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Il piacere della resa
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di Paolo Ullo

I piaceri o il loro contrario, i dolori, siano essi fisici o mentali, appartengono alla sfera intima di ogni individuo e non possono essere trasmessi, come tutte le esperienze personali, uniche, irripetibili e senza una scala di valori, di intensità e termini di paragone; molti si percepiscono frequentemente, più volte nella stessa giornata o con maggiori intervalli, da non rientrare nei fenomeni ciclici a lunga scadenza, astronomici, e alcuni, quasi dimenticati, riemergono, da chissà quale cantuccio e profondità della memoria, occasionalmente, richiamati in superficie da stimolazioni sensoriali casuali ed imprevedibili. Ferma restando l'impossibilità, come per una poesia, ad immedesimarsi nelle emozioni degli altri, scrivo, soprattutto per me stesso e senza fare elegia, su un particolare mio rapporto con il territorio, prima che anch'esso venga riposto nell'archivio dei ricordi, non dimenticato, ma in attesa di essere tirato in ballo da uno simile e successivo, non si sa quando; se scrivo anche per gli altri, è per offrire l'opportunità di un confronto del comportamento di fronte alla prevedibile o prevista minaccia di una violenta manifestazione della natura, senza esprimere giudizi e suggerimenti sul modo migliore di affrontare il fenomeno.

L'ultima volta che ho deciso di ripiegare sui miei passi è stata una ventina di anni fa sull'Etna, quando, per condizioni meteo proibitive nelle alte quote del vulcano, ho imposto ad un gruppo di ragazzi di fare marcia in dietro, ad appena un'ora di cammino dalla vetta; quel piacere di giungere ai Crateri, non si è più ripetuto, ma è rimasta la lezione, un piacere anch'essa, di non poter competere con forze di smisurata grandezza, a quota 2900 di Sua Maestà il Mongibello, o ai 1000 delle montagne di casa. È su questi Monti che ho provato nuovamente il "piacere della resa", all'approssimarsi di un temporale dagli imprevedibili sviluppi, durante un sopralluogo su un sentiero conosciuto ma che non percorrevo da parecchio tempo; all'improvviso, da una relativa assenza di vento, si sono sviluppate raffiche turbinanti che hanno spogliato di tutte le foglie gli alberi di noce del circondario ed una nuvolaglia nera e densa stava oscurando il settore della montagna che mi ero proposto di ispezionare.

I  sensi, messi in allarme, ed il "sesto", al servizio dei "magnifici cinque", mi hanno obbligato a ritornare a casa senza indugi, con il solo supporto delle mie energie, mantenendo un elevato livello di attenzione sull'evoluzione del fenomeno in atto; mi sono sentito, e lo sono, parente stretto degli animali che aguzzano tutti i sensori, una continua prova di sopravvivenza, con i quali avvertire, in tempo utile, pericoli e opportunità di salvezza. La casa, oltre al calore familiare, nella sua funzione di luogo protettivo, difesa contro le intemperie, mi accoglie poco prima che si scateni un forte temporale e mi ritornano alla memoria i tanti momenti vissuti nei rifugi di montagna, mentre, fuori, scendeva la notte, fredda e misteriosa, o la furia degli elementi fa sentire piccoli, indifesi e si aspetta l'alba o che la natura si rabbonisca.

Arrendersi non è sinonimo di vigliaccheria o debolezza e tirarsi indietro, se necessario, è espressione di saggezza, compassato controllo delle proprie forze e coscienza dei limiti oltre i quali è meglio non spingersi. Per mancanza di esercizio al riconoscimento dei segni di potenziali pericoli ed una pretesa onnipotenza nell'affrontare, con ogni mezzo, quasi una sfida, le rigide regole fisiche applicate ai fenomeni naturali, si generano, sempre più spesso, drammatiche conseguenze.

Non so gli altri, ma io continuerò a temere la nebbia che si taglia con il coltello, la pioggia torrenziale, il vento impetuoso e tutto ciò che è più grande e più forte di me, affrontandoli solo il tempo di cercare un riparo e rimanerci, se sarà possibile, in attesa che passi.


 

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