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Messina e la Toponomastica
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di Paolo Ullo

Forse tutto cominciò con un appuntamento che un gruppo di "riatteri" (rigattieri) si saranno dati per una mangiata di cozze; la cosa è andata avanti, subdola, sottile, apparentemente innocua, ma gli effetti sono stati devastanti. Probabilmente nel bagaglio culturale dei carrettieri, in cerca di pesce fresco pescato nei dintorni di Capo Peloro, non c’era posto per la mitologia, ma neanche in città la cancellazione di "Cariddi" ha trovato ostacoli.

Nessuna crisi di identità è mai scattata nel tempo negli abitanti di quel luogo fantastico che a scuola abbiamo imparato a conoscere in eterna opposizione e di rimpetto a Scilla. Se consideriamo che in tutte le scuole di ogni ordine e grado del mondo occidentale, dall’Europa tutta compresa verso occidente, fino alle Americhe e forse oltre, si studiano i Classici Greci, si può affermare che chi calca il suolo, permanentemente o occasionalmente, che sta a cavallo fra Ionio e Tirreno, si trova al centro della Mitologia e della Storia Universale.

Per la stessa considerazione di prima la città di Messina potrebbe vantarsi, ma non lo ha mai fatto, di avere nel lungo elenco di villaggi che le fanno da corona, un piccolo agglomerato innalzato sugli altari della gloria dalla fantasia di un poeta greco. Sul mare dello Stretto è passato, o la fantasia di Omero lo ha fatto passare, Ulisse o Odisseo; un po’ più al largo, forse a Stromboli, si può ritenere che cantassero le Sirene. Ritornando sulla fascia di mare dove Ionio e Tirreno giocano a rincorrersi e respingersi, qui sconta la sua condanna, cariatide del mare, Colapesce.


Messina, Teatro V. Emanuele il dipinto di Renato Guttuso sul mito di Colapesce

Sulla “linea dei due mari”, come usava chiamarla, Stefano D’Arrigo ha costruito la sua cattedrale “Horcynus Orca”. Dallo scrittore di Alì Terme è venuto l’ultimo estremo tentativo di ridare dignità e identità geografica a “Cariddi”, abbandonando l’originario progetto di ambientare fatti e personaggi del suo “Poema del Mare” ad Acqualadroni. Né ci riuscirà il Parco Letterario, il “parco parlato”, che tutto sembra eccetto che un luogo di raduno di letterati in cerca di ispirazione, sulle tracce delle ossessioni e visioni di D’Arrigo. Prima che “Cariddi” scompaia definitivamente dalla memoria della città, ci consola che resterà indelebile in chi ha avuto o avrà la fortuna di leggere “Horcynus Orca”. Chissà per quanto tempo ancora sarà il nome di battesimo di un traghetto in pensione, in attesa di destinazione, fino a quando, stanco di aspettare, in una impennata di orgoglio, colerà a picco dentro un gorgo, arrugginito, imitando quel mostro omerico che non è mai stato (N.d.A.;dobbiamo aggiornare la storia: il “Cariddi” è già colato a picco).

Se anche i detti popolari, sempre meno usati, finiranno per essere dimenticati, dal nostro dialetto cancelleremo quel simpatico ed efficace “scilla e cariddi”, per definire una simbiosi di azione e di intenti, e l’opera sarà completa. Caso unico, più che una trasformazione linguistica applicata ai nomi dei luoghi, per “Cariddi” è stato applicato un colpo di spugna del quale né la città, né il villaggio in questione si sono mai accorti. Da troppe generazioni, utile e necessario strumento per la sicurezza della navigazione nello Stretto, il faro di Capo Peloro, inconsapevolmente, ha estromesso una fetta di mitologia dal nostro territorio. Anche se più appariscente e spettacolare, nessun costo di immagine ha preteso il Pilone dell’elettrodotto.

La bellezza e la universalità del luogo non hanno bisogno di nessun manufatto che riporti l’attenzione del mondo sullo Stretto di Messina. Sono finiti i tempi in cui i “riatteri” o i viandanti di passaggio definivano la toponomastica dei luoghi per opportunità di orientamento. La città di Messina ha avuto e, se vuole, avrà l’occasione di redimersi dalle offese arrecate al suo territorio; se è stata capace di risorgere dalle macerie del terremoto del 1908, sarà anche in grado di effettuare una correzione di rotta verso una identità meglio definita. Se cominciassimo proprio da “Cariddi” non sarebbe una mossa sbagliata, senza il timore di recare offesa ad una grossa lampada girevole. Se ne compiacerebbe anche la gemella Scilla, non più spaiata come una scarpa vecchia.

La coppia ristabilita potrebbe attirare l’attenzione dei moderni “ulisse” che sempre più spesso, a bordo delle moderne navi da crociera, ci degnano della loro presenza; una occasione in più per mettersi in mostra senza devastare fisicamente il territorio, senza suscitare ataviche paure risvegliando i mostri omerici messi a guardia dello Stretto. Non è solo una corsa all’accaparramento fino all’ultimo turista, per spennarlo come un pollo e mandarlo a casa malconcio; si tratta soprattutto di offrire un buon biglietto da visita e veicolarlo con chi della nostra città conserverà, tornando a casa, un ricordo unico nel suo genere, turisti non più respinti dalle turbolenze tettoniche dello Stretto di Messina o attratti dal canto di più ammalianti Sirene.

Il tentativo, occasionale e fortuito, certamente involontario di demolizione della toponomastica di “Cariddi”, nel tempo non è stato il solo né l’ultimo assalto ai nomi dei luoghi della città. Nel Maggio 1989 gli abitanti del villaggio Santo Stefano di Briga si sono visti piazzare all’ingresso del paese un cartello di segnaletica stradale con su scritto “Santo Stefano Superiore”. Se, come la matematica, la toponomastica non è una opinione riesce facile immaginare l’indignazione di fronte a tanta superficialità; è come se un Messo Comunale venisse ad annunciarci che non ci chiamiamo più come ci siamo sempre chiamati. Dopo una vivace protesta il cartello stradale sbagliato è stato rimosso e gli abitanti di Santo Stefano di Briga non sono caduti in crisi di identità.

Come in un progetto diabolico, dopo i “riatteri” in cerca di cozze e gli addetti alla segnaletica stradale in vena di errori, è arrivata, spudorato oltre ogni limite, l’attacco della Televisione di Stato. Venerdì 24 Giugno 2005, trionfalmente viene annunciato e programmato uno spettacolo “Dallo Stretto di Reggio Calabria”. Nei giorni precedenti, durante i flash di presentazione, pensavo fosse stato un errore di lettura; anche mio figlio Rosario, 4 anni ad Agosto, abituato ai nomi del nostro mare e territorio, si accorge che all’orecchio quello “Stretto” non è come quello che gli abbiamo insegnato. Rassicuro mio figlio ripetendo che in televisione hanno sbagliato e che lo Stretto è sempre quello, Stretto di Messina. Altro che errore!... “La Notte delle Sirene”, questo il nome dello spettacolo, offre alla città di Reggio Calabria una sana e lodevole occasione di svago, con tanto di amministrazione comunale in prima fila. Nessun giudizio sulla qualità dello spettacolo perché la cosa non ha importanza; quel che lascia perplessi è che in una simile occasione si sia stravolta la toponomastica dello Stretto.

Probabilmente non ci sarà una esibizione artistica che rettifichi e puntualizzi dalla sponda siciliana dello Stretto di Messina che a volte anche la Televisione di Stato sbaglia. Non staremo qui a discutere su problemi di geografia ma è meglio stare all’erta prima che il prossimo spettacolo di importazione perseveri e amplifichi lo Stretto sbagliato… E se finisse come a “Cariddi”?!...Se non è più tempo di “riatteri” che non conoscono la Mitologia, non è più accettabile che avventurieri entrino dentro le case attraverso la televisione e si inventino una toponomastica per ogni occasione. Io continuerò ad insegnare ai miei figli che il mare che scorre come un fiume sulle coste fra la Calabria e la Sicilia si chiama Stretto di Messina e non sarà una sfilata di moda a crearmi crisi di identità. 

Ritornando a “Cariddi”… Torre Faro o Cariddi?..Io non sono di quelle parti, come non lo erano Omero e Stefano D’Arrigo; né la mia modestissima attenzione potrà assimilare questo scritto a due monumenti della letteratura di tutti i tempi. Opinione di un cittadino, la mia, e niente più. Sono stato uno di quei cittadini di Santo Stefano di Briga che hanno prontamente rimediato ad un colpo maldestro dei gestori del territorio. Potrei anche immaginare lo stupore e la perplessità degli abitanti di quell’estremo lembo di Sicilia di fronte ad una simile ingerenza o invasione di campo. Sicuramente non verrà mai nessun messo comunale ad impiantare un nuovo cartello stradale con una denominazione diversa dall’attuale; il recupero, opportunamente valutato, di un luogo mitologico spetta soprattutto ai suoi abitanti. Qui non si tratta di rispolverare un vecchio mobile da troppo tempo dimenticato in soffitta, ma di riappropriarsi di una identità meno anonima di un tranquillo borgo natio. A volte passare inosservati fa comodo; il clamore dell’attenzione, il cicalio di gente venuta da lontano può dare fastidio. Anche le luci del palcoscenico sono inebrianti e alla fine ci si fa l’abitudine, dopo aver superato il timor panico del debutto.

Restare dei benemeriti sconosciuti o elevarsi di rango sugli allori della notorietà?  Ecco il dilemma. Se siamo nati sullo Stretto di Messina non è una vergogna; se sulle sue acque è fluita una fetta della Storia Universale non è colpa o merito di nessuno. Le navi di Ulisse, i tuffi di Colapesce, le Fere e l’Orca di D’Arrigo, le navi in assetto di guerra, mercantili, velieri, traghetti, tutto ciò che ha galleggiato nei secoli, sono passati con più o meno impeto e sconquasso; un po’ meno delicato, anzi irriguardoso ed offensivo è venuto dalla profondità degli abissi il terremoto del 1908 ma alla fine, dopo il loro passaggio, lo Stretto è rimasto sempre un mare che assomiglia ad un fiume che non sa dove andare, su è giù, fra montante e calante, un respiro silenzioso. Un mare che è fiume ed un fiume che è mare non hanno bisogno di altri connotati, così come li abbiamo sempre conosciuti: Stretto di Messina e niente altro.

Ullo Paolo


 

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