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L’armonica a bocca - Ciliegi rosa
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di Italo Rappazzo

Tutto incominciò quando quel nostro amico cacciò fuori dal taschino del pantalone una microscopica armonica a bocca. Sulle due facce c’era incisa la parola “Piccolo”. La curiosità divenne meraviglia quando, dopo aver messo le mani a coppetta, portò lo strumento alla bocca e cominciò a soffiargli dentro, aprendo e chiudendo la mano, e facendo anche gli accordi. Ne uscì una sfilza di musichette del vecchio west che ci lasciarono a dir poco incantati.  Da “Oh Susanna” a “ Yellow rose of Texas”, da ” Dixie” a “Glory, Glory alleluia”. Tutte musiche sentite e risentite nei western di una volta.

Fu allora che prendemmo la decisione , allora quartodicenni, di imitarlo. Alla prima occasione, con Benito Giannino,  mio carissimo amico, vicino di casa, andammo da Melluso, a Messina,  nella via dei Mille, con i nostri  racimolati risparmi: ancora la paghetta non l’avevano inventata, o quantomeno  forse era stata inventata, ma la cosa era stata tenuta nascosta dai nostri genitori.  Nel negozio c’era un bancone intero pieno di quei magici strumenti; alla fine, anche perché ne avevamo apprezzato  precedentemente le qualità, acquistammo i “Piccolo”  della Honher, un’armonica  diatonica con dieci fori, tre ottave, C. Vi confesso che questi dati li ho tirati fuori adesso dal web, perché di musica ne capisco ben poco e tutto quello che so fare è come si dice ad orecchio.

E da lì in poi cominciarono i tentativi di tirar fuori da quegli strumenti qualcosa di decente che assomigliasse ad una canzone.

La prima cosa che imparammo fu il “Silenzio”, quello suonato nelle caserme prima d’addormentarsi. dopo  a seguire i primi abbozzi della “ Paloma”. E poi ci voleva allenamento e tanto fiato, che quando venivano certe note messe in una particolare sequenza ci toccava di smettere per poter poi rifiatare.

Devo dire che non ci volle molto a fare  della musica accettabile, e in un paio di mesi di alacre prova e riprova riuscimmo ad ottenere un certo grado di perfezione.  Musica, accordo  e controcanto le due armoniche marciavano alla perfezione occupando i nostri pomeriggi quando la pioggia non ci consentiva di andare a tirare calci al pallone nel campetto dietro casa.


L'Istituto Domenico Savio

Con il nostro gruppo di amici,  con i quali per  Natale recitavamo  La cantata dei Pastori di Sant’Alfonso dei Liguori e per Pasqua  La passione e la Resurrezione di Nostro Signore,  sulle ali dell’entusiasmo, qualche anno dopo, avevamo formato un gruppo teatrale  stabile, al quale avevamo dato nome “ Ruggero Ruggeri” in onore al grande artista, e ci eravamo forniti di libretti al Domenico Savio di via Lenzi una parallela di via 24 Maggio;  e con questi copioni s’andava a recitare nei vari teatrini parrocchiali delle chiese di Messina.

Cavalli di battaglia: “La belva”, che si svolgeva nel far west con il cattivo che poi diventava un pezzo di pane; “ Ho ucciso mio figlio”:  la storia di un padre che aveva impedito al figlio di  seguire la vocazione sacerdotale, e questi per tutta risposta s’era dato all’alcool. Ma la  l’opera che aveva più successo, a parte Natale e Pasqua, era il “San Giovanni decollato “ di Nino Martoglio, che veniva seguita con grande ilarità dagli spettatori. Durante le pause per i cambiamenti di scena usciva in proscenio qualcuno a raccontare qualche barzelletta, e poi c’era l’esibizione del duo d’armonica a bocca, con la carrellata sui motivi più in voga del momento. Quello fu il nostro primo approccio con il pubblico che si mostrò sempre pazientemente benevolo nei nostri confronti.

Non è che, il suonare fosse sempre di nostro gradimento. Quando la nostra comitiva,ragazzi e ragazze, faceva qualche gita,  sempre a gentile richiesta , ci invitavano a suonare qualche ballabile. E allora ci toccava  di metterci di buona lena  a tirar fuori motivetti, e quelli a ballare e poi a ballare in barba ai suonatori. La cosa durò un paio di volte, alla fine un anima pietosa si munì di giradischi, così  da allora in poi, lasciate a casa le armoniche ,  la partecipazione al ballo divenne collettiva.


Cine-Teatro Savoia

La consacrazione del duo, che per l’occasione divenne  un trio, avvenne  in un indimenticabile matinèe con l’esibizione di studenti provenienti da tutti gli istituti superiori di Messina. Questa manifestazione  ricalcava la rassegna per dilettanti che si teneva al teatro dei dodicimila  a Piazza Municipio,  ed era organizzata al teatro Savoia, che ormai non c’è più. Pubblico : studenti,studentesse e professori.  Correva l’anno 1955.

Cominciarono le prove , ma  ad onor del vero , non è che fossimo eccessivamente soddisfatti delle nostre esecuzioni passando in rassegna quelli che erano i ballabili del momento.

Si doveva trovare un brano musicale che per quei tempi era molto in voga: un mambo o altro: una  delle musiche  afro-americane nate a Cuba prima dell’avvento di Fidel Castro.

Quando ad un certo punto venimmo attratti  da una motivo, che in quei tempi andava spopolando nelle feste da ballo, con le ragazze ancheggianti di qua e di là e  con le braccia messe in una oscillazione da marcetta : un cha, cha, cha : Ciliegi rosa. (Cerezo Rosa)

Perez Prado in Ciliegi Rosa

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A suonarla era la famosissima, ancor oggi,  orchestra di Perez Prado, il re del mambo. Caratterizzata da un assolo di tromba con un stiramento fino al’inverosimile della quarta nota,  nelle varie frasi d’attacco, e nel prosieguo,intramezzata  poi da una serie di Uh, rimasti poi unici nella storia della musica.

Si va bene, ma fra l’armonica a bocca e la tromba  c’era una bella differenza. Fu allora che a Benito venne la brillante idea di sfruttare l’abilità musicale di un suo compagno di classe:  Paolo Gucciardi, noto in tutto il Verona - Trento per i suoi assoli di tromba, che a dir poco rivaleggiavano con quelli di Satchmo ( Louis Armstrong). Ma il bello era che di tromba manco a parlarne, tutto il suono usciva magicamente dal connubio delle  mani messe sempre a coppetta sulla bocca, e le labbra  piazzate opportunamente che producevano un suono, che se non era di tromba poco ci mancava. Le note uscivano limpide soffiate  con violenza tale da produrre la vibrazione caratteristica di quello strumento;  e chissà poi come faceva ad avere tanto fiato in corpo.

Il duo era di colpo diventato trio: avevamo trovato  Jaime Calderon, la famosa tromba di Perez Prado.

Cominciarono le prove sotto la sapiente guida dell’amico Saro Nastasi, sassofonista di vaglia, sopportati dalla audizione del disco originale della famosa orchestra. Anche se la mancanza degli strumenti della ritmica cubana  veniva sostituita dal ritmare delle armoniche a bocca, il risultato era più che soddisfacente.

E venne il giorno dell’esibizione.

Il teatro Savoia che poteva contenere più di un migliaio di persone, era pieno come un uovo.  Platea e tribuna fatta a ferro di cavallo  ripiena di una massa rumoreggiante di studenti e studentesse: C’erano tutti gli istituti superiori di Messina. Tutto sommato una giornata di festa da non perdere. In ordine alfabetico: L’Ainis, Il Bisazza,il Caio Duilio, lo Jaci, il La Farina, il Maurolico, il Seguenza e il Verona – Trento.

Si comincia; apertura del sipario, all’apparire  il presentatore venne sommerso da una bordata  di fischi  che si affievolirono solo per  la provvidenziale mancanza di fiato.

Sul palco si alternavano sempre accompagnati dalle crescenti intemperanze del pubblico : cantanti di musica leggera e di  musica lirica, suonatori di chitarra,  poeti, imitatori, fini dicitori di barzellette, insomma  tutti accompagnati da pochi applausi e dalle tante salaci battute con contorno di risate, segno di un duello sonoro fra le varie scuole; tanto che la studentessa cantante, prima di noi,  poverina, si rifugiò dietro le quinte in lacrime dopo aver tentato di  aprir bocca nell’esecuzione della “E la barca tornò sola”.  E tutti  i nulla facenti a confortarla, anche perché era una bella ragazza.

Figurarsi del come ci sentivamo: avevamo il cuore come un filo di capello.

A questo punto il presentatore annunciò il nostro trio, accompagnato dal solito frastuono di fischi e altri suoni poco gentili  : “ Ed ecco per questo gentile pubblico, il trio Giannino, Gucciardi, Rappazzo in Ciliegi rosa.” Inutile dire che il cuore passò rapidamente dal filo di capello, al tamburo  che andava sbattendo  in ogni dove all’impazzata.

Per un istante forse preso dalla novità si fece in sala un improvviso ma salutare silenzio, come dire: “ma questi che vogliono fare?”.   Ma ecco poco dopo   il  suono  della tromba  debitamente amplificato, fatto con le mani dell’amico Paolo: “Pa,pa.pa. paaaaaa, pa,pa, pappa pa, pa”, partito dal palcoscenico , rimbalzò in fondo alla sala, ascese al soffitto e, riflesso, piombò sugli spettatori ammutoliti, con il riempitivo delle nostre armoniche, che con tanto di melodia e sezione ritmica simulava l’orchestra cubana. Non mancò  inoltre  a colorire il brano il  piazzamento strategico degli Uh!!!  di rito buttati fuori con sonora energia dai polmoni e dopo aver fatto tutte le circonvoluzioni possibili e immaginabili, gli acuti  altissimi della tromba chiusero il tutto. E tutti  in sala a sentire come ammaliati da quella melodia.

Alla fine dell’esibizione,  ci fu qualche istante di silenzio…e poi sembrò ad un tratto che il teatro venisse giù sommerso dalle urla e dagli applausi, di tutti all’impiedi,   che durarono un bel po’: applausi fragorosi di tutte le scuole in una  insperata ritrovata  fraterna armonia. E noi tre felici e commossi ad abbracciarci.

Era un giorno del mese di maggio del 1955. Sessant’ anni fa’.

Italo Rappazzo


 

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