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Albero della cuccagna
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Si tratta di un alto palo in cima al quale, da una ruota, spesso recuperata da una vecchia bicicletta, pendono prodotti alimentari, salami, prosciutti salsicce. Giovani robusti ed atletici si arrampicano sul palo per staccare i premi. Non è certo facile perché il palo è stato preventivamente ricoperto di abbondante grasso.

Capita quindi che il giocatore arrivato in prossimità del premio scivoli inesorabilmente verso il basso. E’ un gioco che si fa prevalentemente a squadre ed è molto spettacolare.

A Messina, ancora oggi la Domenica di Pasqua l’albero della cuccagna viene riproposto dalla Confraternita di S. Maria della Mercede in San Valentino e riscuote ancora un notevole successo di partecipanti e di pubblico.

Nella seconda quindicina di agosto l'albero della cuccagna viene ancora praticato nella festa della Madonna del Buon Viaggio al Ringo.

La festa è caratteristica per il “palo a mare”, una sorta di albero della cuccagna  proteso sul mare orizzontalmente e che, unto di grasso, è preso d’assalto da giovani e non per conquistare i premi messi in palio per il primo che raggiunge la sua estremità e strappa la bandierina.

Nel villaggio Bordonaro si effettuava "U Pagghiaru" villaggio collinare di Messina, è sostanzialmente, nella forma odierna, un albero della cuccagna.

Indagini più accurate fanno risalire la sua origine all’XI secolo, introdotto dai Padri Basiliani che portarono dall’Armenia l’uso di festeggiare il giorno del Battesimo del Signore con riti solenni celebrati sotto un grande albero a forma di capanna.

Alcuni giorni prima dell’Epifania, un gruppo di persone si reca sui monti vicini per raccogliere i rami da utilizzare per la costruzione del Pagghiaru; generalmente si tratta di rami di corbezzoli, in dialetto locale detti “’mbriacheddi “ perchè era usanza, un tempo, mangiarli in osteria bevendo il vino. Successivamente, in progressione, si erige il palo di sostegno; si assembla la ”cruciera”,  che consiste in una grande ruota composta da due cerchioni di ferro dove vengono fermati, a doppia croce quadra, dei tronchi d’albero; s’innalza la ”cruciera”; si appronta il fasciame esterno, intrecciato secondo le antiche tecniche dei cestai;  si riveste lo scheletro con rami di corbezzolo; si addobba  con arance, limoni, mandarini, ciambelle di pane azzimo, tondini di cartone colorato e cotone idrofilo; si colloca infine, alla sommità del Pagghiaru, una croce ricoperta d’arance, ciambelle, salsiccia. Sarà questa croce il palio della vittoria agognato da tutti gli scalatori. 

Il giorno della festa dell’Epifania, il 6 gennaio, dopo aver celebrato la Santa Messa il parroco si avvia seguito dalla folla di fedeli e dagli scalatori verso lo spiazzo dove è stato eretto “‘u Pagghiaru “. Dopo la benedizione i concorrenti, al segnale di partenza, iniziano ad arrampicarsi sull’intelaiatura oscillante cercando di arrivare per primi in cima e conquistare la croce sommitale.

Il vincitore viene acclamato e portato in trionfo mentre tutti gli altri spogliano l’albero, lanciando sulla folla gli addobbi che assumono, così, una funzione apotropaico-devozionale.

La scalata al “Pagghiaru”, che è sottolineata nel suo svolgersi dalle note di suonatori di zampogna, si conclude con il tradizionale spettacolo del  “cavadduzzu e l’omu sabbaggiu“, uno spettacolo pirotecnico dove due uomini si collocano dentro strutture di legno a rappresentare un animale ed un uomo selvaggio, in una sorta di lotta-pantomima con scoppi di petardi, mortaretti ed accensione di fiaccole.

L’albero della cuccagna per la sua complessa struttura era praticato nelle feste patronali più importanti.

 


 

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