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Rosa Donato, patriota messinese contro l'avvento borbonico
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di Pippo Lombardo

In memoria di Rosa Donato, patriota messinese.

Molte donne parteciparono al grande movimento di risveglio e di rinascita della coscienza nazionale, quale fu il Rinascimento: la Contessa di Castiglione, Cristina Trivulzio di Belgioioso. E poi Adelaide Cairoli, Giuditta Sidoli, Anita Ribeiro Garibaldi ....

Tra le donne che parteciparono attivamente, prendendo le armi, scendendo nelle strade, combattendo al fianco degli uomini, ricordiamo, una figura semplice e umile di popolana, Rosa Donato. Nata a Messina nel 1808 e ivi morta nel 1867.

Rosa Donato ha circa dodici anni quando si manifestano i primi moti risorgimentali, e quando nel 1820 scoppia la prima rivoluzione dell' 800 siciliano, Rosa Donato assiste a quegli eventi. Assiste anche alla repressione, quando nel 1822, ben nove persone a Messina vengono condannate a morte, a conclusione di quei moti.


Targa commemorativa in piazza Duomo

Allo scoppio della rivolta, il 29 gennaio del 1848, scese in strada e, impadronitasi fortunosamente insieme al Lanzetta di un piccolo cannone sottratto ai soldati borbonici, andava sparando contro di loro. Essendosi dimostrata del tutto degna del valore di un uomo, nell'estate del '48 fu insignita del grado di caporale con berretto e fazzoletto tricolore a girocollo, e fu posta al comando della batteria dei "Pizzillari", situata vicino al torrente Portalegni, con il compito di difendere sino alla morte le mura a nord-ovest della città.

Quando non poté più mantenere la sua posizione, diede fuoco al cassone delle munizioni, uccidendo molti soldati borbonici, mentre lei stessa veniva scaraventata giù dalle mura a colpi di baionetta. Fintasi morta, fuggì a Palermo, dove il Comitato di Liberazione Siciliana, composto da Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo e Giacinto Carini, le affidò due pezzi di artiglieria. In quell'occasione Giuseppe La Masa fece sventolare il tricolore italiano. La sconfitta di Novara dell'esercito di Carlo Alberto, ebbe gravi conseguenze anche per la Sicilia. Il Re Ferdinando Il, inviò l'esercito al comando del generale Filangeri, che dopo una dura repressione, riconquistò la Sicilia.

Rosa Donato torna a Messina e viene subito catturata e imprigionata, rimanendo in carcere per circa 15 mesi. Negli anni '50, una volta uscita dal carcere, la stessa vive di elemosina. La chiede solo agli studenti universitari, nei quali vedeva la speranza del futuro. Raffaele Villari storico, racconta che a chi le dava una moneta, lei gli baciava la mano, e qualcuno diceva che al contrario dovevano essere gli altri a baciarle la mano. Nonostante il fallimento della rivoluzione, Rosa Donato rimane viva nella coscienza dei messinesi.

Una donna ormai presa dall'amarezza e dalla povertà. Nel 1860 ci si ricorderà delle sue gesta, ricompensandola con un piccolo sussidio, ma nulla di straordinario. Morirà in umili condizioni nel 1867.

Per ricordarne le gesta lo scultore Vincenzo Gugliandolo scolpì nel 1893 un suo busto in marmo, oggi collocato all"'Unicredit" del Viale Garibaldi, all'interno, subito dopo l'entrata principale. Virgilio Saccà incise una lapide, in Via Primo Settembre che recita così: "Dina e Clarenza eroine della Guerra del Vespro, ebbero nel 1848, su questa via e al Forte dei Pizzillari, emula gloriosa, l'artigliera del popolo Rosa Donato".

Gli viene intitolata una strada in via XXIV Maggio, la scalinata accanto il monastero di Montevergine.

 

Assedio di Messina 1848 (testo integrale in pdf)

 


Pontile della Cittadella

La caduta della Cittadella.

Per non dimenticare

Prof. Rosario Moscheo
Presidente della Società Messinese di Storia Patria

Il 12 Marzo 1861, con la caduta della Cittadella, Messina pone fine ad un lungo percorso di rivolta contro la Monarchia dei Borbone; un percorso iniziato con i Moti del 1821 e concluso nel 1860, passando per il funesto ’48 ove la città pagò, a caro prezzo, il suo desiderio di libertà in nome del popolo siciliano.

In quegli anni, l’importanza storica e artistica della storica fortezza, una delle più imponenti d’Europa, che potrebbe oggi rivelarsi un attrattore turistico dalle enormi potenzialità, passò in secondo piano rispetto al desiderio di riscatto di una città che, da quelle mura, aveva visto “vomitare” su di essa, fuoco e proiettili, terrore e morte in risposta al desiderio di libertà e autonomia che provocò, in un secolo, ben tre rivoluzioni contro i Borbone: 1821, 1848 e 1860.

Tre rivoluzioni da parte di un popolo che, pur facendo parte dello stesso Regno delle Due Sicilie, stava “al di là del Faro” (visto da Napoli) e che, con i Borbone, aveva un rapporto ben diverso da chi invece, rispetto al Faro, stava dalla parte opposta, più vicino alla Capitale del Regno.

Purtroppo, a causa delle tante calamità che hanno martoriato Messina, la memoria dei suoi abitanti risulta essere così lacunosa da sconoscere “fatti e idee” che hanno animato il popolo messinese nel travagliato periodo del Risorgimento e i sacrifici subiti da chi combattè per la causa.

La Società Messinese di Storia Patria trae le sue origini in gran parte proprio dai protagonisti di quelle lotte e anche oggi, a distanza degli eventi ricordati, mantiene intatta fede sulle scelte risorgimentali allora operate, tanto nel nome di un buon numero di suoi componenti quanto in quello, per noi ancora vivo e operante, dei suoi fondatori.

Delle tre rivoluzioni, quella del ’48 fu per Messina la più infausta; una volta sedata dalle truppe napoletane e svizzere, la rivolta comportò infatti, su ordine di Ferdinando II, la totale distruzione per rappresaglia della città e una durissima e spietata repressione guidata dal Generale Carlo Filangeri.

Approfonditi studi, confermati anche da fonti borboniche e diplomatiche coeve, attestano la ferocia con cui le truppe borboniche si accanirono sui cittadini inermi e gli ammalati degli Ospedali, che vennero saccheggiati e incendiati, gli stupri e le violenze sulle donne e sui bambini, la distruzione dell’intera città ridotta in fumo dai cannoneggiamenti che si protrassero ben oltre la resa. L'intera Europa condannò l'eccidio.

Docici anni più tardi, il 12 marzo 1861, con la caduta della Cittadella e del Governo Borbonico Messina riscattava i 5.000 messinesi morti durante la rivolta del ’48.

In ricordo di quel travagliato periodo, il 12 marzo si dovrebbe quindi commemorare in modo razionale e oggettivo “la caduta della Cittadella” come un momento di transizione tra un’epoca e un’altra perché, nel bene o nel male, da quel giorno Messina diventò Italiana.

Le Commemorazioni dovrebbero sempre avere il compito di lanciare messaggi trasversali ed educativi, con lo scopo di indurre riflessioni sulla storia perché essa diventi effettiva “maestra di vita”.

Oggi risulterebbe alquanto insensato andare depositare un omaggio floreale ai piedi della statua di Mussolini che, pur avendo ricostruito Messina dopo il terremoto, ne condannò il destino nel 1943 con la totale distruzione dei bombardamenti.

Allo stesso modo, rendere omaggio alla Statua di Ferdinando di Borbone potrebbe apparire piuttosto discutibile, perchè significherebbe rendere onore a colui che, accanto al merito di aver rifondato la nostra Università, decretò la distruzione della città di Messina, meritandosi dall’Europa l’appellativo di "Re Bomba".

La caduta della Cittadella, per chi crede nel valore educativo della Memoria, può, anzi, deve essere un'occasione per rileggere i fatti, da una parte e dall'altra; è un'occasione perchè la storia, letta in modo oggettivo e con i documenti alla mano, possa offrire ai giovani chiavi di lettura che i libri a volte non forniscono.

Ben venga allora la data del 12 Marzo, ma non certo per evocare solo il ricordo di eroici soldati caduti sulle mura della Cittadella, dimenticando i messinesi morti per gli ideali di libertà, di cui oggi dobbiamo continuare ad essere testimoni.

Per tali ragioni, un Sindaco, un Assessore, un Comandante, rappresentanti in loco dello Stato Italiano,  non potranno certo, in linea di principio, essere coinvolti in commemorazioni legate ad avvenimenti e figure che, nella storia (per quanto discutibile si possa ritenere), vanno contro quella che è la nostra identità odierna, quella di essere semplicemente CITTADINI ITALIANI.

 

 


 

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