruolo di Joe Petrosino nell’omonimo film di Daniele D’Anza. Fu la sua “Stabile di Prosa” ad inaugurare il teatro in Fiera con “Merli e Malvizzi” (1977) di Biagio Belfiore, per la regia di Andrea Camilleri.

Ero tra gli assidui alle sue rappresentazioni teatrali e non solo dai primi esordi del suo “Ridottissimo”, ubicato sopra il teatro Savoia, destinato a bar (70 posti).

Poi, via via nelle varie sedi gestite dalla sua Compagnia, dal “San Carlino” (280 posti ex cinema Astra) al “Pirandello” (200 posti Città del Ragazzo) ed infine, al “Teatro di Campagna” (sotto Montagna Reale, 100 posti). Si dedicò attivamente alla città, quando ricoprì la carica di  commissario dell’Azienda Soggiorno e Turismo di Messina.

Innumerevoli sono i riconoscimenti acquisiti nel tempo e tra i più recenti, la targa assegnatagli dal Rotary Club. Sarebbe opportuno, lo sosterremo pure sul periodico “Moleskine”, dedicargli uno spazio, dove esporre i “cimeli”della sua carriera teatrale, che appartengono alla città.

Tra i tanti scritti e recensioni, uscì nel 1986 a mia cura il libro “Massimo Mollica Vent’anni di palcoscenico con la Stabile di Prosa di Messina”. Il volume, oltre alla mia prefazione d’apertura, contiene foto e schede delle 27 opere, fin lì rappresentate. Nelle “Marranzanate”, poesie dialettali edite da Sciascia (1975), gli dedicai, inoltre, il sonetto “Sirata tiatrali”. Nel disco, inciso per la Cetra Fonit, incluse “All’Antica”, soffermandosi spesso sui versi che in scena lo tratteggiavano.
Addio Massimo, compagno e compare dei migliori anni!

Geri Villaroel

La sua avventura di grande teatrante
Vanni Ronsisvalle Gazzetta del Sud  04/05/2013 

Quella che Shakespeare sia nato a Messina è per un verso una grande fola, ed in quanto tale fa comunque impressione. Sicché almeno come voce paradossale di un giornalismo scadente sopravvive, diventa ipotesi attraente, esaltante soprattutto per i nativi; che pur riconoscendole le caratteristiche di un “canard” provano qualcosa dentro, come una euforica emozione, nel sentirsi attribuire un concittadino come il Bardo.

Ma un filo, un grano di verità di una balla insostenibile rimane nell’aria legittimamente; perché  stringendo sull’evento che ci contrista tutti, la scomparsa di Massimo Mollica  Messina ha un affascinante rapporto con il teatro, un rapporto d’amore storico con il teatro che si è incarnato in uno dei pubblici più tradizionalmente appassionato alle scene (oggi non so), in un vivaio di autori noti e meno noti (mi guardo dal fare nomi, a parte fatalmente Joppolo, Fulchignoni …), attori idem; esistono libri di studiosi, storie del teatro messinese che viene ampiamente e diversamente raccontato, biografie…

Ne ho sotto gli occhi una recente che disegna Massimo al meglio con apporti di testimonianze alte, di quelle che orientano, soddisfano curiosità sul soggetto biografato, esaustiva quanto alla serietà “scientifica” nel ritrarre una delle più importanti figure delle nostre scene, intendendo qui quelle nazionali.

Massimo Mollica non era soltanto l’attore dai tanti, tantissimi “moduli” espressivi che gli consentivano di accostare testi classici ed elaborati teatrali diciamo sperimentali (non riferibili ad avanguardie dal momento che di avanguardie teatrali in Italia non se ne parla più da cinquant’anni). Così ne vorrei dire oltre ed al di là del suo essere attore di grande potenza sul palcoscenico, nel senso di invaderlo tutto ma con cavalleresco rispetto per chi calcava accanto a lui le stesse tavole. E, da capocomico laddove la parola regista diventa triste e riduttiva  di vigorosa capacità nella direzione degli attori, uno stile come al tempo di Tespi, a quel modo li teneva in palma di mano.

Mattatore certamente ma tutt’altro che rubascena…ed accanto a tutto questo una esuberanza di ricerca, un essere infaticabile nel ruolo di inventarsi spazi teatrali, ridare spirito ai cosiddetti “luoghi deputati” divenuti asfittici e riportarli ad antichi splendori come è accaduto anni addietro nella capitale con un notissimo teatro…

Enfasi e generosità, passione alle prese con un ostinato escamotare le difficoltà, esorcizzare le avversità reali o esoteriche: gli esorcismi, il dare del tu ad affascinanti superstizioni hanno storici e celebri precedenti in questa perenne seduta psicoanalitica che è il fare teatro: in pieno svolgimento, da prima del levarsi del sipario a ben oltre, quando ricade sul boccascena e si spengono le luci. Non mi cimento nell’elencare repertori, ruoli, prestigiosi debutti, l’inanellarsi di repliche e successi. Dire Pirandello, dire di Verga ovvio come per tutti gli altri da lui messi in scena, scoperti o rivisitati. Massimo Mollica, il mio amico Massimo, era aureolato da quella specie di amore contagioso per la realtà del mondo (come il teatro la rappresenta con le sue finzioni) e per il sogno (che ti dà il via libera per travisarla al meglio). Momenti nella storia privata di ognuno, attrice, attore, autore, registi che non lo dimenticheranno mai.

Momenti di chi ne è stato spettatore o ha contratto con lui il debito di un debutto: l’autore del testo e un Andrea Camilleri nel ruolo del regista. Erano gli Anni Settanta. E Massimo nel dar voce ad Emiliano di Caffè Mozart sembrò il grande Garrick: carnale, sordido, splendente.

E poi un primato nella storia della Rai, in cui ci sostenemmo a vicenda: questa volta né Pirandello né Jonesco, non Liolà ma un classico del grande teatro greco. Ero calato tra i Nebrodi con la mia troupe per tutt’altro e da quelle parti vicino al mare di Mongiovi lui stava provando e lo convinsi a regalarmi un cammeo per il mio film; lo convinsi a cedermi oltre ad un paio delle sue battute, uno uber-fahren del personaggio femminile davanti alle nostre cineprese, ad una condizione. Lui convinse l’attrice (molto bella, molto espressiva anche se girata di schiena) e lei accettò la condizione.

Traversò la spiaggia liberandosi dei pepli di scena che la velavano e si tuffò nel turchino di quel mare tra gli applausi della troupe. Per riconoscenza verso Mollica e dare notizia del suo spettacolo in un tg nazionale, tornato a Roma incaricai il montatore di estrapolare sufficienti minuti di quel “girato” del film e vi adattai un testo senza vederlo.

Fu così che al Telegiornale della sera, massimo ascolto per la Rai di allora, andò in onda per la prima volta una donna nuda. Il Tg delle 20!Mi raggiunse al telefono più o meno singhiozzando il direttore di quel telegiornale, il piissimo Emilio Rossi…il Tg delle 20 è quello che vede il Papa! Benché da Oltretevere non giungessero anatemi, da allora mi guardò con preoccupazione. Altri tempi, altri papi. Gente: e poi autori, attori, registi che a lungo o per una sola
occasione memorabile hanno condiviso con Massimo Mollica la sua laboriosa avventura di teatrante, quella durata una vita. Le nostre vite, dopotutto variamente interessanti.

Gazzetta del Sud  04/05/2013  Vanni Ronsisvalle
Giornalista e Scrittore

La filmografia

Salvatore Giuliano.  Ottima ricostruzione dell'avventura di vita del celebre bandito del dopoguerra
Un film di Francesco Rosi. Con Frank Wolff, Salvo Randone, Renato Pinciroli, Massimo Mollica, Sennuccio Benelli.  Italia 1962.

Più che sul bandito Giuliano (1922-50) è, come diceva il titolo di lavorazione, un film sulla Sicilia 1943-50. Messo ai margini il personaggio, parla dei rapporti tra mafia, banditismo, potere politico, potere economico. Comincia sul cadavere del bandito nel cortile di Castelvetrano (luglio 1950) e poi si sposta avanti e indietro nel tempo: gli sbalzi della narrazione risultano giustificati dall'inchiesta e dalle sue associazioni. Anche perciò Rosi ha chiesto a Gianni Di Venanzo, direttore della fotografia, 3 diversi toni di bianconero: lirico-tragico a forti contrasti chiaroscurali per le fasi rievocative; tono sovresposto da servizio fotografico per la morte di Giuliano; grana spoglia e grigio di tipo televisivo per il processo di Viterbo. In 2 ore indica, con la sintesi dell'autentico narratore e la capacità di comunicazione del grande giornalista, i problemi, le piaghe, le cancrene dell'isola. È il film di Rosi più ambizioso e potente, con pagine non indegne di un Ejzenštejn, come la sequenza della strage dei contadini di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) e il pianto della madre di Giuliano al cimitero. La cronaca viene innalzata a storia e si trasforma in tragedia sociale. Scritto con Suso Cecchi D'Amico, Enzo Provenzale, Franco Solinas. Musica di Piero Piccioni. Uscì con il divieto ai minori di 16 anni, tipico esempio di censura politica: si voleva vietare la storia. 3 Nastri d'argento: film (ex aequo con Le quattro giornate di Napoli), fotografia, musica. Titolo di lavorazione: Sicilia 1943-60. Restaurato nel 1999.

Napoli, Palermo, New York il triangolo della camorra. Un film di Alfonso Brescia. Con Massimo Mollica, Mario Merola, Liana Trouché. Italia 1981.

Bello mio bellezza mia.  Un film di Sergio Corbucci. Con Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli, Mariangela Melato, Enzo Liberti, Salvatore Billa. Italia 1981.

La mano sugli occhi. Un film di Pino Passalacqua. Con Massimo Mollica, Ida Di Benedetto, Leopoldo Trieste, Remo Remotti. Italia 1979.

No alla violenza. Un film di Tano Cimarosa. Con Al Cliver, Ninetto Davoli, Tano Cimarosa, Martine Carel. Italia 1977.

Il prefetto di ferro. Un film di Pasquale Squitieri. Con Claudia Cardinale, Francisco Rabal, Giuliano Gemma, Stefano Satta Flores, Enzo Fiermonte. Italia 1977.

Morte di un seduttore di paese. Un film di Nanni Fabbri. Con Nando Gazzolo, Massimo Mollica, Quinto Parmeggiani Giallo, - Italia 1976.

L'arbitro.  Un film di Luigi Filippo D''Amico. Con Joan Collins, Gabriella Pallotta, Lando Buzzanca, Massimo Mollica.  Italia 1974.

Metti che ti rompo il muso.   Un film di Giuseppe Vari. Con Frederick Stafford, Silvia Monti, Massimo Mollica, Margaret Rose Keil.  Italia 1973.

Joe Petrosino. Un film di Daniele D'Anza. Con Adolfo Celi, Maria Fiore, Massimo Mollica.  Italia 1972.

Lazarillo. Un film di Andrea Camilleri. Con Vittorio Guerrieri, Paolo Carlini, Massimo Mollica.  Italia 1969.

a cura di Pippo Lombardo


 

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