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Da Messina ad Adua
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Sbarco nel porto di Massaua delle truppe italiane provenienti da Messina

 

Il 18 dicembre 1895 la città salutò festante gli uomini del Capitano Masotto in partenza per l’Africa Orientale.

Vincenzo Caruso

Centro Studi e Documentazione Forte Cavalli

A ricordo del sacrificio dei valorosi soldati siciliani (di cui molti messinesi) immolatisi per la Patria, la città di Messina, alla presenza dell’allora sindaco Antonio Martino e del Duca d’Aosta, poneva il 20 settembre 1899 alla Passeggiata a Mare il monumento intitolato alle due batterie siciliane, meglio conosciuto come “La Batteria Masotto”, dal nome del comandante, capitano Umberto Masotto.

Cosa ricorda Messina di quegli avvenimenti?

Le cronache dell’epoca, ci aiutano a tornare indietro nel tempo per riappropriarci dei sentimenti del popolo messinese in quel buio periodo di discutibili manie espansionistiche coloniali italiane.

L’addestramento e la partenza

Era l’anno 1894. Nella prospettiva di una quanto prossima spedizione in Eritrea, il Comando del 22° Reggimento Artiglieria Campale. di istanza a Palermo, aveva distaccato la 4a “batteria da montagna”, comandata dal capitano Umberto Masotto, presso la città di Messina. Tale batteria era costituita nella quasi totalità da giovani montanari messinesi e della provincia.

Nel 1895, in vista di un imminente azione militare in Africa orientale, dove l’espulsione degli italiani dall’Harrar e l’adunata di forze Scioane apparivano come segni inequivocabili di preparazione alla guerra, la batteria fu sdoppiata e il comando della 3a fu affidato al Capitano Eduardo Bianchini. Poiché le due batterie erano costituite da ufficiali e soldati, quasi tutti siciliani, ad esse fu attribuito l’appellativo di “batterie siciliane”.

Nell’estate del 1895, dopo alcuni mesi di esercitazioni tra le montagne delle province di Messina, Catania, Caltanissetta e Palermo, la batteria Masotto aveva fatto ritorno a Messina. Era stato un periodo di escursioni e manovre lungo e faticoso che aveva condotto gli uomini sulle montagne di Rometta, S. Lucia del Mela, Castroreale, Montalbano Elicona e Novara Sicilia, per andare fino a Piazza Armerina per le esercitazioni di tiro e di là, fino a Palermo per poi ritornare a S. Lucia del Mela. Era stato il capitano Masotto a volere un così duro addestramento con l’intento di dare ai propri soldati una preparazione adeguata alla loro prossima missione in Africa.

Arrivato l’ordine della partenza, un vivido fermento invase la città: i preparativi dei soldati e dei materiali da imbarcare; i commenti della gente per le strade, nelle piazze, nei caffè, nei salotti. Masotto viene ricordato in quei giorni mentre scherza nei caffè e per le strade cittadine coi suoi ufficiali, felice di essere stato chiamato a compiere  il proprio dovere per l’Italia. Tra questi, il tenente Emilio Ainis che, pur lasciando a Messina la moglie e il figlioletto, “sapeva comprimere i battiti del cuore dietro la saldezza del dovere militare”.

Gazzetta di Messina e delle Calabrie - 17 dicembre 1895

Ieri Domenica al Caffè Nuovo, gli ufficiali d’Artiglieria residenti qui hanno offerto un lunch agli ufficiali d’Artiglieria che domani partiranno per l’Africa. I bravi nostri ufficiali sigg. Masotto, Pettini, Saya e Castelli vestivano l’uniforme d’Africa coi berretti bianchi e si leggeva nei loro occhi sfavillanti la letizia di chi si prova ad un cimento colla coscienza della propria forza.

La mattina del 18 dicembre 1895, un fermento particolare animò la città di Messina. Gli sguardi della gente si fissavano intensamente sugli ufficiali e sugli uomini in partenza per l’Africa che gironzolavano per le vie. Una gran folla stazionava nei pressi della Dogana dove venivano imbarcati i materiali e le bestie da soma sul vapore Singapore della società di Navigazione G. I. comandato dal capitano Matteo Saporiti di Genova.

Sul vapore prendevano posto 1300 soldati di truppa, 49 ufficiali e 77 sottufficiali facenti parte di un Battaglione di Bersaglieri formato da 4 compagnie; del IV Battaglione di fanteria d’Africa, anch’esso composta da 4 compagnie; di una batteria di artiglieria da montagna della quale facevano parte il Capitano Masotto, i tenenti Ainis e Saya e il sottotenente Castelli e di una batteria da montagna della quale facevano parte il capitano Bianchini, il tenente Cordella e il sottotenente Fant. Il comando era a affidato al maggiore De Amicis; insieme ai militari viaggiavano sul vapore 100 bestie da soma tra cavalli e muli, 2.400.000 cartucce, il foraggio e il vettovagliamento.

Verso le ore 14.00 gli studenti dell’Università, del Liceo, dell’Istituto Tecnico, dei Convitti Alighieri e Cappellini insieme ai professori, preceduti dalla Banda del Cappellini, accompagnarono l’Esercito per le vie cittadine al suono di inni patriottici.

Facevano parte del corteo il Gabinetto di Lettura, la Società Operaja e la Società Agricola di Castanea col rispettivo presidente, sig. Pagano.

Una immensa folla applaudiva e sventolava bandiere e fazzoletti

Il corteo si avviò quindi verso i Magazzini Generali ove stazionavano i soldati in partenza.

Il Presidente della Società Operaja, salì a bordo del Singapore e consegnò al capitano Masotto il diploma col quale lo si nominava membro onorario della Società.

Il sindaco di Messina, Barone Natoli, insieme alla Giunta si recò a salutare gli ufficiali.


Menelik - Negus Neghesti – Sovrano dello Scioa

La popolazione che stazionava ai Magazzini Generali era immensa e offrì quel giorno la più splendida e spontanea manifestazione d’affetto per i fratelli che stavano per lasciare Messina.

Preso dalla commozione, il capitano Masotto preoccupato di non aver ricambiato opportunamente il saluto fattogli dalla città, scriveva il giorno dopo questa lettere al sindaco:

“Egregio signor Sindaco, col cuore di soldato e interprete dei miei, anzi dei nostri soldati, Le porgo quei ringraziamenti che la commozione del momento, unita alla confusione non mi permisero di farlo subito o per lo meno, di farlo imperfettamente.

Nel 1887 transitando col Battaglione Alpini, ebbi occasione di conoscere il cuore dei Messinesi; ora però, partendo, il saluto che ci avete dato è superiore a tutto per la spontaneità e l’affetto dimostratoci.

Troppo avete fatto e, per ora, noi nulla.

Ma se avremo la fortuna di ritornare tra voi, saremo lieti di ringraziarvi. Mi prenda come sono.

A Messina voglio un mondo di bene; da Messina traggo l’augurio della Batteria ch’è tutta dei vostri figli; e a Messina ve la voglio riportare vittoriosa e onorata; ed a me, la gloria di aver comandato la Batteria Siciliana. Egr. Signor Sindaco, a Lei per tutti, un saluto. Capitano Masotto”.

Da bordo del Singapore il Capitano Masotto spedì poi alla Società Operaja la seguente lettera.

Al Sig. Cav. Paolo Savoca, Presidente della Società Operaja, Messina.

L’alta onoreficienza concessami la terrò grata come talismano perché mi guidi nella mia vita.

Operai del lavoro stendono la mano agli operai della sciabola; entrambi camminano allo stesso scopo: Italia, Italia nostra, sempre nostra e grande.

Possa io avere l’onore di sedere fra voi al ritorno colla coscienza di avere compiuto il mio dovere. Arrivederci egregio Presidente, un saluto. Capitano Masotto.

Ecco i telegrammi inviati dalla Società Operaja rispettivamente al Generale Baratieri e al Ministro Crispi:

Al Generale Barattieri, Massaua.

I nostri fratelli che salpano oggi col Singapore, entusiasti a mantenere con Voi alto onore Nazionale, portano eroi confratelli saluto di riconoscente affetto sante memorie di incredibili ardimenti. Per il Comitato Società Operaja, Cav. Paolo Savoia.


Giubba del Ten. AINIS conservata presso
la Caserma “Ainis” - Messina

A Sua Eccellenza Crispi, Roma.

Messina evocando gloriose giornate 1847, riconsacra suoi entusiasmi diletta Patria Italiana, plaudendo eroici fratelli che salpano Africa.

Operai anelano sottrarre parte loro scarso salario pro Consorzio Nazionale purchè Italia resti temuta in guerra ed economicamente forte

Ed ecco come la Stampa locale saluta i partenti.

Vinceranno! (Il Marchesino – 26 gennaio 1896)

Italia, la madre tenera e gloriosa volge il pensiero ai suoi figlioli che sulle riarse arene Africane romanamente rinnovano gli eroismi d’Attilio e di Scipione.

E li segue con ansia infinita, attraverso quelle lande inospitali, nelle quali, simbolo di vittoria e d’amore, sventolano i fatidici colori della sua bandiera.

E vinceranno i suoi baldi figlioli; e torneranno a deporre ai piedi della madre adorata le trionfali corone raccolte sui campi bagnati col sangue dei loro cari fratelli e irradiati dalla luce del loro nobile esempio.

La stella d’Italia, benefica sempre, il cuore del suo Re forte e leale, la fede del suo popolo, il valore dei suoi soldati sono forte e invidiato auspicio di vittoria.

E vinceranno i figlioli d’Italia. Partiti fra le acclamazioni de la speranza, ritorneranno fra le acclamazioni del trionfo. E le madri e le spose muteranno le benedizioni e i baci della partenza  negli Osanna e nei fiori dell’arrivo.

E vinceranno. Sorride alle anime invitte il fato. La voce di Toselli, morto per vivere nel cuore di tutta una Nazione, parla un linguaggio invincibile e quella voce dice: Vendicarsi! Io fui Italiano!

E risuona nel cuore di tutti gli italiani quel grido; e tutto un popolo colle armi si leva alla vendetta.

E vinceranno, figlioli d’Italia e la madre gioiosa che li segue e vigila, prepara loro i mirti e le rose.


La battaglia di Adua

La Battaglia

In Africa, le due batterie ebbero organici ridotti: 4 Ufficiali, 4 sottufficiali, 60 caporali e artiglieri, 4 cannoni da 75 mm con 130 colpi per pezzo, 36 muli ed alcuni conducenti. La sera del 29 febbraio 1896 il corpo d’operazione, organizzato dal generale Oreste Baratieri, da tre mesi in difensiva, al fine di sorvegliare i movimenti del baldanzoso esercito Sciano, mosse in maniera infelice dalle posizioni di Sauria su tre colonne; le due batterie siciliane stavano al centro e per renderle più spedite nei movimenti, furono alleggerite di circa 40 colpi per pezzo e di 20 muli.

La battaglia iniziò all’alba del 1° marzo, domenica; la 3a e la 4a batteria in località Abba Carima, vicino Adua, si schierarono sul monte Rajo insieme alla 1a batteria Ascari del capitano Clemente Henry e alla 2a batteria Ascari del capitano Alfonso Fabbri. Queste unità di artiglieria, poste alle dipendenze del maggiore Francesco De Rosa, ricevettero verso le ore 10.00, l’ordine di sparare fino all’ultimo colpo e sacrificarsi sul posto. Poche ore dopo i 17.000 italiani furono sopraffatti dalle soverchianti forze abissine forti di 110.000 uomini. Il capitano Masotto venne falciato dal fuoco nemico e il tenente Ainis fu finito a sciabolate fra i pezzi di artiglieria.

I particolari della vicenda della Batteria Masotto – il racconto di un superstite[1].

Fu qui di passaggio proveniente da Napoli, il soldato d’Artiglieria Splendore Angelo da Caltagirone, superstite dell’eroica Batteria Masotto. Da lui apprendemmo i particolari che noi diamo qui ai nostri lettori. Il valoroso artigliere ci raccontò che, partiti alle 18,30 dell’ultimo febbraio, giunsero sul punto dell’attacco alle ore 6,30 del 1° marzo. Al partire non avevano avuto altro per rancio che un bicchiere d’acqua farinata e una galletta. […] Nel prendere posizione le Batterie Henry e Fabbri si collocarono in altura; più giù le Batterie Bianchini e Masotto in bassura. Si cominciò il tiro a 2.500 metri e si tirò fino all’esaurimento dei 60 colpi di cui ciascuna batteria era provveduta per pezzo. La batteria esaurì le munizioni di cui era provvista e non potè averne altre, perché i cassoni di rifornimento rimasero tagliati fuori di comunicazione dai nemici sopravvenuti. Durante il combattimento, il cocuzzolo di una collina alle spalle della batteria, apparve coronato di nemici[…]. Il primo a cadere fu il sottotenente Castelli, colpito al petto. Poscia cadde il capitano Masotto, ferito alla coscia, e poscia il tenente Saya colpito al fianco, il che fa vedere come i nostri erano già attaccati da tutte le parti. Ultimo a prendere il comando fu il tenente Ainis,  il quale seguitò a comandare il fuoco con due serventi per pezzo […].

La cronaca della Gazzetta di Messina, qualche giorno dopo, diede notizia degli eventi con questo articolo:

Degli ufficiali Masotto, Ainis, Saya e Castelli non si sa ancora nulla. Noi vogliamo sperare che possano essere prigionieri e che la Patria abbia ancora questi suoi valorosi figliuoli. Il capitano Ragazzi diceva ieri in Messina ad alcuni amici coi quali potè conversare, stando sulla scalette del piroscafo Umberto I, che una sola cosa si sapeva: che nessuno era indietreggiato. Erano tutti caduti o prigionieri. Del capitano Masotto ho ancora vivo il ricordo, il giorno dell’imbarco sul Singapore, quando un mulo cadde in mare, scherzando esclamava: “Nella mia batteria non c’è che un solo mulo vile, ma il bagno preso gli farà ricordare che si cade in mare, ma non si indietreggia!”.

GAZZETTA DI MESSINA E DELLE CALABRIE – 8 Marzo 1896

Telegramma

I tenenti Ainis e Saya salvi

Roma 7, 0re 22.

URGENTE. Un telegramma dall’Asmara annunzia che i tenenti Ainis e Saya vostri concittadini sono ritornati salvi all’Asmara.

Particolari dati da Mercatelli.

L’eroismo delle batterie siciliane.

La Tribuna pubblica un telegramma di Mercatelli in cui sono narrati parecchi episodi che dimostrano come le batterie montate da siciliani siano state molto eroiche ed abbiano dato prova di grande valore. Il tenente Pettini, vostro concittadino, che faceva parte della batteria Bianchini è stato ferito alla faccia e trovasi all’Asmara. Non è ritornato e credesi morto il Principe Ghigi Romano. La Brigata del Generale Da Bormida oppose anche vivissima resistenza, attaccando fortemente per tre volte alla baionetta: si credeva alla vittoria, quando sventuratamente si dovette ripiegare. L’artiglieria fu investita dal nemico dopo avere sparati ben 130 colpi per ogni pezzo. Il Generale Da Bormida cadde dopo l’attacco alla baionetta. Le batterie siciliane spararono oltre mille colpi.


Il Tenente Emilio Ainis ad Abba Carima

I Tenenti Ainis e Saya

La notizia dei Tenenti Ainis e Saya si è appresa in città ieri sera col nostro telegramma di urgenza. Appena infatti il detto telegramma fu ricevuto dal nostro collega Avv. Luigi Fulci, che l’ebbe primo, fu comunicato ai parenti e la notizia si sparse subito per la città destando contento. In seguito tanto la famiglia Ainis che la famiglia Saya ricevettero telegrammi di altri, partecipanti la fausta nuova.

 

GAZZETTA DI MESSINA E DELLE CALABRIE – 11-12 Marzo 1896

Prima pagina

Le Batterie della colonna Albertone

“Confermo – telegrafava ieri l’onorevole Macola – che le batterie impegnate restarono distrutte. Non uno abbandonò i pezzi. Della quattro batterie Henry, Fabbri, Masotto e Bianchini, perirono tutti i capitani e gli ufficiali. Salvato finora il solo tenente Pettini con le guance forate da una parte all’altra”. (*)

(*) Come si è visto dai telegrammi ufficiali, l’asserzione troppo recisa del Macola venne modificata e dai dispacci della Stefani di stamane si vede che molti ufficiali e soldati si trovano ancora sbandati e potranno rientrare fra poco senza contare quelli feriti ad Adigrat e gli altri 20 prigionieri che non si sa chi siano. Nessuna ragione quindi vi è a non sperare legittimamente che anche i nostri valorosi ufficiali messinesi siano salvi.

GAZZETTA DI MESSINA E DELLE CALABRIE – 11-12 Marzo 1896

Cronaca di Messina

Stamane un giornale cittadino faceva gridare per le vie – non sappiamo con quanta pietà di cuore – la triste notizia della morte dei due valorosi giovani ufficiali nostri concittadini, come telegrafata dal Mercatelli alla Tribuna.

Noi non dubitiamo – Dio ce ne guardi – sulla esattezza delle informazioni o dell’informatore da Roma del suddetto giornale, ma le famiglie dei due giovani in preda ad un’angoscia che facilmente si comprende, telegrafarono in nome dello stesso Agente della Stefani signor Alessio Valore direttamente al Mercatelli in Africa, dal quale ebbero subito in risposta il seguente telegramma:

“Alessio Valore Messina.

Massaua 11 ore 11,20

Nessuna notizia, unica speranza caduti prigionieri. MERCATELLI

E questa speranza noi, insieme con tutta la cittadinanza messinese seguitiamo a nutrire fino al ritorno del maggiore Salsa dal campo del Negus.


Pezzi della Batteria Masotto prendono posizione durante la Battaglia

I particolari del combattimento.

In questa lettera, scritta dall’ospedale militare di Massaua il 19 marzo 1896 e indirizzata ad un amico, il Tenente d’Artiglieria Giovanni Pettini di Baùso, unico superstite della 3a batteria di montagna racconta, descrive con particolari inediti il triste epilogo della fatale giornata del 1° marzo.

“Io li ho sempre davanti agli occhi gli eroici compagni: il capitano Bianchini, il migliore dei buoni di questo mondo, elegante come se dovesse recarsi ad ogni momento in Galleria; Masotto, il capitano rimasto sempre per errore cronologico il più tenente dei tenenti; Cordella coi baffetti in su, la barbetta a punta e il sorrisetto gaudente sulle labbra; Saya, il nostro bebè ed Ainis… quel povero Ainis che lavorò cinque anni per un bel sogno dorato. Immagino quella povera signora Ainis che impazziva il giorno che lo vede imbarcarsi, ora a 22 anni, madre da pochi mesi e vedova da tre settimane!

Il 29 febbraio, circa alle 7 di sera, ci apprestavamo a desinare; la 3a batteria era reduce della sera avanti dal combattimento di Debra Matzo, quando passa a cavallo il Generale Albertone e chiama in fretta il capitano Bianchini.

Alle 7,30 questi, di ritorno, fa suonare il buttasella e alle 8 le due batterie si incolonnano.

Due soldati della batteria, ammalati, non vollero lasciare i pezzi. Si marciò tutta la notte per quelle vie dell’altipiano. Verso le 2 ci si fermò; furono scaricati i muli e soldati e ufficiali ci buttammo a dormire così com’eravamo. Alle 4, avanti di nuovo!

Alle 6,30 la prima fucilata e alle 8,15 la prima cannonata.


La Battaglia di Adua. Dipinto etiope

Non parlo della battaglia perché non posso e non debbo, ma non posso tacere l’eroica condotta dei soldati delle due batterie.

Noi rappresentavamo l’elemento bianco in mezzo agli Ascari e ricordo che due di essi dissero che i bianchi erano fermi come muri! Non uno abbandonò il suo posto se non ferito.

La mia batteria era la più bersagliata perché al centro delle posizioni da noi occupate e la meno elevata; le altre avevano qualche cespuglio che ne nascondeva qualche pezzo. Delle quattro batteria, il primo ferito fu il soldato Geraci, siciliano della 3a batteria; una pallottola lo colpì ad una gamba mentre caricava il pezzo. Finì di introdurre il cartoccio, si sedette senza dir nulla e si attaccò un fazzoletto dove gli sgorgava il sangue. Il capitano Bianchini, accortosene, corse a lui, gli disse “bravo!”, guardò la ferita e lo mandò al posto di medicazione. Il Geraci vi si recò da solo giacchè, per scarsità di uomini, non avevamo servizio di portaferiti.

Poco dopo, un’altra pallottola ruppe il braccio al soldato Pessina, genovese. Era conducente e perciò stava indietro della batteria; senza un lamento, talchè nessuno se ne accorse subito, coll’altro braccio condusse il mulo ad un altro conducente dicendogli - Torno subito, abbi pazienza - e si allontanò al passo tenendo una mano sulla ferita.

Intanto, forti squadre di shoani, strisciando come bisce, varcavano il colle verso Adua; il povero maggiore De Rosa fece ordinare il fuoco celere ed una strage fu fatta. Era vicino alla mia sezione, venne a me, mi fece guardare col binocolo e mi ordinò di tirare un colpo in una siepe fitta. Al 4° pezzo, il puntatore scelto Passanisi (siciliano) diresse il cannone; una trentina di neri si rizzò tentando di spostarsi di corsa, ma oltre dieci caddero immobili. Il povero De Rosa gli gridò – Bravo! – e mi abbracciò contento. Un momento dopo, mentre io indicavo all’altro pezzo lo stesso bersaglio, una pallottola veniva a baciarmi sul mento fratturandomi l’osso mentre, quasi contemporaneamente, un’altra, urtando contro il cerchione della ruota, rimbalzava sul mio braccio bruciacchiandomi la manica e non producendomi che una lievissima contusione.


S. Giorgio e il drago – arte etiopica - Allegoria della Battaglia di Adua:
“L’Etiopia sconfigge l’invasore”


Mi accorsi prima di questa che di quella; il sergente Della Torre mi attaccò una fazzoletto a guisa di bavaglio e io restai, sperando sempre che finalmente spuntassero le altre colonne. Il buon Bianchini, intervenuto subito, mi attaccò un altro fazzoletto giacchè l’arteria linguale rotta aveva già inzuppato e trapassato il primo.

Una siepe ci separava dalla 4a batteria, però né Masotto, né Ainis, né Saya se ne accorsero.

Più tardi un’altra pallottola ruppe le gambe al soldato Fazio e, lamentandosi egli di sentirsi dentro il proiettile, lo feci trasportare dietro la siepe e tentai con un temperino di estrarglielo.

Fu allora che mi videro i miei compagni Messinesi e corsero un momento a me.

Due soldati trasportarono il Fazio al posto di medicazione e tornarono di corsa alla batteria. Ma eravamo agli estremi; si faceva il servizio dei pezzi con non oltre 4 serventi; più d’un mulo era a terra, qualcuno accanto al proprio conducente e persino di sopra.

L’emorragia sopravvenutami mi indeboliva rapidamente, aiutato da un sole torrido, e il buon capitano, sempre premuroso verso di noi, mi ordinò di andare a farmi medicare, metre il tenente Boretti si offriva a sostituirmi.

Tiravamo allora a 700 metri.

Da allora non li vidi più. Non era ancora stato medicato che già la turba dei nostri Ascari, inseguita dal nemico, ci travolgeva nella ritirata. Quell’orribile torrente era già dovuto passare sui 14 pezzi da montagna.

Sopravvissuti: di ufficiali solo Giardina ed io, perché già feriti, ci trovammo al posto di medicazione che era molto indietro. Di soldati pochissimi e quasi tutti feriti.

Ora mi trovo a Massaua, in attesa di nuova destinazione e mi par d’essere senza la dolce compagnia dei miei vecchi compagni. Non mi persuado che siano tutti morti, che tutto sia finito!”

I giorni successivi alla battaglia di Adua, furono giorni di lutto per l’Italia intera. Il capo del Governo, Francesco Crispi, artefice della campagna coloniale in Eritrea, attaccato violentemente dall’opposizione, fu costretto a dimettersi.


Cartolina commemorativa del XXII Rgt. Artiglieria con il
Monumento alla Batteria Masotto

IL RICORDO DEGLI EROI

L’affetto per le Batterie Siciliane, partite dal porto di Messina e salutate con esultanza dai messinesi a nome dell’intera Nazione, si manifestò attraverso la stampa locale non solo grazie alle notizie di cronaca che accompagnarono la spedizione e il suo triste epilogo, ma anche e soprattutto mediante la pubblicazione di poesie, componimenti in prosa e l’opinione di cittadini messinesi e dei cronisti del tempo.

Le Batterie della colonna Albertone (nel ricordo del corrispondente milanese in Africa Adolfo Rossi)

“Confermo – telegrafava ieri l’On. Macola – che le batterie impegnate restarono distrutte. Non uno abbandonò i pezzi. Delle quattro batterie Hanry, Fabbri, Masotto e Bianchini, perirono tutti i capitani e gli ufficiali. Salvato finora evvi il solo tenente Pettini con le guance forate da una parte all’altra”.

E’ una cosa che spezza il cuore. Meno di un mese fa vidi al campo tutti quei bravi ufficiali, belli e fieri; con quelli delle Batterie Masotto e Bianchini, ero anzi compagno di mensa e passavamo insieme le lunghe serate di bivacco in vista del nemico. Avevo imparato ad amarli come tanti fratelli e mi pare di vederli ancora vivi e sani come li lasciai l’8 febbraio scorso.

Prima Batteria Ascari - Henry, Caruso e Giardina

Il capitano Henry, piemontese, comandante della prima batteria indigena, aveva preso da poche settimane il posto del povero Angherà, perito ad Amba Alagi. Prima era addetto ai forti di Asmara e di Adrigat. Alto, robusto, tarchiato, con grossi baffi castani arricciati, era una splendida figura di soldato.

Egli aveva per subalterni i tenenti Caruso e Giardina. Il primo era un vecchio ufficiale d’Africa che aveva preso parte a vari combattimenti e che ultimamente comandava due pezzi nel Tembien sotto gli ordini del maggiore Smeriglio e si era trovato nella marcia di Arimondi da Macallè ad Aderà e nella successiva ritirata.

Il buon Caruso, meridionale, veniva amichevolmente canzonato dai colleghi per la sua mania di fare il veterinario e di curare da sé i muli fiaccati.

Il tenente Giardina, fratello del capitano (che fu già Capo del Gabinetto del Governatore fino all’occupazione di Cassala e che trovasi ora alla Scuola di Guerra),  era andato in Africa nello scorso ottobre e, assegnato poco dopo alla prima Batteria, aveva realizzato il suo sogno. Forte, biondo, simpaticissimo, intelligente, era adorato da tutti. Alla sera, mentre si trovava ancora ad Adrigat, si divertiva solo a far arrabbiare il dottor Barbaro, direttore di mensa, criticando umoristicamente il menù.

Seconda Batteria Ascari - Fabbri, Baldi e Vibi

Il capitano Fabbri, comandante della seconda Batteria indigena, sebbene ancora giovanissimo, era un veterano dell’Eritrea. Di statura ordinaria, con baffi castani, parlava poco, ma, romagnolo di nascita, si sfogava ogni tanto con gli amici deplorando la lentezza con cui si facevano le ultime spedizioni e l’inazione a cui le truppe indigene erano condannate.

Diligente ed esatto in tutte le sue cose, teneva sempre la Batteria nell’ordine più perfetto. Quando si cambiava accampamento, in cinque minuti egli era pronto alla partenza e tutti ammiravano la perfetta tenuta dei suoi Ascari, dei suoi muli, dei suoi pezzi e del suo bagaglio, nel quale non mancavano neppure i fasci di legna tenuti in serbo per usarli nei luoghi privi di alberi.

I suoi tenenti Baldi e Vibi, erano due pezzi di giovanottoni alti e magri, vecchi ufficiali d’Africa essi pure. Baldi si distingueva per il suo vocione assordante e per le braccie e le gambe interminabili. Per inforcare i muletti non aveva bisogno di mettere il piede nella staffa.

Vibi si era già distinto in varie occasioni: i compagni lo pungevano solo per il numero eccessivo di cannonate sparate nell’aprile del 1895 contro la famosa Amba Salama, nella spedizione comandata dal colonnello Pianavia e dal maggiore Salsa: 99 colpi contro il meschino presidio dell’Amba che contava quaranta uomini appena!

Terza Batteria - Bianchini, Pettini e Cordella

Le batterie bianche Masotto e Bianchini erano andate in Africa nello scorso gennaio. La batteria Masotto si trovava prima a Messina e si componeva di sei pezzi; fu ridotta a quattro per l’occasione. I rimanenti due cannoni con due altri presi non so dove, formarono la Batteria Bianchini.

Il Capitano Bianchini, meridionale, era già stato altra volta in Africa e aveva guadagnato una medaglia d’argento ad Agordat. Elegante, amante della sua arma, ma anche della bella vita, si confortava nelle conversazioni del campo parlando delle belle signore che aveva conosciuto in Italia.

Una sera, senza badare che era presente il missionario cappuccino padre Francesco, discorreva di un inverno passato a Firenze.

“Avevo allora per amante – stava dicendo – una russa”. Ma poi, accorgendosi del frate, si corresse subito:”Una bella russa… che dovevo sposare, s’intende!”.

I suoi tenenti erano Cordella e Pettini, due giovani nel fiore dell’età. Cordella, abruzzese, nel colore dei capelli e nel modo di tenere rialzati i baffi ricordava il suo comprovinciale Gabriele D’Annunzio. Rigido amante della disciplina, non amava sentir criticare l’opera dei suoi superiori. […]

L’altro tenente, Pettini, fortunatamente sopravvissuto, è di Messina. Fidanzato ad una gentile signorina, era partito a malincuore per l’Africa. Pensando sempre al suo amore egli era spesso malinconico. Diventava tutto ilare e contento solo quando la posta gli portava certe lunghe lettere di dieci o dodici pagine, ch’egli leggeva e rileggeva quattro o  cinque volte. I colleghi fingevano di burlarlo qualche volta, ma in fondo lo invidiavano.


Gli ufficiali Castelli, Saya, Masotto e Ainis in una cartolina commemorativa
riprodotta dal Barone Giocchino Ruffo. La foto è del fotografo Mauro Ledru


Quarta Batteria - Masotto, Ainis, Saya e Castelli

Il più bel tipo fra gli ufficiali di quelle quattro batterie, era il capitano Masotto, comandante della quarta. Alto, magro, tutto nervi e vivacità, amava come una famiglia la propria batteria, ch’egli aveva recentemente formata a Messina con soldati siciliani, quasi tutti montanari, di cui egli diceva un gran bene.

Era già stato precedentemente in Africa: all’epoca dii Agordat era tenente della Batteria Ciccodicola e, prima che i dervisci si impadronissero dei pezzi, che furono poi ripresi, ne trasportò uno per ben duecento metri in direzione del forte.

Veneto, conservava marcatissimo l’accento della provincia nativa. Per il suo buon umore e per le sue maniere franche, alla buona, era ricercato dappertutto. I compagni lo nominavano sempre direttore di mensa; i superiori, cominciando da Baratieri e Arimondi, gli volevano bene, ma egli non aveva potuto perdonare loro il fatto che, dopo sette anni d’Africa e molti servizi speciali resi (carte topografiche, soprintendenza di piantagioni, trasporto di cannoni da Massaua ai forti, ecc…), lo aveva lasciato rimpatriare senza farlo creare Cavaliere.

“No me ne importa gnente – ma quando penso che xe sta’ fati cavalieri fin degli indigeni come Adam Aga!...”.

Tenenti di Masotto erano due gentili giovani siciliani, Saya e Ainis. Quest’ultimo aveva dovuto recentemente lasciare in Italia la moglie e un bambino, di cui teneva sempre sul cuore le fotografie. Alle salmerie della Batteria Masotto era addetto infine il sottotenente Castelli, lombardo.

Poveri e cari amici, tutti così buoni e affettuosi, pieni di coraggio e di cortesia! La mattina dell’8 febbraio scorso, dopo che avevo fatto loro compagnia a colazione sulle alture di Mai Gabetà, presso l’Entisciò, nel salutarmi come un compagno – da tante settimane facevamo vita insieme – mi dicevano tutti: ! Speriamo di rivederci presto in Italia!”

La Stampa Locale

Versi Africani (Il Marchesino – 3 febbraio 1896)

La nostra lingua, così dolce e piana,

è diventata ormai lingua africana.

Nelle strade, nei circoli, ai caffè

non udite che Axum e Mangascià,

Monkullo, Menelik e Makallè,

Makonnen, Coatti e Ambirà,

Hamedo, Hausen,, Jatta e Senafè,

Adagumus, Amba Alagi ed Adirà,

Godafagta, Mai Seghetta e Taitù,

Barambaras, Alula e Hafterù.

 

Or direi: se nel civico consenso

è da un pezzo che pàrlasi africano,

e se il palazzo comunale istesso

è divenuto d’Amba Alagi un piano,

tanto che un cane non si trova adesso

a voler del Comun la briglia in mano,

molto opportuno sembrerebbe a me

che il Sindaco venisse dal Tigrè!

(Alessio Valore.  )

DOPO IL DISASTRO (Il Marchesino - 7 Marzo 1896)

Dogali, Amba Alangi, Makallè, Adua: sono quattro atti di un dramma che ne ha cinque, ma l’ultimo non è stato ancora rappresentato!

Bisogna aspettare o tornare indietro prima che il macchinista alzi da capo il sipario? E per affrettare la caduta o per assicurare il trionfo dell’autore bisognerà mettersi tra coloro che fischiano o tra coloro che battono le mani?

Ah! Pur troppo noi che imperammo dal dolore dei nostri padri a venerar l’immagine dell’Italia novella, facciamo che i nostri figliuoli, rammentando questi giorni e questi ordinamenti, salutino anch’essi la memoria di quanti caddero col nome d’Italia sulla terra Africana.

E il quinto atto venga, venga a riscattare il nostro orgoglio nazionale, venga, quant’anche ci dovesse costare altre lagrime ed altro sangue, e sino all’ultima parola dell’ultima scena, sia ispirato dal sentimento più alto della patria comune.

Ma se anco il quinto atto dovesse essere soppresso, non si confonda in nome di Dio, la responsabilità di chi scrisse il dramma con la responsabilità di chi l’ha dovuto mettere in scena; non si porgano alla stessa stregua coloro che non han fatto male la loro parte, quelli che provocano il riso e gli altri che provocano il pianto, quelli che morirono o si espongono a morire con quelli che dottoreggiano sulla politica coloniale.

Dinnanzi alla sventura del momento stendiamoci l’un l’altro la mano per fasciare le ferite che sanguinano, ma non per renderle più profonde e crudeli. Non foss’altro, per carità di patria, e per non dare spettacolo di gala a tutti coloro che, per ingrandire i nostri dolori, ci guardano dall’Alpi col cannocchiale della misericordia e della compassione!

I NOSTRI SOLDATI (Il Marchesino - 15 Marzo 1896)

I telegrammi hanno tutti affermato che la batteria siciliana, comandata dal capitano Masotto, ha compiuto miracoli nella battaglia di Abba Carima. S’erano già sbandati e il cupo rombo del cannone echeggiava ancora in quelle sinistre e maledette gole. E’ certezza che la batteria Masotto stette ferma sul posto fino a consumare l’ultima carica; poi……

Il ministro ravvolge ogni cosa. Caddero essi pregnando in difesa dei pezzi? O sopraffatti  si arresero?

Ah, io fò l’augurio che la loro vita sia salva! E con me lo facciano tutti i messinesi!

Messina, e lo dico con cittadino orgoglio, s’è dimostrata in questa occasione vera città italiana; essa di fronte al terribile disastro che colpiva la patria tutta, non ha levato un grido solo di protesta. Non ha discusso. Ha offerto, generosa, nuovo olocausto di vita e l’ha offerto col cuore pieno d’angoscia per la perduta battaglia, ma ricco di speranza sulla gloria a venir della nostra bandiera in Africa.

E nel pensiero di tutti in quell’ora le eroiche figure dei capitani Rizza e Loffredo e dei tenenti Ainis, Pettini e Saya.

I ben pensanti diranno che Messina in quest’ora non ragionava più; sarà vero, ma il cuore di Messina ha avuto in questi giorni i più forti battiti italiani.

PEI PRIGIONIERI D’AFRICA

Messina, la città generosa, dalla quale partì la scintilla del patrio risorgimento, che seppe affermare attraverso barricate e col sangue dei suoi figlioli; Messina, che ha sempre confuso le sue ansie e le sue lacrime con quelle delle sue sorelle, e ha concorso con esse alle nobili iniziative e ha diviso con esse gli scatti del puro entusiasmo e le opere altamente civili e umanitarie d’aiuto e di redenzione; Messina che seguì, con animo trepidante, le fasi infelice di un’ impresa infelice, non potea non commuoversi alle manifestazioni del popolo italiano per alleviare i dolori e le torture di quei prodi che non avendo potuto avere la fortuna di vincere o di morire, son rimasti laggiù, in quelle lande infuocate negli artigli delle orde selvagge di Menelik, feriti, mutilati, laceri, esposti a tutti i rigori di quei luoghi inospitali e di quei forsennati avvitatori, senza altro conforto, che la fede e la speranza nella loro gran madre Italia.

E Messina si è elevata anch’essa al grido generoso di una schiera di nobili dame, che han preso l’iniziativa dei soccorsi ai prigionieri d’Africa; e Messina saprà, come sempre, mostrarsi all’altezza della sua fama, e potrà dire anch’essa come le sue sorelle: ho fatto il mio dovere! (Il Marchesino- 28 Giugno 1896)

Dal punto di vista etiope

Racconto etiope in memoria della Battaglia di Adua

Il 1° marzo è per il popolo etiope festa nazionale. In tale giorno si festeggia la liberazione dalla sottomissione coloniale.

Il racconto popolare (qui sotto riportato), tramandato di generazione in generazione e caratterizzato da una forte simbologia religiosa, rievoca allegoricamente la battaglia nella quale l’esercito italiano è allegoricamente dipinto come il drago..

“Molto tempo fa, in un villaggio comparve un drago cattivo che terrorizzava tutti gli abitanti con tasse altissime e caos. Come ben sai c’è sempre un uomo ardito da qualche parte e c’era anche in questo villaggio.

Riunì gli abitanti impauriti; ordinò di tagliare un bel po’ di legna da ardere con cui erigere una recinzione attorno alla caverna del drago lasciando uno spazio per fuggire.

Disse di dare fuoco alla palizzata. L’ardito a cavallo attese il drago in quello spazio. Il drago si destò avvolto dalle fiamme. Per salvarsi la vita si diresse nell’unico spazio rimasto vuoto e lì si trovò di fronte l’ardito a cavallo.

Con la lancia e lo scudo, l’ardito affrontò il drago con la bocca spalancata. Il drago balzò per divorarlo.

L’ardito puntò la sua lancia alla gola del drago e questa entrò nelle fauci del drago trafiggendogli la gola. Il drago venne ucciso”.

Bibliografia

V. CarusoCentro Studi e Documentazione “Forte Cavalli”

Rievocazione della Battaglia di Adua: 1° marzo 1896 – Gazzetta del Sud, “paginatrè” del 29/3/04

Ist. Sup. “E. Ainis”. Emilio Ainis e la Battaglia di Adua. Messina, 2004

Biblioteca Regionale di Messina. Sez. periodici. La Gazzetta di Messina e delle Calabrie. Ed. 1896, 1899

Archivio Storico Messina - Stampa Periodica:

- Il Marchesino Anno 1896

- La Gazzetta di Messina e delle Calabrie Anno 1899

- Battaglia R. La prima guerra d’Africa – Ed. Einaudi, 1958

Le immagini sono state tratte da:

- R Battaglia - La prima guerra d’Africa

- Stampa periodica fornita dal 24° Art. “Peloritani” di Messina e dall’Archivio Storico Comunale di Messina


[1] C. Micalizzi, Colonialismo e fotografia. Il caso Ledru Mauro, Messenion d’Oro 2/3, Messina,  dicembre 2003.


 

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