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Antropizzazione ed eventi naturali.
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di Paolo Ullo

( Ottobre 2009 )

Niente di dottorale in questo titolo; oltre che non averne il ruolo, mi serve solo per definire il concentrato di chiacchiere o opinioni, le mie naturalmente, sul disastro di Giampilieri e Scaletta, già consumato, ed altri ancora da venire, chissà dove e chissà quando. Prima che cali il sipario del tempo, velo pietoso che copre e smussa i drammi della vita, a caldo, prima che anche le chiacchiere, come le caldarroste, vadano in scadenza, perdano di calore, e di vigore, concentro la mia attenzione su avvenimenti già analizzati e discussi da ogni angolazione.

Tutti analisti del dolore, reso oggetto di spettacolo, fino a quando, come avvenuto per altri ruggiti della natura, scenderà il silenzio. Con la determinazione di dover fare i conti con una ordinaria, già vista e vissuta, tempesta di pioggia autunnale, ho lasciato l’autobus, intrappolato in fila dalla lunghezza e durata imprevedibile, dal ponte sul Torrente Mili per raggiungere casa nel più breve tempo possibile. Sotto una pioggia meno battente e sotto un cielo elettrico, sentivo di poter dominare il fenomeno orientando in modo opportuno l’ombrello. Mi bastava arrivare dai miei, che non avevo potuto avvisare per i telefoni impazziti, asciugarsi e anche questa alluvione sarebbe stata archiviata. A differenza di mio nonno, che al primo sentore di aria “da fiume” lasciava la campagna per tornare in paese, io tornavo dal lavoro in città con la sensazione di andare incontro a crescenti difficoltà e come lui determinato a superarle fino a quando sarebbe stato possibile. Non ho scelto io l’ora del ritorno, né potevo cambiare il corso degli eventi; come altre volte, pigre nuvole cariche di umidità, intrappolate nello Stretto di Messina, venivano strapazzate da correnti fredde provenienti dal Tirreno, dopo aver scavalcato i Peloritani, e costrette a liberarsi del carico, violentemente e nel più breve tempo possibile. Semplice, il fenomeno nella sua evoluzione, ma chi sarebbe toccata la mazzata più forte? Fra i bagliori dei lampi il Torrente Mili non sembrava grosso da far paura; anche dalla valle di Galati non si era a livelli preoccupanti.

Avanzando, unico elemento fluido oltre l’acqua, fra il serpentone di auto immobile sulla S.S. 114, ho incontrato Lavinia, tramite la quale ho fatto sapere ai miei, dal sul telefono più efficiente del mio, che prima di mezzanotte sarei arrivato a casa a piedi. Più tranquillizzato di prima affronto i getti, le pozzanghere ed il fango con maggiore agilità; riesco a ragionare lucidamente sulla necessità dell’acqua di chiudere un ciclo tornando al mare, ma mi preoccupa la difficoltà che incontra a superare ostacoli, case, cunicoli intasati e tutto ciò che gli impedisce di essere il più innocua possibile. Attraverso il ponte di ferro e la “mia” fiumara, nella valle Santo Stefano, non sembra essere così minacciosa da passare una notte insonne; piove di meno ed in passata ha retto a prove ben più dure. Posso solo immaginare quel che starà succedendo dalla Marina in avanti: allagamenti, frane di costoni già bruciati e senza un albero; pochissimi canali di scorrimento per una superficie piena di abitazioni nuove e non ancora collaudate da una simile alluvione, acqua che cerca disperatamente di rispettare le rigide leggi della meccanica dei fluidi. Passando con il treno la vista del mare è impedita da una “muraglia cinese” di case e complessi residenziali, come farà tutta quella pioggia a superarla?

Si può chiudere un occhio se non vedi il mare, ma l’acqua, con la sua impellente necessità, voglia matta, di miscelarsi, di purificarsi con sale marino, non sente ragione. Ci andrà comunque e non chiederà il permesso a nessuno; risalendo controcorrente la strada, anch’essa divenuta torrente, che mi porta in paese mi auguro che il prezzo che farà pagare sia modesto da farci una risata ad acqua passata… Adesso che sappiamo che non c’è stato niente da ridere, non possiamo prendercela con la natura violenta, assassina, che se ne frega delle nostre modeste aspirazioni, piccoli piaceri della vita, che vanno a cozzare con i bisogni e le necessità di un pianeta che vive. Il nostro uso ed abuso del territorio è definito su un qualsiasi vocabolario, come meglio non si poteva, da “Antropizzazione: Complesso degli interventi che l'uomo compie sull'ambiente naturale al fine di adattarlo ai propri bisogni.” Questi bisogni seguono una scala di valori che vanno dalla civetteria di scendere in spiaggia saltando dalla finestra o dall’avere, massima e civile aspirazione, una casa nel paese natio.

Per i primi è facile essere assecondati da organizzazioni che offrono un angolo di paradiso nei “residence” dai nomi più esotici; per i secondi bisogna districarsi fra una complicata legislazione che detta regole da applicare sia per un immobile nel centro cittadino che per quello ereditato nel villaggio di appartenenza. Per quest’ultimo caso, oltre ad una legislazione legale, anche se difettosa, si può ricorre ad una legislazione con notevoli varianti e di una elasticità che sconfina nell’anarchia… Il piatto è servito e la “natura” non ci sta; ce lo manda a dire sempre ma le diamo ascolto solo quando fa la voce grossa…

A casa sono arrivato a mezzanotte, con tre ore di ritardo; sono contento di essermela districata bene, sotto una minacciosa alluvione, giungendo in tempo “per non fare stare in pensiero chi ti aspetta con ansia” come faceva e diceva mio nonno. Il mio fiume non è mostruoso come altre volte e tranquillizzo i miei perché per noi la paura è passata; impartisco istruzioni su come comportarsi quando anche la Fiumara Santo Stefano da segni di maggiore squilibrio o di pazzia. Profondamente triste per chi non ha potuto difendersi dalla furia delle acque, a Giampilieri, nella valle accanto o a Scaletta, mi rendo conto, anche se lo sapevo già, che non basta affrontare la tempesta, orientando l’ombrello contro vento per uscirne vittoriosi. Non è stata la mia prima, e probabilmente non sarà l’ultima, prova di carattere, misurandomi con eventi naturali. Elencarli tutti sarebbe lungo ed inopportuno, va solo sottolineato che servono da esperienza, almeno per chi riesce a sopravvivere… E non sempre è possibile; a chi non ci è riuscito vada il nostro commosso ricordo.

Silenzio, dignità e pudore.

( Ottobre 2009 )

Mi ero promesso di non tornare più sul dramma vissuto nella valle di Altolia. Molino e Giampilieri perché il silenzio, spesso, è più rispettoso delle parole. Ascolto il ronzio degli elicotteri, che perlustrano dall’alto il territorio disastrato, e sono convinto che tutto ciò che si sta facendo è per il bene dei sopravvissuti; la quiete già ritrovata nella mia valle sembra irreale e mi sorgono sensi di colpa pensando che a due vallate da me si spalano fango e macerie. Sono tentato di calzare anch’io gli stivali e dare a quella gente l’aiuto che posso; forse lo farò in seguito, forse non lo farò mai. Di fronte ad un’imponente macchina organizzativa di soccorsi una singola o non regolata iniziativa di aiuto potrebbe essere di intralcio. Tutti sul campo delle operazione, soccorritori, bisognosi di aiuto e curiosi; ciascuno con un ruolo che darà spettacolarità ad un dramma della vita già consumato. Tutto o quasi tutto, in sacrificio al diritto all’informazione, va sotto l’impietoso occhio ed orecchio di telecamere, obiettivi fotografici e microfoni; l’alluvione e le sue conseguenze saranno trite e contrite fino all’ennesimo funerale solenne.

Nel gran calderone c’è posto per dettagli ed ingrandimenti che suscitano il pietismo collettivo e lacrime di coccodrillo. In questo accanimento sulla tragedia, vero sciacallaggio mediatico, mi disturba la mancanza di rispetto alla dignità delle persone, ferite negli affetti ed estirpate dai luoghi di appartenenza da un ruggito della natura. Un moderno, aggressivo e rampante giornalismo strombazza ai quattro venti, senza pudore, i disagi di una popolazione, la cui massima aspirazione e di poter vivere una vita qualitativamente migliore nei luoghi di origine. Per il raggiungimento di tale obiettivo bisogna fare i conti con un delicato e fragile equilibrio fra il territorio, la sua gestione e i fenomeni naturali. Problemi di sempre e di ogni luogo e la popolazione di turno che ne esce sconfitta merita la riconoscenza di tutti e l’incoraggiamento a riprendere un cammino interrotto tragicamente. Espletato il diritto all’informazione, via tutti quelli che non hanno da imbracciare pala e piccone o rimboccarsi le maniche; via tutti quelli che fanno antropologia da salotto, che attirano curiosi alla ricerca di un macabro ricordo sui luoghi del disastro. E’ successo così nel Febbraio 1906, quando la Società Tranviaria offriva il viaggio gratis ai curiosi per la spaventosa mareggiata di Galati.

Sarà stato per questo motivo, per far provare emozioni forti alla clientela raffinata, d’alto bordo e annoiata, che il comandante di una gigantesca nave da crociera ha fatto rotta il più vicino possibile alla costa davanti ai luoghi del disastro. La nostra terra non è un caravan-serraglio di bestie rare; la nostra gente, nel tempo, si è dovuta difendere da tutte le varietà di calamità naturali, dalle eruzioni vulcaniche, alla siccità o al suo contrario, a tutto ciò che deriva dal nostro rapporto con il territorio. Tutto ritornerà come e meglio di prima, eccetto che per i morti, i quali adesso, come i vivi, hanno solo bisogno di rispettoso silenzio.

Mi piace ricordare quel che ho scritto sulla valle ferita, dopo una escursione, il 28 Gennaio 1990:

“L’incalzare dello Scirocco ci costringe a non indugiare sul pianoro; lo lasciamo diretti al villaggio di Molino lungo una dorsale ripida. La discesa si presenta rapida, intervallata da brevi soste, utili per compattare il gruppo e per dare uno sguardo a Nord, mentre il villaggio Pezzolo “tramonta” dietro Puntale Sant’Anna, ad Ovest Altolia si fa “ascoltare” con i poderosi rintocchi della campana grande e ad Est Giampilieri si mostra nella sua pretesa di essere una cittadina nei confronti del villaggio Molino, al quale ci stiamo rapidamente avvicinando.”

Mi permetto un’altra citazione e chiudo; un famoso scrittore americano ha tratto il titolo di un suo romanzo da una emozione non sua; la stessa emozione susciterà la campana grande di Altolia quando suonerà, in memoria dei morti, e i suoi rintocchi, in echi più volte ripetuti, nel silenzio della valle, giungeranno fino al mare:

“Ogni morte d’uomo mi diminuisce perché anch’io faccio parte dell’umanità, perciò non mandare mai a chiedere per chi suona la campana, essa suona per te.”

Dedicato a quelli di Giampilieri

( Gennaio 2010 )

E’ una dedica di circostanza, perché a “quelli di Giampilieri” è toccato pagare un prezzo altissimo, ma può calzare bene a tutti e in ogni luogo. Noi, gli altri, che ne siamo usciti indenni, non possiamo fare altro che incoraggiare a rialzarsi e riprendere il cammino  chi ancora si sta leccando le ferite. Se il nostro incitamento potesse avere l’efficacia miracolosa di una spugna, passata su una gamba sbucciata dopo una caduta, faremmo un tifo più corale; ma non è in nostro potere ristabilire l’ordine costituito delle cose, dei luoghi e degli uomini e donne che ci vivono.

Se “tifo da stadio” deve essere, martellante, assordante, dobbiamo farlo tutti, a sostegno del diritto di vivere in tranquillità dove ci è toccato di essere i continuatori, polloni radicali di una più profonda radificazione  di storia, cultura e tradizioni. Chiunque in un luogo non respira aria di casa, lì è un estraneo; gli si potrà solo riservare il sacrosanto dovere all’ospitalità e poi via; a nessuno potrà e deve bastare una sommaria, istituzionale perlustrazione aerea per decretare la cancellazione di un luogo fonte di rogne burocratiche e beghe di palazzo. Spalato il fango e le macerie, si ricomincia, come lo hanno fatto in passato altri prima di noi; lo ha fatto la città dopo il terremoto del 1908, perché non deve farlo un suo villaggio e parte di essa? Cento anni dopo non c’è più bisogno di essere eroi per caso, come lo furono i marinai russi e inglesi, che si spiavano nel Mediterraneo e si ritrovarono uniti nel primo soccorso alla città distrutta; la nostra Nazione ha dato, sta dando e darà ancora prova di efficienza nel bisogno.

Se è un dovere morale aiutare nei modi più opportuni chi è in difficoltà, appena risollevata la testa, occorre interrogarsi sul modo migliore di agire e come reimpostare un rapporto con il proprio territorio, sfigurato, apparentemente agonizzante, che chiede a tutti di continuare ad emanare “profumo di casa”. Se i nostri antenati, andando lontano, o già i nostri nonni, in tempi recenti, ci sono riusciti, bisognerebbe chiedere a loro come hanno fatto. Ipotizzando delle possibili risposte, ne verrebbe fuori un cammino irto di difficoltà, di duri sacrifici per tramandarci i luoghi a noi familiari. Le nostre valli non si sono originate da glaciazioni ma dal carattere alluvionale dei nostri torrenti; i tempi lunghissimi e le necessità dell’ennesima, maschia ed irriguardosa alluvione vengono a cozzare contro le nostre esigenze dalla corta memoria.

Se consideriamo che il modellamento, o orogenesi, del territorio è in continua evoluzione, anche un franamento ne è una testimonianza, dalle conseguenze drammatiche quando trova sulla sua traiettoria i segni dell’uomo. Da questa difficile convivenza, da questa continua lotta, a volte se ne esce vittoriosi, altri momenti, i più scottanti, sconfitti. Nel tempo ogni generazione ha predisposto le migliori difese a disposizione, per fronteggiare possibili danni agli abitati; ha curato un proprio rapporto con il territorio. E’ in questo diverso rapporto che va ricercato il risultato dell’ultima pesante sconfitta. Tutti, a modo nostro, abbiamo la soluzione giusta per rendere il più possibile inoffensivo un fianco di collina dal fragile equilibrio, congenito e procurato. I nostri nonni non avrebbero esitato a ricominciare con una radicale bonifica, uno “scugno” con solo pala, piccone, mazza, tridente e tantissima forza di braccia; i moderni “spalaterra” meccanici troverebbero inevitabile appiattire tutto; i cultori della forestazione  seminerebbero ginestre o quant’altro servirebbe a ridare unità, compattezza ed ossatura ad una terra smembrata… Quale che sia la soluzione, e ce ne sono tante, lontano da quella proposta, un bombardamento livellatore, per Messina dopo il terremoto, noi, “quelli che non siamo di Giampilieri” tifiamo per voi, sperando che la sconfitta, se e quando dovremo sopportarla noi, non sia pesante come la vostra.

Ullo Paolo


 

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