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L’Aida - Agosto Messinese - 1955
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“Guerra! Guerra!

Sterminio all’invasor.

Va’, Radamès,

ritorna vincitor!

Le potenti voci del coro dell’Opera di Roma, nel primo  atto dell’Aida,  rimbombavano  prepotentemente nell’atrio municipale, e raggiungevano l’esercito di guerrieri  che, nel piano superiore dietro la balconata, si dava un gran da fare, dismessi gli abiti civili, ad indossare le guerresche sembianze egizie per marciare, trionfante, dopo aver sconfitto gli odiati Etiopi comandati da Amonasro, padre della celeste Aida.

Una tunica a ginocchio, un cinturone in pelle. In testa il classico copricapo egizio a strisce giallo - nere, dei sandali, dei bracciali in cuoio, e per armamento metà di noi con la lancia, metà con arco e faretra posta a tracolla; un piccolo scudo da mettere al braccio sinistro, costituivano l’armamentario con il quale eravamo stati dotati. Lance ed archi erano da sollevare al momento opportuno, ad un segnale del regista, durante la marcia.

La voce che cercavano studenti per far da comparsa nelle opere, che venivano rappresentate al teatro dei dodicimila, ci era stata sussurrata da un parente di uno dei miei amici che lavorava al comune. Il suggerimento era stato confidenziale: si temeva infatti che se la voce si fosse sparsa per la città, una folla incontrollabile proveniente anche dai comuni limitrofi, avrebbe invaso il teatro. Si vociferava  infatti che  la prestazione avrebbe avuto un adeguato compenso.

La mattina dell’arruolamento, noi ci presentammo in cinque: il sottoscritto, Benito Giannino,  Nino Pittella, Franco Villari e don Santo Pappalardo, che si vantava d’aver partecipato, quando era a Roma, come comparsa, nel 1951 al colossal “Quo Vadis? “, e che pertanto,diceva, aveva una certa esperienza, che lo qualificava  nel come muoversi. Anche Franco Villari non scherzava; e ci andava dicendo che da piccolo aveva fatto la  particina  del bimbetto nella “Madama Butterfly  .“ Solo che all’atto dell’assunzione venne catechizzato dal capo comparsa, che  gli intimò che in scena, non avrebbe dovuto mettere gli occhiali, né portare l’orologio, in quanto a quei tempi erano degli oggetti sconosciuti. L’avvertimento,  dato in generale, era seguito dalla minaccia,  per i trasgressori , di severe pene corporali  preannunciate nel colorito linguaggio romanesco. Di quella spensierata comitiva faceva parte, me lo ha ricordato ultimamente, anche l’amico Pippo Lombardo che mi dice anche che non ne perdeva una e il cui papà faceva parte del Comitato festeggiamenti.


Teatro dei Dodicimila montato durante l'Agosto Messinese in piazza Municipio

In quella  mattina dell’agosto 1955, sessanta anni orsono, ci fu la nostra prima entrata al teatro dei dodicimila.

Questo  era costruito , in ponteggi tubolari, che , facendo da tribune, circondavano l’ampia platea  riempita di sedie.  Il teatro, veniva ricostruito  a tempo di record ogni anno in occasione dell’Agosto messinese; e diventava uno dei principali centri d’attrazione di quel felice periodo. La solenne facciata del Municipio  faceva da cornice al palco, che poggiava sulla strada sopraelevata.

Ai due lati del proscenio campeggiavano due teloni portanti il simbolo dei festeggiamenti: una vivace ragazza in costume folk,  in  posa plastica mentre ballava la tarantella con il tamburello in mano. Nell’atrio , suddiviso in transenne in legno trovavano posto i camerini,  che accoglievano tutti i protagonisti dell’opera. L’esercito, al quale appartenevamo,  era stato mandato  al primo piano. Quello di cui i costruttori di tramezzi non avevano tenuto conto era che dall’alto, dove eravamo appollaiati, si poteva facilmente guardare nell’interno degli spogliatoi.

E’ cosa facile da intuire  di quale fosse il lato della balconata  nel quale un drappello di militi esploratori si piazzò durante la rappresentazione  per avere una visione più o meno completa dall’alto, oltre il tramezzo, dell’intero  corpo di danza delle si e no velate ballerine. Così parte dell’esercito  per tutto il primo atto andando in avanscoperta restava in contemplazione di quella inusitata visione in un composto silenzio. Del resto ci avevano detto di parlare il meno possibile per  non dare disturbo alla rappresentazione.

Ma torniamo al pomeriggio, quando fummo tutti convocati,  fortunatamente all’ombra del palazzo municipale, sotto la direzione del regista, a fare le prove, mentre un pianoforte avrebbe suonato la marcia trionfale.  Veniva fatta la suddivisione: era indicato chi aveva il compito di manovrare la massa delle milizie dietro le quinte, il posizionamento delle stesse. Veniva provato  inoltre il passo di parata, con insulti vari per chi lo sbagliava e il sollevamento di lance ed archi. Alla fine dopo aver fatto l’andirivieni - un paio di volte, tutti liberi per l’appuntamento serale.

Raccomandazione finale: ” Magnate a casa, perché qui non c’è trippa pei gatti.”


Veniamo all’Aida. La storia è semplice e la conoscete tutti. Quello che c’è da dire che l’opera verdiana è veramente coinvolgente   anche se si  sta comodamente seduti nella poltrona di un teatro,  ma  il rivisitarla immersi in quell’atmosfera, in mezzo a tutti quei personaggi irreali, anche se per breve tempo è tutta un’altra cosa; e poi c’è la musica  e il canto; e tu, neofita, a muoverti  in quell’atmosfera come in un sogno. Un’esperienza  irreale irripetibile: e’, per chi ha un po’ di fantasia, come essere entrati in una specie di macchina del tempo. Bene.

Atto II°

“Muovetevi ragazzi mettetevi tutti ai vostri posti.“ E tutti giù per le scale del Municipio.

“Io ero qua tu eri là.”

“L’orologio, disgraziato, mettilo nella faretra”

….


”E vai!”

Ta,taaa. Taratata..tata…Taratata..tata… (Chi legge può continuare il Taratatà ed immaginare la scena)

Le truppe egizie precedute dalle fanfare, sfilano dinnanzi al Re.

Alzate le lance!” “Alzate gli archi, ve possino!”

E il popolo con il coro:

“Vieni o guerriero vindice,

vieni a gioir con noi;

sul passo degli eroi i lauri,

i fior versiam.”

La marcia finisce, la musica cambia e noi lì tutti impalati a riempire la scena; e le ballerine  in semitrasparenza, tutte a roteare saltellando attorno in un tripudio di veli. Uno spettacolo.

Da ultimo Radamès , sotto un baldacchino portato da dodici ufficiali. Rientro della truppa in balconata.

La nostra parte era finita, da ultimo venne il regista  che si congratulò con noi per l’impegno messo, e ci diede appuntamento per il giorno successivo. Avremmo fatto la comparsa in altre opere.

Dopo che ci fummo rivestiti, si doveva pur sapere come andava a finire. Sgaiattolando nella platea stracolma  di spettatori ci arrampicammo in alto, sulla tribuna.

In quella posizione soffiava un venticello fresco che profumava di salsedine: il famoso vento “ du canali” ,

che puntualmente ogni sera veniva a rinfrescare le giornate soleggiate di quell’agosto.

Quel soffio leggero portava attenuati i suoni e le voci della Fiera , mentre le luci delle navi traghetto scorrevano silenziosamente nel porto.  Tutto lo Stretto lì davanti era uno scintillio di magiche sensazioni.

A contrasto, in una atmosfera azzurrognola semicupa  di un carcere,il  grande tenore Franco Corelli, dava ad Aida, la bravissima Anita Cerquetti, il classico  verdiano addio di fine opera;  addio che durava un bel pò.

Il giorno successivo riscuotemmo il compenso che non ricordo bene di quanto fosse.

 

Italo Rappazzo


 

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copyright 2011 messinaierieoggi - Testi e fotografie di Pippo Lombardo
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