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Il Porto incatenato
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di Paolo Ullo.

L’elenco degli antichi fasti, che Messina ha vissuto per l’attività del suo Porto, sarebbe troppo lungo ed incomprensibile per chi, la Storia della nostra Città non la conosce; non la conoscono o non sono Messinesi, quelli che hanno appiccicato, sovrapposto e sostituito alle imbarcazioni, alla scritta “Messina”, quella di “Catania”. Non sono uomo di mare e non me ne intendo, ma, dicono sia solo questione di Registro Navale, ragioni burocratiche che hanno fatto cambiare i connotati alle navi traghetto, ai rimorchiatori, pescherecci e qualsiasi natante di casa nel Porto di Messina; e pensare che attorno al Porto, sul Porto e per il Porto ha avuto origine la Città. Il riferimento storico che segue e gli altri, contenuti in questo scritto sono stati estratti da “Messina e dintorni; Guida a cura del Municipio, Messina 1902”:

L’origine di Messina, al pari di quella di altre città vetustissime, perdesi nella oscura notte dei tempi. I poeti, primi storici del mondo antico, cantarono che Nettuno con un colpo del suo tridente avesse separato la Sicilia dalla penisola, e che qui Saturno avesse gettato e nascosto la falce: misteriosa origine del nome di Zancle, da ZàykAn dato alla città, per la curva del suo porto a guisa di falce, dalle popolazioni indigene e primitive, fra le quali ebber preponderanza i Sicani, avanti che i Siculi, passati nell’isola e venuti a patti con essi, avesser ottenuto il dominio di Zancle, da loro pure chiamata con questo antico nome…

Sulle fiancate dell’esigua flotta in servizio di traghettamento sullo Stretto, strane accoppiate anagrafiche, sono il simbolo della perdita di identità nel luogo che tanto lustro ha dato, in passato, alla nostra tradizione marinara; per nominarne alcune, la Nave Traghetto “Logudoro”, targata “Catania” sancisce il felice connubio, matrimonio fra poveri, fra due Isole, Sicilia e Sardegna, da sempre appendici scomode della più pingue ed agiata Penisola; la “Fata Morgana”, oltre che Nave Traghetto, esclusivo fenomeno ottico dello Stretto di mare fra Reggio Calabria e Messina, con “Catania” in appendice, offende la Mitologia ed una fetta della Storia Universale; la nuova arrivata, la Nave Traghetto “Messina”, sottotitolata “Catania”, per una associazione di idee, rievoca una tratta ferroviaria, stradale o un incontro di calcio d’altri tempi.

E’ bene sottolineare che il riferimento alla Città di Catania è limitato all’invasione che la sua scritta ha provocato nell’anagrafe marittima della Città di Messina; non è nelle nostre intenzioni servircene a demerito di una Città che, anch’essa e a suo modo, ha contribuito e contribuisce a dare valore alla Sicilia e alla Nazione.

Anche se i riferimenti al passato saranno indigeribili a chi cancella la Storia di Messina, per ragioni economiche, di accorpamento di competenze territoriali, di fusioni strategiche da “rispammiu da pidocchia”, è meglio ricordare a tutti noi che:

“Per la sua vicinanza alla penisola calabrese (Km.7 da Villa S. Giovanni) per la quale è l’anello delle comunicazioni terrestri tra il Continente ed il resto dell’isola, e più ancora per l’invidiabile posizione del suo porto ampio e sicuro, situato sul punto centrale del Mediterraneo tra il Jonio ed il Tirreno, fanno di questa città la tappa naturale dei commerci tra l’Europa e il Levante…

…Collocata a cavaliere di due mari, sin dalla sua origine, la città di Messina ebbe vita marinara, e in ogni tempo dovette aver propri navigli che la mettevano in comunicazione con gli altri popoli. L’esistenza, per parecchi secoli, di una Darsena e di un Cantiere Navale nel suo porto ne è la più sicura prova…

…Hbn Gutbayr, l’insigne geografo musulmano, che visitò Messina nel 1183-84, così descrisse la floridezza del porto Messinese in quei giorni: “E’ da noverare Messina tra i più egregi paesi e più prosperi anche per la gente che va e viene. Qui l’arsenale, qui un continuo ancorare, scaricare e salpare di legni, provenienti da tutti i paesi marittimi dei Rùm (musulmani); qui raccolgonsi le grandi navi, i viaggiatori e i mercanti vi traggono da ogni banda. Splendidi i mercati, numerosi i compratori, facilissima la vendita.”

L’ istituzione e concessione del “Portofranco” alla Città di Messina, sancito per la prima volta da:

“Arrigo VI…Accolto in Messina nel 1194 con feste, invece di cominciare, come altrove, il suo regno col terrore e con atroci vendette, per cattivarsi l’amore dei sudditi concesse al Duomo la signoria del feudo di Feroleto in Calabria, ricorrendo la consacrazione di questo tempio ai 22 Settembre 1197, alla quale assistè insieme con l’imperatrice ed il figlio Federico. Confermò inoltre le prerogative dei suoi predecessori al monastero del SS. Salvatore, e con diploma dell’11 Maggio 1197 ampliò a favore dei cittadini la franchigia del porto – inizio del portofranco – massima prerogativa questa, sorgente di floridezza economica, che dopo la morte di lui, avvenuta nella stessa Messina il 28 Settembre di quell’anno, venne riconfermata da Costanza Imperatrice (1198).”

Il “Portofranco” ha subito nel tempo fasi altalenanti, secondo le varie dominazioni subite dalla Città ed:

“Esso fu qualche cosa di più di quanto comunemente s’intende con la parola portofranco, poiché concedeva ai Messinesi di “poter liberamente da per tutto, per mare e per terra, importare ed esportare tutte le loro merci e robe senza alcuna contribuzione”, quindi senza pastoie di nessuna specie. La qual cosa costituisce la proclamazione e consacrazione del principio di una vera, propria ed assoluta libertà di commercio.”

Altre prerogative fanno impallidire la “manovra” di far migrare più a Sud il Registro Navale di Messina, anche perché la floridezza economica della Città ha seguito le sorti di “Ragioni di Stato” che sfuggono a noi comuni cittadini. Certo, altri tempi, ma al nostro Porto era concessa quella:

“per la estrazione della seta dal solo porto di Messina; prerogativa acquistata per contratto nel 1591, mediante lo sborso alla corte di scudi 500.000, pagati al cambio di Castiglia.”

Tornando indietro di venti anni, al 1571, il Porto è stato scenario unico e naturale per quello straordinario raduno di navi che cambiò gli equilibri nel Mediterraneo:

“Splendido del pari riuscì il ricevimento a D. Giovanni d’Austria nell’Agosto 1571, venuto ad assumere il comando della flotta della lega Cristiana promossa da Pio V contro i Turchi, essendo convenuti in questo porto col fiore della nobiltà italiana le navi del pontefice con M.A. Colonna; quelle di Venezia comandate da Sebastiano Veniero; le altre di Savoja con il Provana di Leyni; dei cavalieri di Malta con fra Pietro Giustiniani, patrizio veneto, gran priore di Messina; e le squadre di Genova col Doria, di Napoli con D. Alvaro di Bazan, e di Sicilia con D. Giovanni di Cardona. Come venturieri lo seguirono a Lepanto vari signori calabresi e siciliani, fra i quali i messinesi Tommaso Marquet  de Guevara, che in quella battaglia (7 Ottobre 1571) ebbe il comando di diciotto galeotte, e Vincenzo Marullo, conte di Condojanni e di Augusta. Dopo quella strepitosa vittoria Messina fu prima a ricevere con solenne trionfo il Generalissimo e quei gloriosi comandanti, benedetti dall’intera Cristianità. Ricordasi pure che l’istesso D. Giovanni andò a rendere omaggio all’illustre scienziato Francesco Maurolico, “per i consigli da lui ricevuti prima di sciogliere le vele per la fortunata impresa”. Ed oltre alle grandi feste, al torneo, ai funerali pei caduti in battaglia, il consiglio civico decretò allora la erezione di una statua di bronzo al prode e giovane vincitor di Lepanto, e volle che con nome di “Austria” fosse titolata la via, in quei giorni iniziata nel quartiere degli Amalfitani, detta ora del “Primo Settembre”.

Per ragioni di brevità, saranno tralasciati altri avvenimenti più recenti per dedicarsi a considerazioni che ci riguardano ancor più da vicino. Traggo spunto dal seguente spaccato:

“Spesso dal porto di Messina partivano alquante brigate di cavalieri e dame in barchette coperte di ricchi baldacchini dorati, e le prore incoronate di fiori, per godere da presso l’emozionante spettacolo che offre la pesca del pescespada lungo le due opposte rive dello Stretto.”

Per mettere in evidenza come la Città di Messina, da qualche decennio a questa parte, sia stata defraudata dal godere di un luogo, vera, unica e naturale “isola pedonale”. Lontani anni luce dalle “isole” artefatte, l’immensa superficie offerta dalle sequela di Moli di vario titolo, offre uno scenario “off limits” ai Messinesi, impediti da cancelli, sbarramenti, “posti di blocco” e parcheggi destinati a pochi intimi. Le banchine del Porto, riservate ai soli croceristi disorientati, sono un esempio di cattiva gestione degli spazi cittadini; fra l’arrivo di una Nave da Crociera e l’altra, sarebbe doveroso consentire alla cittadinanza, pescatori con canna compresi, di riappropriarsi di una fetta della Città trasformata in prigione. Altre motivazioni spinsero ad incatenare il Porto:

 “Nel 1081 il conte Ruggero, dopo aver fatto costruire il superbo Real Palazzo, in centro alla curvità del porto, avea fatto continuare le muraglie e le torri lungo il litorale, sino al torrente Boccetta, allora chiamato Cannizzaro, probabilmente così detto dagli Arabi “Hain-nazr” (fiume del mal tempo) o dall’essere abitata quella contrada dai costruttori di “canizze”, come opinò il Gallo. Allo sbocco di esso fu poscia eretto il forte di San Giorgio a Molovecchio, all’ingresso del porto, la cui custodia di notte tempo venne garantita sino al 1392 da una catena di ferro, che stendevasi all’opposto monastero del SS. Salvatore dei Basiliani, eretto a fortezza dall’Imperatore Carlo V dopo il 1535.”

Dopo aver esultato, ai primi del ‘900, perché:

“Da circa tre anni funzionano i ferry-boat per il collegamento del traffico fra la rete ferroviaria del continente e quella dell’isola, il contorno dell’ampio porto ha subito perciò, e per le altre necessità del commercio, delle modificazioni che segnano il principio di un miglioramento. Le altre opere già progettate dal Governo in base ad insistenti reclami delle autorità cittadine e dei commercianti, conferiranno al porto altre comodità e facilità di approdo a grandi navi.”

Più di cento anni dopo, non ci resta che piangere; il Porto targato “CT”, più che una catena da burocrati, sembra una “cintura di castità” applicata ad una Città dalla bellezza sfiorita…Ed altro ancora…

 


 

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