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Monastero di San Placido Calonerò
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Il Monastero di San Placido Calonerò o Abbazia e Monastero benedettini di Santa Maria Maddalena di Valle Giosafat e di San Placido di Calonerò è stato un luogo di culto di Messina. Oggi le strutture ubicate nella frazione di Ponte Schiavo sono adibite nella quasi totalità a usi civili. La doppia denominazione è dovuta al rapporto di dipendenza col Monastero benedettino di Santa Maria Maddalena di Valle Giosafat ubicato in città e non più esistente.

In epoca normanna - sveva il Monastero benedettino di Santa Maria Maddalena di Valle Giosafat e il Priorato messinese di Santa Maria Maddalena, già documentati nel 1086, dipendenti dalla casa madre gerosolimitana dei Cavalieri di San Giovanni sono riconosciuti nei privilegi concessi da Ruggero II di Sicilia nel 1144, da Guglielmo II di Sicilia nel 1171, da Costanza d'Altavilla e dal marito Enrico VI di Svevia nel 1196, da Federico II di Svevia nel 1221.

Nel 1633 possiede come dipendenza la grancia monastero di San Placido Calonerò. La sede cittadina di Messina dopo accorpamenti, trasferimenti, subisce un incendio. Trasformata in ospedale militare è distrutta dal terremoto di Messina del 1908. Oggi nella stessa area sorge la Casa dello Studente.

Il Monastero di San Placido Calonerò fu fondato da una comunità di monaci benedettini. Cronologicamente è considerato il secondo cenobio benedettino per importanza.

Tra il 1361 e il 1363 quattro gentiluomini messinesi, il nobile suddiacono Leonardo de Astasiis o Austasio, il prete Roberto de Gilio, il suddiacono Mauro de Speciariis o di Speciale e Giovanni di Santa Croce edificano su autorizzazione dell'arcivescovo Dionisio di Murcia, dedicandolo a San Placido fondatore a Messina della chiesa di San Giovanni di Malta, un luogo di culto. Il primitivo monastero, distante dodici miglia verso sud da Messina, è eretto sulla sommità di una collina, podere di proprietà del sacerdote milazzese Nicolò Mustacciolo, che l'aveva concesso insieme all'ormai diroccato e fatiscente monastero di San Luigi di Calonerò meglio conosciuto come San Placido in Silvis o San Placido il Vecchio, costruzione ancora esistente sulle alture del casale di Giampilieri.

Nel 1367 il piccolo monastero è elevato alla dignità di abbazia. È definitivamente abbandonato nel 1394 essendo stato eretto in luogo impervio e scosceso, disagevole per una vita religiosa comunitaria. Nel lasso di tempo che intercorre la comunità di monaci benedettini si trasferisce sui terreni donati dal conte Andrea Vinciguerra nel feudo di "Santa Domenica", appezzamenti sui quali era stata iniziata nel 1376 la costruzione del nuovo e più grande monastero sulla stessa area occupata dalla preesistente fortificazione medievale. I lavori per l'edificio furono sospesi nel 1401 per un litigio incorso con l'arcivescovo di Messina Filippo Crispo e completati nel 1486.

Il luogo du culto è dedicato a San Placido Calonerò, primitivo patrono di Messina. L'etimo Calonerò deriverebbe dal greco bizantino acqua verosimilmente per la presenza del torrente Schiavo la cui portata consistente consentiva l'uso irriguo per tutta la comunità. Sorge in una posizione strategica costituita da altopiano che sovrasta il villaggio, costituendo nel tempo, il centro propulsore della vita religiosa, agricola e pastorale delle zone circostanti. Il 18 luglio 1516, a seguito all'emanazione della bolla di papa Giulio II, la comunità benedettina messinese è inclusa nella Congregazione Cassinese.

Nel 1535 il 19, 20 e 21 ottobre reduce dalla conquista di Tunisi, vittoria contro i turchi e diretto in città, fu ospitato Carlo V d'Asburgo.

Nel 1633 il monastero diviene grancia del monastero di Santa Maria Maddalena.

Nel 1663 la sede è temporaneamente abbandonata causa i continui assalti pirateschi. Durante la rivolta antispagnola del 1674 - 1678 l'abbazia è utilizzata quale baluardo dei messinesi alleati con i francesi contro la Spagna, subendo un incendio nel corso di un assalto.

Nel 1714 è visitata da Vittorio Amedeo II di Savoia re di Sicilia. Durante i moti antiborbonici del 1848 - 1860 ospita le riunioni segrete degli insorti.

Il complesso è censito durante la sacra regia visita di monsignor Giovanni Angelo de Ciocchis a Messina. Tra il 1741 e il 1743 l'incaricato regio compie per conto del sovrano di Sicilia Carlo III di Spagna una ricognizione generale di benefici e beni religiosi soggetti a patronato regio, all'interno dell'intero territorio siciliano e contemplati nella raccolta di atti e documenti denominati "Acta e Monumenta".

Dopo l'Unità d'Italia l'antico monastero di San Placido Calonerò ospita gli ultimi studentati di novizi. In seguito alla soppressione degli ordini religiosi con le cosiddette leggi eversive del 1866 cessa la proprietà del demanio per essere utilizzata come colonia penale agricola. L'amministrazione carceraria, ritenendo inidonei i manufatti e le infrastrutture, cede la proprietà al demanio per venderla alla provincia di Messina il 23 giugno 1898.

Il 18 novembre 1901 è aperta la "Regia Scuola Pratica d'Agricoltura", ancora oggi le strutture ospitano l'istituto tecnico agrario intitolato a "Pietro Cuppari" e l'enoteca provinciale.

L'istituto si dota, in brevissimo tempo delle più avanzate   attrezzature per la pratica agricola ora esposte nel percorso museale dell’Olio e del Vino organizzato dall’Istitituto in collaborazione con l’Enoteca Provinciale che ha sede negli ampi e suggestivi locali dei magazzini del monastero.

Tra essi si citano una Pigiadiraspatrice centrifuga, brevetto della Ditta F.lli Vitale di Villongo S.Alessandro (BG) di inizio ‘900, che  innova e perfeziona le prime pigiatrici ideate nel 1887 da Pietro Giuseppe Garolla, una Trinciaforaggi della Ditta  R. Hunt & Co Earls Corne – Essex  risalente anch’essa ad inizio secolo e che rappresenta, per l’agricoltura siciliana una assoluta novità, testimoniando il ruolo propulsivo svolto dalla  Regia Scuola di agricoltura in quel travagliato periodo storico e l’impianto meccanizzato per l’estrazione dell’olio (1902) dotato tra l’altro di uno dei primi separatori centrifughi prodotto dalla Ditta Laval.

Oggi il complesso abbaziale si presenta con un impianto planimetrico rettangolare e due bellissimi chiostri di chiara derivazione tardo rinascimentale.

Nelle strutture si identificano le tre fasi principali della sua storia architettonica riconducibili ai rispettivi stili:

- svevo - medievale relativo al castello svevo Urso - Vinciguerra nella parte settentrionale della costruzione;

- rinascimentale che si ravvisa nei due grandi chiostri porticati e nella serie di ambienti che vi gravitano attorno;

- contemporaneo derivante dai continui adattamenti dell'edificio religioso a scuola agraria.

Di interessante concezione architettonica sono i due chiostri, perfettamente simili nella serie di arcate a tutto sesto, dallo stile squisitamente toscano   ravvisabile nelle colonne sormontate da capitelli ionici con alti pulvini e archi dalle sottili cornici. Entrambi i chiostri si raccordano all'antico castello e alla parte medievale di tutto il complesso attraverso deambulatori e vestiboli.

Le origini sveve della fortificazione sono attestate dalla presenza del blasone gentilizio della nobile famiglia Urso, baroni di Raineri e Merii, primi proprietari del castello in epoca sveva, che si componeva d'azzurro con orso d'oro. Altri due stemmi analoghi, riprodotti su mattonelle quadrate e smaltate, erano fissati ai lati del portale e sono serviti da esempio per la recente realizzazione della pavimentazione.

Il portale immette in una stanza quadrata, oggi adibita a cappella, archi gotici a sostegno delle pareti e della volta. Sulla parete ad est dell'atrio, si apre il portale d'ingresso dell'antica chiesa del castello, a navata unica e non più esistente.

Si tratta di una realizzazione rinascimentale che è stata sovrapposta a quella precedente di carattere gotico - svevo e della quale sono ancora leggibili le eleganti profilature. Nel 1637 è ampliata la Chiesa, è documentata la disposizione delle opere pittoriche e l'esposizione per cappella: i quadri di San Benedetto da Norcia, San Placido martire, Santa Maria Maddalena, si ritiene fossero stati importati nel 1291 da Gerusalemme.

Al centro dell'architrave e raffigurato lo stemma dei Vinciguerra, composto da un'agile torre che si eleva su una fortificazione bugnata. La sala gotica a pianta quadrata, ubicata all'estremo orientale del corpo di fabbrica, con agli angoli colonnine sorreggenti una volta a crociera costolonata dagli influssi gotico - francesi. Tra le opere d'arte è presente un busto marmoreo di Carlo V d'Asburgo per commemorare la visita effettuata nel 1535.

L’Istituto subisce gravi danni con il terremoto del 1908 ma rinasce in brevissimo tempo; durante la guerra la scuola viene adibita a caserma e ad ospedale militare; nel 1934 si ha la trasformazione in “Scuola pratica di agricoltura”; nel 1946, dopo le ulteriori  vicissitudini causate dalla II guerra mondiale, nasce l’Istituto Tecnico Agrario dotato, per statuto, di un convitto che ospita gli allievi provenienti dall’intera Provincia.

Negli anni successivi si realizza la totale rivoluzione dell’agricoltura siciliana che passa dalle strutture latifondistiche alla piccola proprietà individuale, dalle colture estensive alla coltivazione di specie e varietà ad alto reddito ed è in questo periodo che l’Istituto agrario assume una funzione di grande rilievo per la formazione di tecnici con competenze all’avanguardia.

Dall’anno scolastico 2000/01 l’Istituto agrario è parte dell’ I.S. Minutoli di Messina; nella sua sede sono attivi i corsi ad indirizzo “Agraria agroalimentare e agroindustria” e “Biotecnologie ambientali”, conta circa 250 alunni ed è Polo formativo Regionale per il settore agroalimentari.

L’azienda annessa all’Istituto ha una superficie di circa  30 Ha con 4,50 Ha di vigneto, 2,00 Ha di oliveto, 3 Ha circa tra agrumeto e fruttiferi.
Fa parte dell’azienda la cantina di trasformazione, realizzata recentemente negli antichi magazzini del monastero ed attrezzata per l’intero ciclo di produzione dei vini rossi.

Manoscritto inedito ottocentesco della biblioteca del monastero benedettino di S. Placido di Calonerò.

Disegni del monastero di San Placido di Calonerò di Fulvia Scaduto.

Fonte Wikipedia a cura di Pippo Lombardo


 
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