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Quella fermata chiamata ...Museo.
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di Eleonora Crimi.

Glorioso, sventrato, derubato, dimenticato, rinato ed abbandonato a se stesso, questo è il Museo regionale di Messina.

Bisogna spulciare qualche libro, indagare su riviste del settore e farci più di qualche capatina per comprendere bene ciò che la storia ne ha fatto.

Il Museo Civico di Messina nacque nel 1806, quando, su proposta di Carmelo La Farina, la Regia Accademia Peloritana istituì nell’ex collegio Primario dei Gesuiti, sede dell’Università, una raccolta di oggetti antichi e dipinti che documentasse la storia della città. La collezione, fu in seguito trasferita in una sede più congrua, individuata nell’ex convento di San Gregorio.

Ed ecco che ancora una volta il terremoto del 1908 impose un drastico cambio di programma; le macerie incrementarono di gran lunga la collezione museale, bisognava salvare le opere intrappolate nel danneggiato complesso di San Gregorio, era necessario il recupero di quanti più elementi appartenenti alle chiese maggiori. Fu il caos.  Accanto alla morte ed allo sgomento, la salvaguardia delle opere d’arte era l’ultimo pensiero, ma eminenti figure, tra cui spiccava il Professore  Antonio Salinas, percepirono lo stato di necessità e si precipitarono nella città dello stretto per organizzare squadre di recupero.

I materiali artistici recuperati  venivano trasportati a dorso di mulo in vari luoghi, considerati allora idonei, tra cui il Duomo, i Magazzini Generali della Dogana, nella chiesa di Santa Maria Alemanna; mentre le facciate recuperate degli edifici ecclesiastici ed i materiali lapidei venivano ricoverati nella spianata dell’ex Monastero basiliano di S. Salvatore dei Greci e all’interno dell’ex filanda Mellinghoff. Proprio in quest’ultima struttura confluirono negli anni tutte le opere salvate acquisite come proprietà dello Stato nel 1914, quando il Museo divenne Museo Nazionale di Messina. Da quell’enorme ammasso di materiali Enrico Mauceri, allora direttore, operando una selezione tra elementi da scartare ed opere che potevano esser esposte, sistemando sommariamente anche l’edificio riusciva ad aprire al pubblico la struttura nel 1922. Si avviava cosi una sommaria inventariazione. Dal 1929 il ventennio che venne fu una buia parentesi di abbandono , furti, pessima amministrazione e devastazioni causate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Il 2 ottobre 1949 la Prof.ssa Maria Accascina, ispettore presso la Soprintendenza ai Monumenti di Roma, viene invitata dal Ministero ad assumere l’incarico di direttrice del Museo. Le reali condizioni in cui esso versava  al momento dell’insediamento dell’Accascina vengono descritte dalle parole della nuova direttrice in un articolo tratto da “Il Tempo” del 1957, dove sono riportate le descrizioni delle fatiscenti strutture dell’ex filanda, dell’incuria di custodi analfabeti non adatti al loro ruolo ma che, anzi, negli anni divennero, non molto abili, contraffattori e ricettatori di opere d’arte, come risulta dalla valutazione di Federico Zeri e Ferdinando Bologna, rispettivamente soprintendenti delle regioni Lazio e Campania, che si accorsero della contraffazione del quadro  di un pittore fiammingo, Madonna in trono col Bambino. L’originale venne ritrovato tempo dopo dallo stesso Zeri in casa dell’industriale milanese De Angelis. L’originale venne ritrovato tempo dopo dallo stesso Zeri in casa dell’industriale milanese De Angelis.

Si decise di intervenire immediatamente restaurando e rendendo idoneo l’edificio della filanda, tralasciando la costruzione di un nuovo polo museale. L’inaugurazione avvenne il 6 giugno 1954, dinanzi all’allora ministro della Pubblica Istruzione, il messinese Gaetano Martino.

Terminata nel 1963 la proficua parentesi Accascina, i direttori che si susseguirono dovettero tutti combattere la lunga battaglia per la costruzione di una struttura adeguata alle nuove normative museografiche. Dopo svariati progetti l’edificio fu fatto, ma mai aperto.
Dinanzi a cotante fatiche, da buoni messinesi, e non solo, dobbiamo, quindi, godere delle meraviglie che il Museo custodisce. Un viaggio che parte dalle origini delle città con l’esposizione di frammenti lapidei e lignei di scuola arabo-sicula, per poi passare alle tavole ed alle croci del XIV sec. e giungere all’eccellente  Maestro  messinese, Antonello, la cui esposizione conta più di un’opera, come Madonna col Bambino tra i Santi Gregorio e Benedetto.  Dai maestri fiamminghi si arriva alle grandi personalità locali del Cinquecento, come Girolamo Alibrandi e quelle di spicco che soggiornarono in Sicilia, come Polidoro da Caravaggio.

E poi, lui, Caravaggio, il pittore maledetto, colui che venne tacciato dei peggiori misfatti ma che fu uno dei pochi a rendere attraverso  fugaci pennellate l’intimità della religione, avvicinando il volgo con i piedi nudi e lerci alla più alta forma d’amore che esista, quella verso Dio. Ed è in una suggestione di ombre e luci che possiamo godere dell’appena restaurato Resurrezione di Lazzaro e Dell’adorazione dei Pastori, due opere che il grande artista lombardo dipinse durante la sua permanenza nella città dello stretto. L’attuale esposizione si conclude con un percorso tematico sul restauro dell’opera del Merisi su citata, le restanti sale sono adibite a mostre temporanee, poiché quasi tutte le opere lapidee e le vetture del Senato sono già state collocate nel nuovo plesso.

Messina è stata per secoli meta ambita dai più illustri ed importanti artisti italiani e stranieri, con molte delle loro rappresentazioni possiamo ancora estasiarci ed inorgoglirci vedendo l’adorata Zancle sullo sfondo dei dipinti di Antonello sparsi in tutto il mondo.  Non soffermiamoci più a guardare questo sacrario dell’arte come un luogo di superficiale passaggio, un cimitero di lapidi, ma viviamolo con l’anima, con la consapevolezza che dietro quei cancelli  possiamo toccare con mano il nostro passato.

 


 

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