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I giganti Mata e Grifone. Mata monta un cavallo nero e Grifone bianco. Oggi al rovescio
 

di Eleonora Crimi.

Com’è facile ormai trasformare una tradizione, un pezzo di storia che si tramanda nei secoli in un fenomeno da baraccone.
 
L’agosto messinese si contraddistingue grazie alla processione della Vara e alla passeggiata dei Giganti Mata e Grifone; la prima simbolo di devozione della città nei confronti della Vergine, che con l’allestimento del carro trionfale dal 1500, circa, richiama numeri elevatissimi di fedeli, pronti a trascinare a piedi scalzi la Machina lungo le vie principali della città al ritmo del VIVA MARIA.

La tradizione vuole che Mata e Grifone, invece, rappresentino i fondatori della città di Messina. 

Tra racconti mitici, storia ed immaginazione, diverse sono le vicende che riguardano i due sposi, si racconta, ad esempio, che Mata abitante del villaggio di Camaro, fece perdutamente innamorare un soldato saraceno, conosciuto come Grifo o Grifone. Inizialmente ella non ricambiò il suo amore scatenando cosi l’ira del giovane, il quale cominciò ad uccidere gli abitanti di Camaro. Mata allora ogni qualvolta avvistava l’arrivo dello spasimante suonava le campane affinchè i suoi compaesani si potessero nascondere dalle grinfie del saraceno. Grifone alla fine per amore si convertì al cristianesimo, il gesto fu apprezzato da Mata, la quale decise di sposarlo.

Un’altra versione della storia ci riporta all’origine nobile della giovane Marta, figlia di Cosimo II di Castellaccio e Camaro. Il vero nome di Grifone sarebbe stato Hassan Ibn Hammar, condottiero saraceno che sbarcato a Messina si innamora della giovane cammarota. Per motivi religiosi il matrimonio non avviene se non dopo la conversione di lui al cristianesimo, l’unione divenne cosi assai prolifica tanto da considerare i due i veri progenitori dei messinesi.

Ci si rende conto, al di là delle diverse sfumature narrative, che tali racconti tramandano le nostri origini, uno spaccato di Messina coincidente con le lotte religiose, le incursioni arabe e più avanti con l’arrivo dei Normanni in Sicilia.

Oggi ricordiamo questo avvenimento con la passeggiata di Mata e Grifone verso Camaro, cinque giorni prima di ferragosto, accompagnati dai canterini peloritani, balli, musica e folklore.

Proprio quest’ultimo termine folklore, di origine inglese, è composto da folk «popolo» e lore«sapere», il che implicherebbe che continuare a tramandare certe tradizioni sia parte imprescindibile per la memoria storica e l’identità di un popolo e di una città. 

Tutto ciò però si è perso tra gli ingranaggi arrugginiti della burocrazia dei comitati costituiti proprio per salvaguardare la purezza di tali miti.

Oggi protagonista assoluta diventa la festa, nella sua più bassa accezione, cioè bancarelle, palloncini e musiche martellanti che nemmeno lontanamente hanno a che fare con il senso autentico di Mata e Grifone, nello specifico, o qualunque altra tradizione barbaramente rovinata dal cattivo gusto.

Salvare la leggenda, come dico sempre, è salvare la nostra identità, le nostre origini, le nostre radici e vederle ridotte ad una mera sagra del qualunquismo è davvero offensivo.

I nostri cari progenitori vedendo ciò che li circonda e non li rappresenta vorrebbero fuggire al galoppo dei loro cavalli e scappare via lontano, là dove forse verrebbero ricordati per la loro importanza e dove il loro ricordo  verrebbe tramandato a grandi e piccini per non finire nel baratro della dimenticanza.


 

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