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Due Papi per due Santi
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Così L'Osservatore Romano commenta la storica giornata.

Il 27 aprile 2014 passerà alla storia della Chiesa Cattolica come la giornata della canonizzazione di due santi con la presenza di due Papi.

La canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli e di Karol Wojtyla è stato un avvenimento che passerà alla storia perchè senza precedenti. Ha interessato milioni di persone e non solo cattoliche. Mai infatti un vescovo di Roma aveva proclamato simultaneamente la santità di due suoi predecessori oltretutto figure molto popolari. Solo nove anni sono trascorsi dalla morte di Giovanni Paolo II e cinquantuno da quella di Giovanni XXIII.

Vi è stata un’altra circostanza eccezionale, Papa Francesco ha invitato alla solenne liturgia il suo predecessore Benedetto XVI Papa Emerito, che vi ha preso parte con naturale semplicità, circondato visibilmente dall’affetto di tanti e abbracciato dal suo successore.

Roncalli e Wojtyla, figure simbolicamente unite dal concilio, hanno attraversato la contemporaneità e vissuto da cristiani le tragedie di un tempo tremendo con le inutili stragi delle guerre mondiali, l’empia disumanità dei totalitarismi nazista e comunista.

Gli occhi del mondo domenica erano puntati su Piazza San Pietro. Non solo cattolici, ma anche persone di altre fedi hanno seguito la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Un coinvolgimento mondiale senza precedenti.

In molti luoghi, prima e dopo il rito in Vaticano, i fedeli hanno partecipato a celebrazioni liturgiche, accompagnando l’evento con la preghiera. In particolare a Sotto il Monte e Wadowice, che hanno dato i natali a Roncalli e Wojtyla, sono state invase da gruppi di pellegrini. Nella piccola cittadina bergamasca oltre cinquemila fedeli hanno seguito sui maxischermi la diretta televisiva. L’annuncio della canonizzazione del Papa bergamasco è stato accolto da applausi, lacrime di commozione, grida di gioia e dal suono festoso delle campane. A Wadowice circa seimila pellegrini giunti da diverse località della Polonia hanno partecipato alla messa celebrata all’aperto davanti alla chiesa parrocchiale dove il piccolo Karol fu battezzato. Poi su un maxischermo hanno seguito in silenzio la trasmissione televisiva in diretta da Piazza San Pietro. Quando Francesco ha dato ufficilamente il suo assenso alla richiesta di canonizzazione dei due Papi, anche qui il silenzio è stato rotto dalle grida di giubilo e solo dopo qualche minuto di commozione i presenti sono riusciti a cantare Barka, un canto religioso molto caro a Giovanni Paolo II.

Oltre trentacinquemila giovani cattolici si sono invece riuniti a Dubrovnik, sulla costa adriatica della Croazia, per un tradizionale raduno che quest’anno ha coinciso con la canonizzazione .

Tutta l’America Latina ha seguito la canonizzazione. A Buenos Aires il momento centrale delle celebrazioni è stato la messa solenne nella cattedrale, ma altre iniziative, compresi diversi pellegrinaggi, si sono tenute in molte chiese del Paese.

C’ero anch’io.

Chissà quante volte questa frase riaffiorerà sulle labbra di quel milione di persone che nei giorni, nei mesi, negli anni a venire certamente si troverà a ripensare alla domenica 27 aprile 2014, vissuta a Roma, in piazza San Pietro e dintorni. La domenica già consegnata alla storia come “il giorno dei quattro Papi”, quella della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II presieduta da Papa Francesco e concelebrata dal Papa emerito Benedetto XVI.

I numeri indicano oltre due miliardi di persone collegate con la piazza della festa attraverso ogni mezzo offerto dalla più avanzata tecnologia per le comunicazioni. Tanti quanti avranno certo visto l’abbraccio affettuoso tra Jorge Mario Bergoglio e Joseph Ratzinger, prima e dopo la celebrazione. In pochi però hanno avuto la sorte di ascoltare quel “grazie” rivolto due volte da Papa Francesco a Benedetto XVI, al termine della lunga ma sobria celebrazione. Un “grazie” sussurrato e accolto come tra due compagni che si sono vicendevolmente sostenuti nel realizzare un sogno.

Santi

Mai nella storia della Chiesa di Roma un suo vescovo ha proclamato santi due predecessori così vicini nel tempo come avviene ora con la canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli e Karol Wojtyla. Senza alcun dubbio Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono stati protagonisti nella seconda metà del Novecento di due pontificati — il primo breve, il secondo lunghissimo, fino all’inizio del nuovo secolo — dei quali si percepisce l’importanza già adesso, ancor prima che di questo tempo sia consentita in prospettiva storica una fondata valutazione.

La santità personale di Roncalli e di Wojtyla ha un significato speciale. È infatti la luce del Vaticano II, mezzo secolo dopo la sua conclusione, a illuminare e unire le due canonizzazioni. Ed emblematicamente le uniche immagini fotografiche che ritraggono insieme Papa Giovanni e il giovane ausiliare di Cracovia sono quelle di un’udienza all’episcopato polacco proprio alla vigilia del concilio.

La loro santità s’iscrive dunque nel contesto del Vaticano II, Roncalli lo intuì e con sereno coraggio lo aprì, Wojtyla lo visse appassionatamente da vescovo. Il gesto del loro successore Francesco indica allora non solo l’esemplarità di due cristiani divenuti Papi, ma anche il cammino comune, da loro segnato, del rinnovamento e della simpatia per le donne e gli uomini del nostro tempo.

Uomini coraggiosi che hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia. Così Papa Francesco ha definito Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II presiedendone la canonizzazione nella mattina di domenica 27 aprile in piazza San Pietro.

A impreziosire la straordinarietà di questa festa della fede l’abbraccio di Papa Francesco con Benedetto XVI, il quale ha concelebrato la messa per la canonizzazione.

Durante l’omelia, ascoltata in raccolto silenzio da almeno ottocentomila persone riunite in piazza San Pietro e lungo tutta via della Conciliazione, il Pontefice ha voluto sottolineare che San Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia.

Il Papa ha descritto i suoi predecessori come sacerdoti, vescovi e papi del XX secolo, del quale hanno conosciuto le tragedie ma non ne sono stati sopraffatti. Questo perché in loro era più forte Dio e la fede in Gesù Cristo. Ma soprattutto perché più forte in loro era la misericordia di Dio.

Di Giovanni XXIII Francesco ha parlato come del Papa della docilità allo Spirito Santo. Di Giovanni Paolo II ha invece evidenziato l’amore per la famiglia.

San Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello (cfr Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia.

Sono stati sacerdoti, e vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio che si manifesta in queste cinque piaghe; più forte era la vicinanza materna di Maria.

In questi due uomini contemplativi delle piaghe di Cristo e testimoni della sua misericordia dimorava una speranza viva, insieme con una gioia indicibile e gloriosa (1 Pt 1,3.8). La speranza e la gioia che Cristo risorto dà ai suoi discepoli, e delle quali nulla e nessuno può privarli. La speranza e la gioia pasquali, passate attraverso il crogiolo della spogliazione, dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla nausea per l’amarezza di quel calice. Queste sono la speranza e la gioia che i due santi Papi hanno ricevuto in dono dal Signore risorto e a loro volta hanno donato in abbondanza al Popolo di Dio, ricevendone eterna riconoscenza.

  

I due santi:

Angelo Giuseppe Roncalli

A Sotto il Monte, nel Bergamasco, Angelo Giuseppe Roncalli nasce il 25 novembre 1881. Trascorre l’infanzia nel paese natale, crescendo in una famiglia rurale di umili origini. Nel 1892 entra nel seminario di Bergamo, dove nel 1895 inizia a scrivere le «note spirituali» che faranno poi parte del Giornale dell’anima. Nel 1900 viene inviato a Roma, dove si laurea in teologia e, nel 1904, riceve l’ordinazione sacerdotale. Richiamato l’anno dopo a Bergamo dal vescovo Radini Tedeschi, ne diventa segretario e gli è al fianco fino al 1914, assimilandone la vivacità pastorale e lo spirito riformatore.

Dopo l’esperienza della guerra, diventa direttore spirituale del seminario maggiore. Quindi nel 1921 si trasferisce a Roma per assumere l’incarico di presidente del consiglio centrale dell’Opera della propagazione della fede.

Il 3 marzo 1925 Pio XI lo nomina visitatore apostolico in Bulgaria. Riceve l’ordinazione episcopale il 19 marzo successivo, scegliendo come motto Oboedentia et pax. Il 17 novembre 1934 diventa delegato apostolico in Turchia e Grecia, e il 23 amministratore apostolico del vicariato di Costantinopoli. Poi, il 23 dicembre 1944, viene trasferito in Francia, dove è nunzio apostolico per otto anni. A conclusione del suo mandato, il 12 gennaio 1953 Pio XII lo crea cardinale e tre giorni dopo lo nomina patriarca di Venezia.

Nel 1958, dopo la morte di Papa Pacelli, prende parte al conclave che si apre il 25 ottobre. Ormai settantasettenne, dopo undici scrutini, è eletto Papa nel pomeriggio del 28, con una scelta che viene interpretata nel segno della “transizione” al termine del lungo e impegnativo pontificato pacelliano.

Appena tre mesi dopo, il 25 gennaio 1959, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, annuncia a sorpresa l’intenzione di convocare un concilio ecumenico per la Chiesa universale, manifestando anche la volontà di indire un Sinodo diocesano per Roma e di aggiornare il Codex iuris canonici. È una decisione inattesa e clamorosa, che suscita una vastissima eco nell’opinione pubblica e orienta in modo preminente tutto il suo pontificato. Da quel giorno infatti si dedica con determinazione alla realizzazione dell’assise, che dopo tre anni di preparazione si apre l’11 ottobre 1962 alla presenza di oltre duemila vescovi e numerosi osservatori di Chiese non cattoliche riuniti a San Pietro. Sarà lo stesso Pontefice a chiudere il primo periodo di lavori conciliari l’8 dicembre successivo, indicando la prospettiva del lungo cammino che ancora resta da percorrere e che porterà a termine il suo successore Paolo VI.

Se il concilio assorbe la gran parte delle sue energie, non vanno dimenticate le altre linee portanti di un pontificato che appare profondamente radicato nella dimensione pastorale ed episcopale del servizio papale. In cinque anni si moltiplicano le visite e gli incontri con i fedeli di Roma, si consolida l’internazionalizzazione del collegio cardinalizio e viene valorizzato sempre più il ruolo degli episcopati locali. La propensione al dialogo trova terreno fertile soprattutto nel campo ecumenico e in quello delle relazioni con le altre religioni. Al tempo stesso ha inizio quella politica di apertura volta a migliorare i rapporti tra Santa Sede e Paesi del blocco comunista, mentre cresce l’autorevolezza del Pontefice sulla scena internazionale, come dimostra, tra l’altro, l’azione pacificatrice durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Alla pace Papa Roncalli dedica anche la sua ottava e ultima enciclica Pacem in terris, pubblicata nell’aprile 1963. Proprio in quei mesi le sue condizioni di salute si aggravano repentinamente a causa dell’avanzare del tumore diagnosticatogli nell’autunno precedente. Muore la sera del 3 giugno 1963. Il 18 novembre 1965, durante l’ultimo periodo del concilio, Papa Montini annuncia l’avvio della causa di beatificazione, insieme a quella del predecessore Pio XII. Viene proclamato beato da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000.

Karol Wojtyla

Karol Wojtyla nasce il 18 maggio 1920 a Wadowice, cittadina della Polonia meridionale, dove risiede fino al 1938, quando si iscrive alla facoltà di filosofia dell’Università Jagellonica e si trasferisce a Cracovia. Nell’autunno 1940 lavora come operaio nelle cave di pietra e poi in una fabbrica chimica. Nell’ottobre 1942 entra nel seminario clandestino di Cracovia e il 1° novembre 1946 è ordinato sacerdote.

Il 4 luglio 1958 Pio XII lo nomina vescovo ausiliare di Cracovia. Riceve l’ordinazione episcopale il 28 settembre successivo. Come motto episcopale sceglie l’espressione mariana Totus tuus di san Luigi Maria Grignion de Montfort.

Prima come ausiliare e poi, dal 13 gennaio 1964, come arcivescovo di Cracovia, partecipa a tutte le sessioni del concilio Vaticano II. Il 26 giugno 1967 viene creato cardinale da Paolo VI.

Nel 1978 partecipa al conclave convocato dopo la morte di Montini e a quello successivo alla improvvisa scomparsa di Luciani. Nel pomeriggio del 16 ottobre, dopo otto scrutini, viene eletto Papa. È il primo Pontefice slavo della storia e il primo non italiano dopo quasi mezzo millennio, dal tempo cioè di Adriano VI (1522-1523).

Personalità poliedrica e carismatica, si impone subito per la grande capacità comunicativa e per lo stile pastorale fuori dagli schemi. La tempra e il vigore di un’età relativamente giovane gli consentono di intraprendere un’attività intensissima, scandita soprattutto dal moltiplicarsi delle visite e dei viaggi: complessivamente saranno ben 104 quelli internazionali e 146 quelli in Italia, con 129 Paesi toccati nei cinque continenti.

Sin dall’inizio lavora per dar voce alla cosiddetta Chiesa del silenzio. L’insistenza sui temi dei diritti dell’uomo e della libertà religiosa diventa così una costante del suo magistero. Tanto che oggi è largamente riconosciuto il contributo rilevante che la sua azione ha avuto nelle vicende che hanno determinato il crollo del muro di Berlino nel 1989 e il successivo sgretolamento dei regimi filosovietici. In questo contesto va probabilmente inserito il gravissimo episodio dell’attentato di cui è vittima il 13 maggio 1981 per mano del turco Ali Agca.

Accanto alla polemica anticomunista, si sviluppa anche una lettura critica del capitalismo, sottoposto a un’analisi serrata in tre delle sue quattordici encicliche: la Laborem exercens (1981), la Sollicitudo rei socialis (1987) e la Centesimus annus (1991). Assidua è inoltre la sua attività in favore della pace, che si intreccia alla ricerca del dialogo con le grandi religioni e al nuovo impulso impresso al cammino ecumenico.

Nel 1983 promulga il nuovo Codex iuris canonici e poi realizza una riforma della Curia romana con la costituzione apostolica Pastor bonus del 1988. Favorisce inoltre la dimensione della collegialità episcopale nel governo della Chiesa, soprattutto attraverso la convocazione di quindici sinodi dei vescovi. Tra i numeri di un pontificato lunghissimo — per durata secondo solo a quello di Pio IX (1846-1878) — vanno annoverate anche le frequenti cerimonie di beatificazione e canonizzazione, nel corso delle quali vengono proclamati 1.338 beati e 482 santi.

Col passare degli anni l’attenzione del Pontefice si focalizza soprattutto sulla celebrazione del grande giubileo del 2000. L’avvenimento assume un significato altamente simbolico nel quadro della sua missione pastorale e si carica di una forte valenza penitenziale, espressa in modo emblematico nella giornata del perdono (12 marzo).

La chiusura del giubileo apre la fase conclusiva del pontificato, segnata soprattutto dal progressivo aggravamento delle condizioni di salute del Papa, che dopo una lunga e straziante agonia muore la sera del 2 aprile 2005.

A soli 26 giorni dalla scomparsa, Benedetto XVI concede la dispensa dai cinque anni di attesa prescritti consentendo l’inizio della causa di canonizzazione. E lo stesso Papa lo proclama beato il 1° maggio 2011.

 Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.

«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.

Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.


        Le preghiere di Papa Francesco ad Amatrice dopo il terremoto 

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.


Papa Francesco tra i Vigili del Fuoco ad Amatrice

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo "l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina".

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013.

Benedetto XVI Papa Emerito, Joseph Ratzinger

Il Cardinale Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, è nato a Marktl am Inn, diocesi di Passau (Germania), il 16 aprile del 1927 (Sabato Santo), e battezzato lo stesso giorno. Il padre, Commissario di polizia, proveniva da un’antica famiglia di agricoltori della Bassa Baviera, di condizioni economiche piuttosto modeste. La madre era figlia di artigiani di Rimsting, sul lago Chiem, e prima di sposarsi aveva lavorato come cuoca in vari hotels.

Trascorse l’infanzia e l’adolescenza in Traunstein, piccola località vicina alla frontiera con l’Austria, a 30 km. da Salisburgo. In questo contesto, che egli stesso ha definito “mozartiano”, ricevette  la sua formazione cristiana, umana e culturale.

Non fu facile il periodo della sua giovinezza. La fede e l’educazione della famiglia lo prepararono ad affrontare la dura esperienza di quei tempi, in cui il regime nazista manteneva un clima di forte ostilità contro la Chiesa cattolica. Il giovane Joseph vide come i nazisti colpivano il parroco prima della celebrazione della Santa Messa.

 Proprio in tale complessa situazione, egli ebbe a scoprire la bellezza e la verità della fede in Cristo; un ruolo fondamentale per questo svolse l’attitudine della sua famiglia, che sempre dette chiara testimonianza di bontà e di speranza, radicata nella consapevole appartenenza alla Chiesa.

Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale fu arruolato nei servizi ausiliari antiaerei. Dal 1946 al 1951 studiò filosofia e teologia nella Scuola superiore di filosofia e di teologia di Frisinga e nell’università di Monaco di Baviera.

Fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1951. Un anno dopo intraprese l’insegnamento nella Scuola superiore di Frisinga.

Nel 1953 divenne dottore in teologia con la tesi “Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant’Agostino”. Quattro anni dopo, sotto la direzione del noto professore di teologia fondamentale Gottlieb Söhngen, ottenne l’abilitazione all’insegnamento con una dissertazione su: “La teologia della storia di San Bonaventura”.

Dopo aver insegnato teologia dogmatica e fondamentale nella Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga, proseguì la sua attività di docenza a Bonn, dal 1959 al 1963; a Münster, dal 1963 al 1966; e a Tubinga, dal 1966 al 1969. In quest’ultimo anno divenne cattedratico di dogmatica e storia del dogma all’Università di Ratisbona, dove ricoprì al tempo stesso l’incarico di vicepresidente dell’Università.

Dal 1962 al 1965 dette un notevole contributo al Concilio Vaticano II come “esperto”; assistette come consultore teologico del Cardinale Joseph Frings, Arcivescovo di Colonia.

Un’intensa attività scientifica lo condusse a svolgere importanti incarichi al servizio della Conferenza Episcopale Tedesca e nella Commissione Teologica Internazionale.

Nel 1972, insieme ad Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac ed altri grandi teologi, dette inizio alla rivista di teologia “Communio”.

Il 25 marzo del 1977 il Papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di Monaco e Frisinga e ricevette l’Ordinazione episcopale il 28 maggio. Fu il primo sacerdote diocesano, dopo 80 anni, ad assumere il governo pastorale della grande Arcidiocesi bavarese. Come motto episcopale scelse “collaboratore della verità”, ed egli stesso ne dette la spiegazione: “per un verso, mi sembrava che era questo il rapporto esistente tra il mio precedente compito di professore e la nuova missione. Anche se in modi diversi, quel che era e continuava a restare in gioco era seguire la verità, stare al suo servizio. E, d’altra parte, ho scelto questo motto perché nel mondo di oggi il tema della verità viene quasi totalmente sottaciuto; appare infatti come qualcosa di troppo grande per l’uomo, nonostante che tutto si sgretoli se manca la verità”.

Paolo VI lo creò Cardinale, con il titolo presbiterale di “Santa Maria Consolatrice al Tiburtino”, nel Concistoro del 27 giugno del medesimo anno.

Nel 1978, il Cardinale Ratzinger prese parte al Conclave, svoltosi dal 25 al 26 agosto, che elesse Giovanni Paolo I, il quale lo nominò suo Inviato Speciale al III Congresso mariologico internazionale celebratosi a Guayaquil, in Ecuador, dal 16 al 24 settembre. Nel mese di ottobre dello stesso anno prese parte al Conclave che elesse Giovanni Paolo II.

Fu relatore nella V Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1980 sul tema: “Missione della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo”, e Presidente delegato della VI Assemblea Generale Ordinaria del 1983 su “La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa”.

Giovanni Paolo II, il 25 novembre del 1981, lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale. Il 15 febbraio del 1982 rinunciò al governo pastorale dell’Arcidiocesi di  Monaco e Frisinga;  il 5 aprile del 1993 venne elevato dal Pontefice all’Ordine dei Vescovi, e gli fu assegnata la sede suburbicaria di Velletri - Segni.

E’ stato Presidente della Commissione per la preparazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che, dopo sei anni di lavoro (1986–1992), ha presentato al  Santo Padre  il nuovo Catechismo.

Giovanni Paolo II, il 6 novembre del 1998, approvò la sua elezione a Vice Decano del Collegio cardinalizio da parte dei Cardinali dell’Ordine dei Vescovi, e, il 30 novembre del 2002,  quella a Decano con la contestuale assegnazione della sede suburbicaria di Ostia.

Fu Inviato Speciale del Papa alle celebrazioni per il XII centenario dell’erezione della Diocesi di Paderborn, in Germania, che ebbero luogo il 3 gennaio 1999.

Dal 13 novembre del 2000 era Accademico onorario della Pontificia Accademia delle Scienze.

Nella Curia Romana è stato membro del Consiglio della Segreteria di Stato per i Rapporti con gli Stati; delle Congregazioni per le Chiese Orientali, per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei Popoli, per l’Educazione Cattolica, per il Clero e delle Cause dei Santi; dei Consigli Pontifici per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Cultura; del Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica; e delle Commissioni Pontificie per l’America Latina, dell’“Ecclesia Dei”, per l’Interpretazione autentica del Codice di Diritto Canonico e per la Revisione del Codice di Diritto Canonico Orientale.

Tra le sue numerose pubblicazioni, occupa un posto particolare il libro: “Introduzione al Cristianesimo”, silloge di lezioni universitarie pubblicate nel 1968 sulla professione della fede apostolica; “Dogma e predicazione” (1973), antologia di saggi, omelie e riflessioni dedicate alla pastorale.

Ebbe grande eco il discorso che tenne davanti all’Accademia bavarese sul tema “Perché sono ancora nella Chiesa” nel quale, con la solita sua chiarezza, affermò: “Solo nella Chiesa è possibile essere cristiano e non ai margini della Chiesa”.

Continuò ad essere abbondante la serie delle sue pubblicazioni nel corso degli anni, costituendo un punto di riferimento per tante persone, specialmente per  quanti volevano approfondire lo studio della teologia. Nel 1985 pubblicò il libro-intervista: “Rapporto sulla fede” e, nel 1996, “Il sale della terra”. Ugualmente, in occasione del suo 70° genetliaco, venne edito il libro: “Alla scuola della verità”, in cui vari autori illustrano diversi aspetti della sua personalità e della sua opera.

Numerosi sono i dottorati “honoris causa” che egli ha ricevuto: dal College of St. Thomas in St. Paul (Minnesota, USA) nel 1984; dall’Università cattolica di Lima nel 1986; dall’Università cattolica di Eichstätt nel 1987; dall’Università cattolica di Lublino nel 1988; dall’Università di Navarra (Pamplona, Spagna) nel 1998; dalla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) nel 1999; dalla Facoltà di teologia dell’Università di Breslavia (Polonia) nel 2000.

a cura di Pippo Lombardo


I due Papi:


 

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