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Gli Antenati dei Tir: I Carrumatti
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Vendita di buoi al Regio Esercito

Nel loro impiego civile e militare

di Vincenzo Caruso

Il carro matto, arcaico mezzo di trasporto per persone e merci, è un particolare e robusto carro a quattro ruote per trasporti molto pesanti; la denominazione deriva dalle sproporzionate dimensioni tra lunghezza e larghezza, che ne influenzavano il moto, specie nelle curve, affrontate con difficoltà dal conduttore, costretto ad una guida “ondulatoria”.

Ancora oggi, nel dialetto siciliano muoversi come “un carrumatto” indica una persona impacciata e instabile recando danno alle cose che la circondano.


I carrumatti alla cortina del porto prima del terremoto. Coll. A.Grasso

Grazie a diverse testimonianze raccolte da testimoni oculari e da ricercatori come Bruno Villari, che prima di me si sono occupati di questo argomento, è stato possibile raccogliere le informazioni qui riportate che descrivono a chi non li ha mai visti, questi mezzi di trasporto, considerati oggi gli antenati dei moderni TIR.

Un esemplare di questi è possibile osservarlo al Museo Storico di Forte Cavalli, recentemente donato dal Sig. Angelo Privitera che ha fornito anche una puntuale descrizione delle componenti strutturali del caromatto.


Parte sottostante dell'avantreno del carrumatto

Il Carromatto è un mezzo di trasporto munito di quattro ruote; le posteriori fisse sono solidamente fissate alla scocca per mezzo della cassa di fuso, mentre quelle anteriori (sterzanti) fanno corpo con l’avantreno mediante delle traverse in legno alle quali è fissato un cerchio in metallo chiamato “ralla”.

La parte sottostante dell’avantreno, costituito da traverse, assale, ruote ed attacco per il timone, ruota su due semicerchi metallici chiamati “quarto di ralla”.


Avantreno del carrumattu

Le due parti superiore ed inferiore dell’avantreno sono unite tra loro da un perno in acciaio dolce chiamato “maschio”.

L’avantreno del carro matto ha un raggio di sterzata di 180°, capace di far compiere al carro ampie manovre in stretti spazi.

La costruzione dei carrumatti era affidata ai “carradori” divisi in categorie e specializzati nella realizzazione delle varie componenti.

Il Falegname Carradore provvedeva alla parte in legno e all’assemblaggio; il Forgiatore-Ferraro costruiva e forgiava la ferramenta e i cerchi in ferro per le ruote; il Pittore Decoratore dipingeva il carro con i colori tipici (giallo, rosso e turchino) a base di olio di lino e terre macinate; il Sellaio confezionava i finimenti in cuoio detti “armiggi”.


I buoi da tiro. Coll. A. Grasso

Tutti i mezzi di trasporto trainati da animali dovevano essere immatricolati presso il Comune di residenza del proprietario che rilasciava apposita licenza e libretto di circolazione.

Il conducente doveva anch’egli essere munito di autorizzazione alla conduzione del mezzo rilasciata dal Comune.

 Prima della guerra il patrimonio cittadino in buoi da tiro si aggirava sul centinaio di capi distribuiti fra via Palermo, via S. Cosimo, via S. Marta e Gazzi. Lavorando senza sosta per dodici ore al giorno essi erano in grado di smaltire la grande quantità di merce allora trafficata sulle banchine portuali. Nel dopoguerra il patrimonio si era ridotto della metà, anche perché molti animali furono macellati per motivi di forza maggiore.

Erano centinaia i carri che, tra l’800 e la metà del ‘900 facevano servizio aulla cortina del porto, in prossimità della Dogana per caricare le merci dalle navi e poi distribuirle sul territorio provinciale.

I carri costavano da 100 a 300 lire e potevano durare una decina d’anni se si badava a non trascurarli. Erano costruiti in noce con tavolato d’abete.

Il gioco era di nespolo, di acacia o di faggio. Un buon carro poteva sostenere anche 6 tonnellate.


Cerimonia di donazione del carrumatto a Forte Cavalli

Gli animali si compravano di quattro o cinque anni ai mercati di Caltanissetta, di Canicattì e della Calabria. I buoi bianchi si compravano in Calabria e prima della II guerra mondiale costavano circa mille lire. I “siciliani” costavano di più, fino a duemila e cinquecento lire, ed erano rossi. Il ritmo di lavoro e gli sforzi immani a cui erano sottoposti li logoravano rapidamente. A dieci anni erano già vecchi e venivano macellati.

Una “parigghia” consumava circa 20 lire al giorno di foraggi e produceva una cinquantina di lire. Per ridurre i tempi di attesa della merce, si utilizzavano quattro o cinque carri per pariglia di buoi, cosicché gli animali andavano e venivano senza tregua.

Se i buoi erano nutriti generosamente potevano trasportare due carri per volta, con un carico complessivo di 10 tonnellate. In pendenza però il rendimento degli animali precipitava a poco più di una tonnellata. Le tariffe del trasporto urbano erano modeste. Un viaggio di 4 tonnellate di grano dai mulini De Natale al porto rendeva 6 lire; dai mulini Pulejo 17 lire. 

 

Impiego del “carrumatto” nel campo militare

Negli ultimi vent’anni del ‘800 parecchie ditte (Ainis, Miloro, Scimone) lavorarono per il Genio Militare per il trasporto dei materiali e delle artiglierie sulle alture dove si costruivano le Fortificazioni.

Per tirare su il veicolo, bisognava mettere sotto il tiro quattro o cinque pariglie di buoi, scelti fra i più giovani e resistenti, legando i giochi uno dietro l’altro. I cannoni pesavano da 5 ai 10 tonnellate

L’utilizzo dei carri per il trasporto di pietre e cannoni sulle alture è documentato nelle cronache dei quotidiani del tempo:


Particolare della ruota e del piano di carico

GAZZETTA DI MESSINA  - 09.10.1890
Il Forte a Monte Gallo
Si è cominciato da qualche giorno il trasporto delle artiglierie per armare questo forte.
S’impiegano 3 giorni per trasportare i cannoni, cioè: uno per portarlo a Tremestieri, un secondo per portarlo con 24 buoi alle falde del monte e un terzo per salire l’erta.

In poche righe viene di seguito sottolineato il costante disagio provocato dalla continua presenza sulle strade cittadine dei carri trainati dai buoi.

Incidenti e danni recati a cose e persone in quegli anni, sembrano evocare il triste destino di Messina da sempre costretta a sopportare  il caotico passaggio dei mezzi pesanti di trasporto.

AQUILA LATINA – 16.5.1890
INTERNO – Strada a Larderia
   Questa  strada comunale obbligatoria, per un tratto, da più che da due anni è aperta a pedoni, animali carrozze e carri e, benché non avesse mai avuto ombra di manutenzione, si manteneva in uno stato eccellente; il che fa argomentare che la costruzione sia stata più che coscienziosa.
   Ma ora, che da quella strada transitano giornalmente carri portanti enormi massi, ognuno dei quali è tirato da non meno di 8 buoi, massi che servono alla costruzione della Batteria sul Monte Gallo, ora quella strada è già  rovinata e fra poco diverrà impraticabile.

 AQUILA LATINA – 10.7.1890
Verso le 8 di sera, un carro con 10 buoi trasportante affusti per il Campo degli Inglesi, urta contro un palazzo.

 Di seguito la poesia scritta da Maria Morganti Privitera in occasione della cerimonia di donazione del caruumatto al Museo di Forte Cavalli.

 
Cerimonia di donazione del carrumatto a Forte Cavalli

           U  Risvigghiu  du  Carrumattu 

  • ‘Nto ’n  vecchiu  magazzinu  di  campagna
  • a  mmenzu  a  sporti,  bummula  e  zappuni,
  • c’era  tutti  mmucciatu  un  carrumattu.
  • Na  notti,  pi  putiri  d’un  fuddittu
  • sulu  sulittu  si  misi  a  parrari:
  • “iavi  cent’anni  chi  sugnu  ittatu
  • cca,  ‘nta    na  gnuni,  nuddu  chiù  mi  varda;
  • eppuru  mi  ricordu  la  ma  storia
  • di  quannu  pani  iancu  non  ci  ‘nnera
  • e  i  poviri  ddumaunu  a  lumera,
  • io  eppi  a  me  parentesi  di  gloria.
  • Io  era  u  Tir,  u  trasportu  spiciali.
  • Quannu u vapuri scaricava i casci
  • supra a banchina o davanti a Dugana,
  • io i trasportava pi tutta Missina
  • all’ordini di Donn’Antoni Jaci
  • e du patruni, don Lillu Buddaci.
  • Don  Pippinu  ca  so  parigghia  i  boi
  • bardati  cu  nastrini  e  cazzabubbi,
  • mi  purtava  n’te  festi  patrunali.
  • Giuncendu  tavulazzi  paru  paru
  • era  prontu  a  nchianari  pu  Tunnaru;
  • tuttu  ddubbatu  cu  cuperti  i  sita,
  • io  purtava  la  dota  di  la  zita
  • tutta  stinnuta,  accussì  u  populami
  • putia  vidiri  i  pizzi  e  li  ricami.
  • Poi  muriu  u  vecchiu  e  lu  patruni  novu,
  • canciannu  i  tempi,  si  ccattò  u  carrettu
  • poi  vinni  a  Lapa,  appressu  u  motucarru
  • appressu  ancora  vinni  u  Leoncinu
  • poi  l’autotrenu  cu  la  cella  frigu.
  • Certu,  sapiri  chi  nu  me  parenti
  • è  misu  a  bedda  mustra  permanenti
  • a  Barcellona,  ‘nto  Museu  Cassata,
  • fu  comu  na  gran  forti  cutiddata.
  • U  bummulu  chi  ‘ntisi  stu  me  sfogu,
  • mi  dissi  mi  mmi  staiu  rassignatu
  • chi  sicuru  finisciu  camuliatu.
  • Na  matina,  però,  setti  cristiani
  • mi  traspurtaru  finu  a  Larderia
  • facennumi  na  grandi  pulizia
  • e  senza  cchiù  fulini  e  pulvirazzu
  • la  veneranda  età  non  mi  paria.
  • Allura  sbraitai  pi  cuntintizza:
  • Bummulu,  mi  cridivi  rassegnatu
  • a  finiri    i  me  iorna  camuliatu?
  • Bummulu  hai  statu  e  bummulu  sarai
  • Leviti  va,  non  mi  pistari  i  caddi!
  • Mi  risvigghiai!  Sugnu  a  Forti  Cavaddi!!!
  •  
  •     Maria Morganti Privitera

 

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