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Voci del passato ovvero “ u bannìu” di alcuni ambulanti messinesi.
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Cartolina del Torrente Boccetta anni '50

La parola bannìu deriva dal gotico bandwo da cui il latino medievale bandum e bannum. (Treccani)

di  Italo Rappazzo

Il cancello della mia vecchia casa di Messina: il numero 40 dell’isolato 354,  boccascena di un immaginario teatro, quello della via Malta e oltre la quale il Torrente Boccetta.

Il Torrente Boccetta, il torrente pacioso di una volta con i suoi ponti, rivestito di basalti, adesso ricoperto;  adesso rumoroso transito incessante di veicoli di ogni genere.

Al di là, quale sfondo , sontuosa, la chiesa della Madonna di Pompei.

Una qualsiasi mattinata  dalla primaverile aria cristallina; anni  cinquanta.


Torrente Boccetta isolato 354 n°40

Il primo attore, diciamo così, che si presentava sull’ immaginaria scena al cancello numero 40 dell’isolato 354, era Aurelio, dalla proverbiale magrezza; vagamente militare la foggia del suo vestito: una sahariana; macchie di candeggina, qua e là  sbiancanti,  accentuavano il mimetismo della sua figura diafana. Col suo carrettino, spinto a stanghe, da cui la proverbiale magrezza, portava alle indaffarate massaie, l’occorrente per il bucato - ancora non esistevano i detersivi in polvere che facevano un bianco  che più del bianco non si può.  Il bannìo di Aurelio era: “ Liscìaa…, haju liscìa, Vaccarinu sapuni .“   La liscìa era la  liscivia,  mentre il sapone marca Vaccarino era quello che oggi chiamiamo, nobilitandolo, sapone di Marsiglia, e veniva prodotto nella omonima fabbrica in quel di Giammoro da prima della guerra. A quel richiamo si andava, chi a comprare e chi a sentire l’immancabile esibizione di Aurelio, imitatore senza eguali di vari animali da cortile, grandi e piccini,  condita nel finale dal disperato pianto  di  neonato: Uno spasso. Penso che avesse inventato il primo Carosello della storia.L’ultima esibizione di Aurelio la sentìì durante l’Agosto messinese - era la serata del dilettante- al teatro che veniva allestito in piazza municipio. Con l’aiuto del microfono aggiunse ai noti animali da cortile -esilarante la ragliata dell’asino col fischio - e al pianto del neonato, la partenza del treno a vapore con  sibili, sbuffi e tun, tun sui binari, la galoppata dei film western  di Tommimix  con la pirotecnica sparatoria finale quale conclusione. Il successo fu clamoroso e gli spettatori  resero ad Aurelio un prolungato  e fragoroso applauso - a quel tempo di imitatori, in giro, non se ne vedevano tanti.

Alla fine dell’esibizione, il presentatore gli chiese quale fosse il suo  più grande desiderio, al che Aurelio rispose che gli sarebbe piaciuto essere assunto al municipio di Messina, meta agognata di tanti cittadini della città dello Stretto. Sarà stato esaudito, sentite le sue imitazioni, perché da quel giorno  non lo vedemmo più presentarsi alla ribalta della via Malta. Avrà fatto risuonare con le sue imitazioni le severe  aule municipali.

Ma  ecco presentarsi un altro personaggio il cui bannìo non lasciava adito ad alcun dubbio: “ Robbi vecchi m’accattu, scappi  vecchi m’accattu, robbi  i suddatu vecchi  m’accattu.”  Era un carro un po’ strano quello del nostro personaggio, infatti appesi tutt’attorno facevano bella mostra di sé pentole, pentolini, padelle e padelline e le immancabili caffettiere napoletane. Si intravedevano, fra la catasta di vestiti multicolori, pile di bacili e bacinelle, nonché i  bianco smaltati vasi da notte. Segno che non solo accattava, cioè comprava ma anche  permutava  i robbi vecchi con utili oggetti casalinghi.  Confluivano su questo suo carriaggio anche quelle che furono alcune testimonianze, in fatto di vestimenti, della seconda guerra mondiale.

Chissà quanti di questi abiti, tutti doverosamente  sgargianti nei colori, avevano attraversato l’oceano sulle Liberty, provenienti dagli Stati Uniti, nei pacchi che i connazionali là emigrati mandavano ai lor parenti  che in Italia, dopo la guerra, non se la passavano tanto bene: Tutti.

E cosa dire degli abiti militari. Ce n’ erano di tutti colori dal grigioverde dei soldati italiani, al color cachi degli angloamericani, e qualche verde gruenwald delle truppe della Werhmacht,  tutte affratellate agli abiti civili in una sorta di abbraccio universale: segno inequivocabile di una ritrovata pace. Mancavano le divise di color nero fatte sparire e riutilizzate chissà come dopo l’arrivo degli alleati.

Alle spalle dell’isolato 354 c’è la via Andrea Calamech, valente architetto del XVI secolo, autore fra l’altro della bella statua di don Giovanni D’Austria nonché della testa di Grifone; una volta  non  c’erano i palazzi a  cinque piani che sono stati di seguito costruiti, impedendo al 354 la vista della chiesa di Cristo Re, ma c’era un vasto campo, teatro dei giochi della mia infanzia; memorabili le partite di calcio, dove il pernettì era l’inglese penalty ed enzu il fallo di mano da hands, combattute rincorrendo una palla di pezza creata rivoltando più volte le calze velate  da donna, rese ormai inservibili per le numerose smagliature.

Chi arrivava con giacchetta e coppola, ad una cert’ora del pomeriggio, conducendo il suo numeroso gregge  di capre, a brucar erba, nel campo attiguo a via Calamech? Donn’Araziu, al secolo don Orazio Il lattaio. Si faceva sentire  gridando a piena voce:  “ Attiii...“  Chissà poi dove s’era scordata la ”Elle” iniziale: a compensare aveva aggiunto in fondo delle “i”. A quel  richiamo diverse signore armate di pentolini si affrettavano al cancello, opposto a quello di via Malta. Iniziava l’operazione di mungitura  che era un piacere a vedersi per la schiuma che lo schizzo di latte provocava. Schiuma che poi invariabilmente era da noi piccoli degustata con visibile soddisfazione. Quella era anche, per le vicine di casa, una mezz’ora quotidiana di socializzazione - sapete come sono le signore sempre pronte a  far salotto. L’incontro era l’occasione per intrecciare discorsi, che partivano dalle solite considerazioni meteorologiche per finire chissà dove: Le signore inglesi hanno l’ora del te, da noi  c’era la mezz’ora del latte. Per noi ragazzi, pausa studio, e rinfrancati di schiuma caprina,  andavamo a rincorrerci schiamazzando  su e giù per il cortile.

Molti erano a quel tempo i lattai, che percorrevano le strade messinesi, tanto che un giorno il sindaco al quale, forse, il latte risultava poco digeribile, promulgò una ordinanza, altri sindaci ci avevano tentato, che vietava qualsiasi tipo di transumanza cittadina: era poco decoroso vedere delle capre in giro per le strade.   Ma a donn’Araziu non mancava la fantasia, e siccome il progresso è progresso e il bisogno è bisogno, pensò bene di motorizzarsi. Da allora in poi le capre arrivarono, per un po’ di tempo,  al nostro cancello  su di un traballante furgoncino e il richiamo venne sostituito dall’insistente e meno faticoso suono del clacson.


Arrotino

Una presenza saltuaria era quella dell’arrotino, un omone dai capelli rossi, che col suo “ Mola fobbici e cutedda! “ introduceva una nota di alta tecnologia  nell’usuale  bannio. Un carrettino spinto a mano  con le stanghe  e la cui mola posta superiormente era mossa da una serie di ingranaggi e cinghie poste nell’interno.  Forza motrice trasmessa dal piede dell’arrotino che pigiava alternativamente su una specie di pedale. Uno spettacolo vederlo in azione con tutte quelle scintillette che sprizzavano allegramente, accompagnate dal suono dello zaan - zaan della molatura.


Venditore di Gelso e More

E che dire di quei pomeriggi d’estate quando la città era immersa nella siesta postprandiale. La scuola era finita. Alla mattina noi ragazzi eravamo andati a fare il bagno agli stabilimenti Vittoria o al Principe Amedeo,  dove adesso ci sono gli imbarchi della Caronte sul viale della Libertà. Quella nostra siesta durava qualche ora. Puntuale, come il ruggito del leone della Matrice a mezzogiorno, si presentava al cancello col suo invitante richiamo il venditore di gelsi. Ma che dico gelsi, il venditore di “ghiosa” . “ Ghiosa haju ghiosa. Haju ghiosa nira megghiu di frauli!”  Il Morus nigra la cui dolcezza e il cui profumo rivaleggiavano, vincendo, così come diceva il venditore con la fragola, quella piccola, profumata e dolce di una volta. Con il piatto in mano al cancello a comprare, in tasca lo stecchino per infilzarla, a toccarla con le dita macchiava di rosso, e si vedeva dal suo vestito, in maniera indelebile. E lui , il venditore, sduvagava dal panareddu nel piatto, il succoso frutto; a me il primo assaggio con lo stecchino, complice la fresca ombra del portone di casa mia.

La sera del sabato  si sentiva girare per la città  un banniatore” particolare, in italiano strillone, che  vendeva l’ultima edizione del  “Don Giovanni “, un foglio settimanale messinese di quei tempi, nel cui frontespizio in alto, campeggiava la figura della statua del noto ammiraglio spagnolo, vincitore della battaglia di Lepanto. “ U Don Giuvanni e i nummira”. Era la voce che punteggiava il  sabato sera, facendo pregustare a noi ragazzi il  successivo giorno di festa.  I numeri non erano altro se non quelli dell’estrazione settimanale del lotto, all’uscita dei quali erano legate le smorfiature dei sogni dei Messinesi e le loro relative speranze di facile arricchimento.

A proposito,  una volta alla statua di Don Giovanni rubarono la spada, che poi venne ritrovata, forse uno scherzo dei goliardi messinesi, in vena di facezie sulle statue della città, festa della matricola imperante..  Stiano attenti  i messinesi, con tanti malintenzionati che girano attorno al giorno d’oggi, che non gliela rubino di nuovo, per farla sparire definitivamente.Di feste delle matricole infatti non se ne fanno più che io sappia. Le varie statue possono dormire sonni tranquilli, e alla statua del Nettuno in piazza dell’Unità d’Italia, anch’essa a quel tempo presa di mira, nessuno metterà più le mutande.


Venditore di fichi d'India

In piena estate e per tutti i mesi d’agosto e settembre arrivavano i fichi d’India, i cosiddetti  “Bastarduni ‘ i Catania”. Il delizioso frutto faceva bella mostra di se, già sbucciato sulla bancarella del venditore, il cui bannìo era “ Gelati  su! “  Un invito esplicito a gustare la dolcezza  e la freschezza del frutto simile a quella del gelato confezionato dal gelataio. La parola d’ordine era di non mangiarne troppi altrimenti…

All’inizio dell’autunno, con l’inizio delle prime piogge e dei primi freddi, quelli d’allora - adesso l’estate si prolunga per tutto novembre - con l’odore dei libri scolastici nuovi, facevano la loro comparsa, un po’ asprigni, i cachi, quelli non trattati - In verità quelli che vendono adesso, maturati nelle stufe, sono  più buoni - Girava  per le strade della città e si presentava pure al nostro cancello, un venditore, col suo carrettino,  che  con il suo “Setti cachi centu liri”, e tutti a pensare quello che seguiva, metteva una nota comica al banniamento.

Poco dopo, come apparso dal nulla, si materializzava al cancello un tale la cui canizie bianco-sale denunciava una non più tenera età. Più di un vero e proprio bannio pareva che emettesse dall’ugola riarsa una specie di prolungato e affannoso lamento.“Haju u Sali… Accattativi u Sali…” Voce che prima ti bloccava  la respirazione a mezza via e poi ti faceva desiderare un bel bicchiere d’acqua fresca.

A pensarlo adesso, c’era in quella disperata intonazione una eco che sembrava provenisse da lontano: dalle saline, dalle zolfare, dai campi bruciati dal sole di Sicilia, l’antica voce dei patimenti e delle miserie si tutto un popolo.

Ma fortunatamente – la Sicilia è anche la terra dei forti contrasti – un giovanotto baffuto  dall’aria marinaresca  lanciava poco dopo il suo accattivante e forte richiamo: “ U sciabbagheddu vivi ch’è bellu! “

Nelle sue parole c’era un canto di vittoria, un canto alla bellezza della vita. Un canto che ti faceva venire allegria e l’acquolina in bocca al pensiero della gustosissima frittura di pesce che ne conseguiva.

Gli faceva di controcanto il venditore di costardelle, che rievocava col suo bannio  le azzurre profondità dello Stretto: “ Frischi, frischi du canali sunnu. Antura i piscaru ! “  ( Antura - ante horam, poco prima di un’ora fa). Aveva avvolto il pesce nella classica carta paglia, peso un rotolo- circa 800 grammi-  e lo andava sbandierando in aria, quale irresistibile richiamo. Sia le costardelle che lo sciabbagheddo erano e spero che ancora lo siano, pesci pescati in quantità dal prezzo accessibile - il cosiddetto  sciala popolo. Ottimi fritti, degustati ancora caldi di padella, croccanti al punto giusto, accompagnati dalla cipolla di Tropea, quella longulina, intinta nell’aceto rosso: una vera goduria del palato.


Venditori di Vongole

A completare gli ambulanti di prodotti ittici messinesi era ” ‘u cocciularu ganzirrotu” venditore di cozze e telline o se preferite arselle,  con sacca a tracolla e cestino puntualmente gocciolanti odore di mare:  “Quantu sunnu chini sti cocciuli ! “ Era il suo canto di battaglia.

Questi i solisti, che io ben ricordo.

Se poi si andava in  uno dei tanti mercati rionali  della città, il bannio diventava opera lirica con tanto di solisti e coro, in cui ogni venditore si sgolava a più non posso magnificando la merce posta in vendita, per non venir meno al vecchio adagio che: “ A robba banniata è menza vinnuta.”

Sarebbe valsa la pena avere un registratore, che avesse potuto imprimere quelle voci in modo tale da poterle tramandare ai posteri.

Ma, torniamo a noi. Cosa mai ha scatenato in me questi di ricordi? Volete proprio saperlo?  Una semplice frittura di pesce, proprio di pesce sciabbagheddu, di cui sopra, che col suo profumo mi ha fatto, per me che vivo altrove, ricordare, memoria spontanea e involontaria – e qui c’è da scomodare il buon Marcel Proust , con la sua” Ricerca del tempo perduto”- la città della mia infanzia, della mia giovinezza. La città che con i suoi suoni, con i suoi colori dentro me non è mai cambiata, essendo il luogo della mia vita spensierata  dei miei sogni; degli instancabili giochi con i miei amici; il luogo dell’affetto di tutti coloro, che oggi  purtroppo non ci sono più.

 

Italo Rappazzo


 

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