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Il semaforo
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Ingresso principale del Gran Camposanto di Messina 

di Paolo Ullo

Molte Città, fra le quali la nostra, hanno delegato ad uno specifico assessorato la risoluzione dei problemi di viabilità urbana; l'efficacia della strumentazione adottata, spesso viene vanificata da un uso personale ed utilitaristico, in forte contrasto con le più elementari norme di educazione stradale. Dal continuo braccio di ferro fra i preposti all'ordine ed i cultori del disordine, deriva un crescendo di provvedimenti e segnaletica, che, a volte, appaiono eccessivi, superflui, inutili da sortire gli effetti contrari a quelli desiderati; si è giunti persino a stilare una classifica per la Città con più divieti, più semafori ed altri artifici per rendere, dipende dal punto di vista, migliore o peggiore l'esigenza degli spostamenti quotidiani, con qualsiasi strumento motorio.

Indipendentemente dalla posizione in questa classifica del vittimismo, alla nostra Città spetta un record assoluto, senza competizione e senza concorrenti, segno tangibile di irriverenza verso un luogo al di sopra delle parti, fuori dalla lotta per la precedenza nelle rotatorie, nel quale si entra per un viaggio senza ritorno. Diversamente da quelli applicati agli incroci, il semaforo, sempre di colore rosso, al quale è assegnato lo stesso valore inibitore di una ordinaria strada cittadina, che fa bella mostra di sé, soprattutto di notte, all'ingresso principale del Gran Camposanto, non si capisce bene a chi lancia il suo perentorio "alt", "stop" o "da qui non si passa".

Non ai morti, perché entrano lo stesso per diritto acquisito, postumo, ai quali questo scritto, con riverente rispetto, da qui in avanti dedicherà un doveroso silenzio, e neanche ai vivi, perché nel Cimitero ci devono entrare tutti quelli che ancora hanno senso e spirito umanitario. Fuori e dentro l'orario di apertura, l'accesso ad un luogo sacro non può essere regolato da una monocroma lampada, dissacrante non nella sua incompletezza di luci, inservibile per la circolazione stradale, ma nella sua concezione di baluardo contro chi considera il Cimitero una propaggine della rete viaria cittadina. La dissacrazione è stata reciproca, sia da parte di chi crede che lungo i viali del Gran Camposanto si possa accedere e parcheggiare come al supermercato, sia dell'installatore del semaforo che, come contromossa, ha avallato l'idea di un ordinario divieto, salvo permesso o pass per aventi diritto o amichevoli autorizzazioni.

Ritornando indietro nel tempo, al 22 Marzo 1872, secondo il pannello illustrativo posto accanto al cancello di via Catania, a 15 giorni dopo, secondo "Messina e dintorni, Guida a cura del Municipio, 1902", quando il Cimitero cominciò la sua missione:

"A breve distanza è il Gran Camposanto, a cui pur si può andare dalla strada che si apre a sinistra, poco oltre il ponte Zaera.

Cominciato al 1865, sui disegni dell’illustre architetto Leone Savoja, fu inaugurato il 6 Aprile 1872, con la solenne tumulazione delle ceneri di Giuseppe La Farina, rendute dalla città di Torino, che dal ’63 le aveva custodite accanto a quelle di Gioberti e di Pepe."

Dal primo, grande Messinese, all'ultimo, continuamente scalzato, che ha trovato riposo nel Gran Camposanto, la Città di Messina, con quel semaforo all'ingresso, sta turbando la quiete e la sacralità del luogo, dando adito ai vivi di strombazzare di impazienza, non per andare ad alloggiare, ma per sbrigare una veloce pratica sentimentale con il caro estinto. Se anche il semaforo dentro il Cimitero contribuisce alla conta per avere la palma di Città con più luci pulsanti e diavolerie inutili, per la sua unicità vale molti punti ed il primato è sicuramente nostro.

Paolo Ullo

 

 


 

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