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Il carnevale a Messina prima del terremoto del 1908
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In questo breve stralcio, tratto da “Messina com’era” ho voluto riesumare ,con qualche piccola correzione.  quelle che erano le tradizioni del carnevale di più di un secolo fa. Italo Rappazzo


Tammureddhu o Cembalo


“Durante il Carnevale in tutte le case e le botteghe sia della campagna che della periferia della città, si ode negli ultimi giorni fino a tarda notte  un saltellio di piedi cadenzato sul ritmo del cembalo (
Tammureddhu) o dell’archetto del violino.


Ciuri di pipi, disegno di Italo Rappazzo

Per il voto fatto dai messinesi dopo il terremoto del 1783 e rinnovato dopo quello del 1894, le feste carnevalesche non cominciano da noi che dopo il 5 febbraio e sogliono iniziare  dai ciuri di pipi , specie di poeti improvvisatori del contado che indossando un camice bianco stretto alla cintura e calzoni ugualmente bianchi, e un berretto dello stesso colore da cui pendono lunghi nastri rossi, vanno di bottega in bottega a cantare le lode dei padroni di casa,accompagnandosi con chitarra o violino, dando principio  al loro canto con l’evocazione di un fiore.

Sogliono in questo periodo molti della classe popolana  travestirsi nelle più strane fogge e andar girando per le vie seguiti da un onda di monelli che dan loro la baja non rispettando neppur talora persone avanti negli anni, per lo più contadini, ai quali abbiano appiccicato una coda di carta o di un cencio qualsiasi.


La vecchia col fuso e la rocca

Fra le maschere più originali e locali  sono degne di nota quelle della vecchia di Carnaluvari che va in giro col fuso e la rocca, e l’altra detta u mortu chi porta u vivu , caratteristica da noi come quella du Baruni a Catania.


U mortu chi porta u vivu, disegno di Italo Rappazzo

In essa , di sotto al torace di un uomo tutto vestito in bianco con maschera nera, esce il torso curvo di un grande fantoccio con volto cadaverico che sembra portare sul groppone il vivente il quale agitando le braccia e battendo in cadenza delle nacchere invita il popolo all’allegria.

Un ballo strano e caratteristico in uso altre volte da noi in carnevale era la tubayana , specie di danza moresca con grazioso e bizzarro intreccio di scimitarre che i popolani e anche spesso i signori travestiti da saraceni con visi e mani tinti di nero, eseguivano in 12 o 20 persone sopra una musica speciale al suono di nacchere e di tamburo, sulle pubbliche piazze o nei veglioni del nostro teatro.


Carnevale è morto

L’ultima notte di carnevale molti vanno in giro con torchi accesi (cero costituito da una grossa candela), simulando comicamente la morte di Carnevale, figurato in un gran fantoccio sopra un carro, invocandolo con più teneri nomi, parodiando le antiche prefiche:

Carnaluvari muriu di notti

e lassau quattru ricotti,

ddui frischi e ddui salati

pi li poviri scunzulati;

la sosizza ti fici mali,

figghiu miu Carnaluvari!

 

Finchè finiscono per appiccarvi il fuoco e mandarlo in fiamme. Così a termine tanta baldoria col darsi ciascuno all’ultima ora la buona sata che risponde agli Sdirri ( storpiatura del francese dernier) e a li tri ghiorna di lu picuraru degli altri luoghi dell’Isola.”


 

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