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Morte di un barilaio. Parallelismi 114 anni dopo.
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Estratto da “La Via dell’Acqua: Viaggio nella lotta alla sete della Città di Messina” di Paolo Ullo
– Edizioni Libreria Ciofalo – Messina 2013

Morte di un barilaio

Ci sono mestieri vecchi come il mondo; alcuni, pur mantenendo inalterata la sfera di attività, hanno costretto i mestieranti ad adeguarsi all’evoluzione dei tempi con arnesi, attrezzature e luoghi di esercizio più adeguati ad una clientela sempre più esigente. Ci sono mestieri meno intramontabili, che spaziano dai lavori stagionali, a quelli improvvisati, occasionali, per sbarcare il lunario, per fare di necessità virtù. A questo gruppo appartengono quei mestieri destinati all’estinzione perché subiscono un arco evolutivo legato a periodi storici, a situazioni sociali e fatti effimeri, transitori, di durata variabile. Fra i tanti mestieri scomparsi dalla nostra Città, per cessata attività, o cessato bisogno, il “barilaio”, a Messina, potrebbe anche suonare come “mestiere della vergogna”.

Non sarà stato vergognoso, umiliante per chi lo ha esercitato, quasi sicuramente come unica fonte di guadagno; ma come simbolo del degrado, che derivava dalla scarsità d‟acqua e dalle precarie condizioni igieniche di derivazione e conduzione, deve aver fatto arrossire parecchie Amministrazioni Comunali. L’attrezzo del mestiere, il barile, piccola botte, meno maneggevole dell’otre, aveva due capacità volumetriche, una di 20 ed una di 25 litri; la prima più adatta ad essere trasportata da una barilaia e la seconda da un barilaio. Questa doverosa distinzione non manifesta pienamente attenzioni di riguardo verso le donne lavoratrici; chi, maschio o femmina che fosse, si è trovato nelle condizioni, di caricarsi, sulle spalle o sulla testa, un barile d’acqua, aveva la capacità fisica di sopportare il peso di entrambe le misure, non solo separate ma anche messe insieme.

Nel nostro tempo, in cui il barile contenente altro liquido determina l’economia mondiale, un barilaio che trasporta acqua su ordinazione ai piani superiori delle abitazioni, sembra un personaggio estratto da una favola strappalacrime. Più piani da scalare, più centesimi di guadagno; 25 litri di acqua in cambio di 5 centesimi per clientela al pianterreno. Al secondo, al terzo o quarto piano l‟incasso cresceva insieme al fiatone ed ai battiti del cuore; più clienti, più viaggi, specialmente nei quartieri bene della Città, dove le sopraelevazioni, come Torri di Babele, giganti dai piedi d’argilla, avrebbero sfiancato anche un mulo.

In uno di questi palazzoni con vista sul Porto, lo Stretto e Piazza Duomo, fin dalle prime ore del mattino di Domenica 6 Ottobre 1901, il barilaio Mazzullo Giuseppe, fu Andrea, di 32 anni, trasporta acqua attinta chissà dove; in quello che è diventato il suo ultimo viaggio, attraversando la Piazza della Chiesa Matrice con il barile in spalla, stramazza al suolo, colto da improvviso malore, e muore. Per quella mancata fornitura, qualche famiglia avrà dovuto sopportare un maggior disagio; uno dei suoi componenti sarà dovuto andare alla più vicina fonte; se i destinatari dei 25 litri d’acqua, finiti sul selciato, erano degli anziani, si saranno fatti prestare una brocca, da ricambiare al passaggio del prossimo barilaio. La notizia della morte è seguita da questo commento, in un trafiletto di giornale:

E‟ deplorevole che in una città civile come Messina si debba assistere al più barbaro degli spettacoli, quello di vedere un uomo morto in una pozza di sangue, lasciato per oltre quattro ore in una pubblica via, senza che una guardia di città od altro agente qualsiasi, che brillavano per la loro assenza, fosse accorsa per far rimuovere il cadavere. Se ad opera di due cittadini, ai quali ripugnava la scena tristissima, non si fosse avvisata la Questura, a quest’ora il morto sarebbe ancora a far pascolo di sé. Ciò è turpe ed è vergognoso!.. Ma quando comincerà una nuova epoca per Messina? Quando finirà l’angustia ed il lungo attendere un barile d’acqua spesso insozzata di deiezioni allo stato fresco e sempre non potabile?

Solo poco più di un secolo ci separa da questa Messina senza Acquedotto e con questi spaccati di vita quotidiana. Gli interrogativi finali, a conclusione della notizia giornalistica, manifestano chiaramente la speranza di tempi migliori per la Città; ma sorgono dei dubbi sullo sdegno esternato alla vista del barilaio esamine sul selciato di Piazza Duomo. Non si capisce se offensivi siano i tempi di rimozione del cadavere o i miseri resti di un uomo stremato dalla fatica; cencioso, umidiccio di sudore e di acqua, che ad ogni sobbalzo fuoriusciva dal tappo imperfetto del barile.

Sangue ed acqua irroravano il lastricato sconnesso di Piazza Duomo e delle vie cittadine, forse per l‟ultima volta. Dopo la morte di Giuseppe Mazzullo, altri barilai e barilaie continueranno ad esercitare un mestiere sorto dalle miserie della Città di Messina. Una formidabile squadra di “Acquaiuoli” era impegnata nella costruzione dell’Acquedotto Civico, per sentenziare la definitiva scomparsa del “mestiere della vergogna”. Il sacrificio dell’ultimo barilaio morto sicuramente sarà servito per allungare il passo verso la definizione di una città più civile.

Ullo Paolo


 

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