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In fuga dalla Città.
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Le colline di san Michele distrutte dal fuoco

di Paolo Ullo.

Gli incendi che da giorni completano lo scempio delle colline di Messina, perpetrato nel tempo con una edilizia selvaggia, prima di rientrare nell'ambito di un fenomeno prevedibile, fanno parte di una mia analisi sull'uso improprio del territorio della nostra Città.

Non faccio parte di quegli analisti dei drammi, ma con "In fuga dalla Città" credo di aver colto nel segno tanti fenomeni di degrado, dei quali l'intera cittadinanza soffrirà nel tempo a venire.


La facoltà di Veterinaria e di Lettere sgomberate a causa dell'incendio

La fuga alla quale si fa riferimento non è intesa come darsela a gambe, scappare precipitosamente, né quelle bibliche migrazioni di anni fa, sotto la calura, alla chiusura delle fabbriche, verso i luoghi di vacanze estive; a lasciare la Città, orfana di servizi essenziali e facili da usufruire, sono stati edifici ed agglomerati urbani i quali, pur essendo immobili, hanno complicato la vita ai cittadini. Per meglio intendersi, scuole, ospedali e pubblici uffici sono migrati, senza far ritorno come le rondini di Primavera, in squallide periferie ed in territori appositamente bonificati, innestati come un rattoppo mal riuscito su fragili colline, terreni, un tempo, adibiti a pascolo o alla coltivazione agricola; lontani dal consolidato tessuto urbano, queste cattedrali di cemento, contornate di macchia mediterranea, ad ogni Estate rischiano di essere avviluppate dalle fiamme ed in tempo di pioggia, sono sotto il costante rischio, naturale o procurato, di alluvione. Da una analisi spicciola della dislocazione, più che una strategia o un decentramento per favorire una maggiore e migliore presenza sul territorio, sembra una evacuamento o sgombero da una zona di pericolo, da quelle stesse sedi, solide, ben strutturate, storiche ed istituzionali, rese decadenti per incuria ed abbandono, che hanno degnamente assolto il loro compito in passato; la Città, improvvisamente divenuta repellente, con i suoi palazzi storici, ben saldi ed ancorati, terremoto permettendo, fra il mare e le colline, fugge da se stessa, come durante un contagio, verso zone elevate, non per questo più salubri. Quali che siano stati i motivi, facilmente intuibili, della corsa ai doppioni fuori porta, ai “satelliti” di Palazzi resi saturi di scartoffie ed inabitabili secondo i gusti di moderni cortigiani, la nostra Città, dentro le sue mura, si ritrova in attesa o senza speranza di destinazione la Casa dello Studente; l’Ospedale Regina Margherita chiuso; il “Piemonte”, sotto continua minaccia di abbandono; i viali e le aule dell’Università, tristemente quasi vuoti rispetto ad un passato non troppo lontano. L’elenco è incompleto ma serve solo da esempio e per contrapporlo a quello di nuove sedi, all’insegna di presunta modernità o cementificazione indiscriminata, che è la stessa cosa.  Con i “Poli” di Papardo e Annunziata alta, l’Università degli Studi, si è certamente elevata di quota dal livello del mare, aggiungendo chilometri e difficoltà di collegamento dagli ordinari centri di trasporto pubblico.

Disagi minori sono derivati da un temporaneo trasloco, almeno nelle previsioni, che è diventato quasi perenne; per un restauro iniziato e mai finito, la Biblioteca Universitaria attende da diversi decenni di ritornare da Via I° Settembre, 117, nella sua naturale sede di Via Dei Verdi.

Al di là della distanza dal centro cittadino, qui di seguito è data la possibilità di un confronto sui criteri di costruzione di edifici scolastici in epoche diverse; il giudizio riuscirà più facile a chi ha frequentato le aule dei nuovi “Poli Universitari” ed il Liceo Maurolico. Da una cronaca riportata sulla “Gazzetta di Messina e delle Calabrie” del 1 Agosto 1912 è stato estratto il commento sulle soluzioni adottate dall’Ingegnere Pietro Interdonato, progettista del Liceo Maurolico:

“L’Architetto ha assimilato i dettami di un eminente igienista e pedagogo: “Bisogna che un edificio scolastico risponda in primo luogo ai requisiti dell’igiene e della pedagogia. La scuola dev’essere ben ventilata, bene illuminata, avere dei locali spaziosi, di accesso facile, bene adatti al loro uso; ma inoltre occorre che il suo aspetto sia gaio, sorridente, che produca sull’occhio una sensazione piacevole, che eserciti una vera attrattiva con la sua decorazione semplice e di buon gusto. Sempre restando entro limiti prudenti di spesa si può dare a un locale scolastico un aspetto differente da quello di un luogo d’esposizione…”.

Al Papardo ha trovato collocazione un Ospedale, che per raggiungerlo, in caso di necessità, si rischia di morire prima, durante il viaggio. Più che una corsa alla funzionalità, sembra la ricerca dello scenario panoramico, con affaccio sullo Stretto e soluzioni edilizie in terreni di diversa, naturale, destinazione d’uso, al quale sono stati forzatamente, ad hoc, assegnati.

Altra fuga eccellente, la nuova sede AMAM, alla sommità del Viale Giostra, a quota 100 metri s.l.m., la quale, per rifornirsi d’acqua, come tutte le costruzioni al di sopra dei Serbatoi che forniscono la Città, necessità di meccanismi di pompaggio.

Un simpatico detto popolare giustifica una fuga come estremo rimedio, in caso di imminente pericolo, del tipo “si salvi chi può”; a nessuna istituzione che si è allontanata dalla Città può essere applicato, nel nostro vernacolo, “’U fuiri è virgogna, ma è sabbamentu ‘i vita”. L’aver complicato la vita a studenti, a bisognosi di cura, a cittadini alle prese con bollette e pratiche da sbrigare, è stata una mancanza di riguardo ad una cittadinanza sempre più impossibilità a rispettare tempi di percorrenza verso i nuovi palazzi; come sudditi riverenti, tutti alla corte del Re, su sulle colline, verso manieri e fragili fortificazioni, che a distanza di pochi anni già manifestano segni di decadimento. Assistendo impotenti al degrado, per mancato restauro, di storici edifici scolastici e di cura nel cuore della Città, viene il dubbio che si stia rinnegando la nostra Storia e l’impegno profuso dagli urbanisti del passato a rendere Messina il meno vulnerabile possibile alle calamità naturali; la soluzione di bonificare campagne incolte, non per scopi agricoli, ma applicare rivoluzionari concetti di architettura moderna, ha il sapore del senso più deleterio di fuga, darsela a gambe, per vigliaccheria.

Ullo Paolo


 

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