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Nodi al pettine.
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 di Paolo Ullo

I bisogni di una Città e della sua popolazione, come uno specchio, riflettono le condizioni del tempo, durante il quale sono soddisfatti; le azioni intraprese mirano anche a proiettarsi verso il futuro, a durare il più a lungo possibile, prima che altre necessità le rendano vetuste ed inadeguate.

Groviglio, matassa o schieramento di birilli, con gli svincoli autostradali, la Valle di Giostra sembra aver ripreso il suo ruolo di teatro di giochi e pericoloso parco di divertimenti, come è definita in “Messina e dintorni; Guida a cura del Municipio, Messina 1902”:
Una contrada, da antichi tempi denominata “La Giostra”, e che ancora conserva questo nome, ci designa il luogo in cui si tenevano le giostre e i tornei dei quali di tempo in tempo parlano le cronache della città, e dove convenivano i cavalieri celebrati per la loro perizia in siffatti esercizi.

Altro tipo di attenzioni hanno definitivamente cambiato i connotati ad un territorio, dove non andranno più cavalieri a sfidarsi, sacrificato sull’altare della modernità; meno inamovibili di una colata lavica non più alimentata, le ondulazioni di cemento che attraversano l’alta Valle si aggiungono ai molti segni di devastazione alla quale è stata sottoposta la Città di Messina ed il suo circondario.


Neanche il fantasioso personaggio dei cartoni animati, Svicolone, di Hanna &Barbera, avrebbe pensato di svignarsela con “svicolo tutto a mancina”, diretto giù verso il lungomare, attraverso rampe aeree per equilibristi da circo equestre; la stessa pensata, stavolta con “svicolo tutto a dritta”, non avranno mai quelli della Città, ai quali è sufficiente immettersi sulla A18 e A20 con raffermate e collaudate vie di accesso.

Prima di cercare di interpretare le motivazioni, la collocazione e la destinazione d’uso di manufatti che assomigliano ad un inedito nodo alla marinara, nodo scorsoio, mannaia minacciosa, per chi se li è visti costruire sulle loro case e ci abitava da prima che fossero progettati, è bene dare una lettura di come in passato la Città ha affrontato il bisogno di mobilità e collegamenti interni e da e verso l’esterno.

Tutte le note d’epoca seguenti sono estratte da “Messina e dintorni; Guida a cura del Municipio, Messina 1902”:

“Di una strada mulattiera vera e propria non si ha notizia prima del secolo XVI, e precisamente allorché nel 1582, con la spesa di scudi 6.000, si aprì la strada che pel colle S. Rizzo conduce all'opposta sottostante vallata. Fu nel 1810 che gl'Inglesi, qui stanziati a difesa della Sicilia minacciata dalle truppe murattiane, per maggior comodo del trasporto delle loro pesanti artiglierie, furono i primi a rendere carrozzabile dal lato di mezzogiorno la strada Consolare fino al villaggio di Mili, e dal lato di tramontana quella che conduceva alla Torre del Faro.”

Benché sin dalla seconda metà del secolo XVIII fosse stata deliberata dal Parlamento Siciliano la costruzione di strade carrozzabili che allacciassero per l'interno dell'isola i maggiori centri del Regno, non prima dell'anno 1826 la città di Messina vide cominciare la bella e spaziosa via provinciale che per le montagne che le fanno corona dovea metterla più tardi in diretta comunicazione con Palermo.

Dopo il 1860 si incominciò a sentire il bisogno d'ingrandire la città specialmente dal lato Sud a Terranova; l'arteria principale di questo piano di ingrandimento era la via S. Martino, che partendo dal mare al termine della Palazzata  doveva andare, con una larghezza di metri venti e con unico rettifilo, ad incontrare la via Provinciale al di là del Gran Camposanto.

Con successive deliberazioni del Consiglio Comunale negli anni 1877 e 1879, essendosi nel frattempo incominciata la costruzione di alcune isole a Terranova nelle vicinanze della via Primo Settembre, si stabilì che la larghezza della nuova strada S. Martino fosse portata a trenta metri, dapprima nel solo tratto, fra il mare ed il Portalegni, dappoi in tutto il suo percorso.

Nel decennio 1880-1890 si eseguirono i lavori di sistemazione provvisoria della nuova strada sino alla piazza S. Martino, essendosi solo nel 1885 gettato il ponte sul Portalegni ed effettuate a parecchie riprese le espropriazioni per il prolungamento della via S. Martino, della piazza omonima, e di altre strade del nuovo piano regolatore.

Nel bilancio del 1888 e degli anni successivi sino al 1892 si erano stanziate considerevoli somme per dare impulso all'ampliamento della città, in questi ultimi anni furono stanziate Lire 919.137 per l'apertura e sistemazione parziale di 19 strade, e si assegnava inoltre la somma di Lire 87.000 per l'ampliamento del sottopassaggio S. Cecilia.

L'espansione della città è stata notevole nell'ultimo decennio in talune zone alla periferia dell'attuale abitato, e specialmente nel quartiere Portalegni, ove essendosi da circa quindici anni aperta la nuova strada Felice Biscazza, si diè luogo ad un risveglio edilizio nel quale, insieme col ristauro di vecchie case, trovò posto la costruzione di nuove case civili di abitazioni.

Dapprima furono popolate le contrade Ritiro e Tremonti di abitazioni deliziose, e con la sistemazione della strada rotabile Messina-Pace-Torre di Faro, presero grande incremento le modeste abitazioni lungo la spiaggia da Messina a Ganzirri, ove sorsero molte palazzine e ville sui fianchi montuosi soprastanti a detta strada ed ai laghi di Ganzirri.

La Strada Garibaldi, in parte antica strada Ferdinandea, è una delle più belle d'Italia, per la sontuosa e diritta linea dei suoi palazzi, per il numero e l'eleganza dei suoi negozi, per il movimento della folla che ne fa un centro di vita e di attività cittadina. Nei vesperi festivi d'Inverno e di Primavera diviene un animato elegantissimo ritrovo della folla popolana ed aristocratica, che a piedi o in vettura la percorrono in tutta la sua lunghezza, nel mentre il concerto musicale cittadino esegue della musica deliziosa che echeggia pei viali verdeggianti e fioriti della Villa Mazzini.

Una escursione al Faro può aver luogo a mezzo del Tram a vapore, che parte dalla Stazione Marittima e giunge a Granatari dove la via si biforca: a destra si va al Faro, a sinistra si prosegue fino a Barcellona Pozzo di Gotto. La strada può essere percorsa col Tram in circa 40 minuti e con la carrozza in un'ora e mezzo; fu aperta da Pompeo durante la guerra contro Marco Perperna (anno 72 a. C.) e per lungo tempo si chiamò Via Pompeia; venne poi abbellita durante l'occupazione Britannica e da loro resa comoda e rotabile (1810).

La "Strada Provinciale", intesa generalmente "Strada Nuova", fu aperta dal 1826 al 1838 e, rasentando numerosi paesi, unisce Messina a Palermo. Essa s'inizia all'estremo Nord della Città seguendo per buon tratto il torrente S. Michele o S. Francesco di Paola, e rasenta la località detta la Giostra ov'è tradizione abbiano avuto luogo le antiche giostre.

Dal ponte "Zaera" s'inizia la strada Provinciale ("Dromo") che si può percorrere in tram a vapore sino al confine del comune (Giampilieri). E' popolata da molti villaggi, restandone altri un po' distanti, ma ad essa congiunti da vie rotabili.
Nella escursione a mezzogiorno della Città, può seguirsi la strada del "Dromo", divergendo sovente a destra per salire nei villaggi più elevati, quasi tutti pittoreschi per la loro posizione di fronte al mare.
 
Questa per sommi capi e brevi spaccati, l’evoluzione della viabilità in Città e da e verso il territorio limitrofo; tutte le opere che ne costituiscono il tessuto sono ancora in esercizio e ne beneficia tutta la popolazione.


Se gli svincoli sono di poca, quasi nulla, utilità pratica per i cittadini della marina, lo saranno di più per quelli della montagna, quelli che hanno sacrificato i vantaggi del vivere in Città, per una vista panoramica sullo Stretto, da instabili costoni di materiale friabile che ad affacciarsi dal balcone viene il capogiro. Probabilmente, per fare opera di convincimento, l’acquisto di un appartamento nei quartieri alti è stato accompagnato dalla promessa di rapidi collegamenti, in automobile naturalmente, verso il centro o gli assi autostradali, per alleviare disagi che gli abitanti dei quartieri bassi continuano ad avere. Un po’ come quei castelli medioevali, con attiguo luogo di culto, al quale i residenti del maniero accedevano a palchetti a loro riservati, per passaggi privati, per non mischiarsi alla folla dei sudditi.
L’operazione è semplice, un po’ costosa, ma si troverà sempre qualche compiacenza per portarla a compimento; comporterà sacrifici da parte di chi non potrà beneficiarne, specialmente a quei abitanti ai quali è stato oscurato il Sole, in barba ad elementari regole di costruzioni edilizie. Oltre vent’anni per mantenere una promessa, forse un capriccio di pochi ed uso privato del territorio, nascosta dietro il paravento di un’eventuale opera faraonica, il Ponte della discordia; è stato come quel simpatico detto “comprare il bardone prima dell’asino” o “bagnarsi prima di piovere”.

A quelli di Giostra e di Ritiro è toccato il pesante onere di fare da trampolino di lancio a chi non può perdere tempo, mischiandosi al traffico cittadino per guadagnare l’Autostrada, come fanno tutti; secondo questa logica aberrante, ogni agglomerato periferico dovrebbe avere la sua rampa di accesso, posticcia come una parrucca, costi quel che costi, con i soldi che potentati di vario genere fanno mancare alla gente comune, ai cittadini in lista di attesa per una lampadina dell’illuminazione pubblica.

Ammesso che fosse stato possibile, il giorno del taglio del nastro, intrufolarsi fra le autorità in auto blu, come nella favola di Hans Christian Andersen, “I vestiti nuovi dell’Imperatore”, la voce dell’innocenza di un bambino avrebbe potuto gridare che il Re è nudo. Di fronte al presunto scempio degli svincoli, sarà la Storia a dirlo, è nuda e disarmata la Città di Messina; e pensare che Regina di fatto lo è stata, in passato, di tutta l’area dello Stretto, nonostante l’accanimento delle calamità naturali, ed oggi in balia di incerto futuro.
Alla marinara, scorsoio, i nodi da sciogliere nella nostra Città sono tanti e stanno venendo al pettine; appare sempre più impossibile che Messina si rimetta a nuovo con una capigliatura degna della sua Storia.

Paolo Ullo 


 

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