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di Tonino Genovese

 Siamo nel cuore della Messina bene , un luogo in cui si susseguono bei palazzi ,ville padronali e residence abitati da chi conta. Nessuno si aspetta di trovare casbe o baracche. Eppure, in uno di quegli anfratti, pulsa il cuore di tante famiglie povere e senza speranze.

La mia attenzione viene attratta da urla gioiose. Avvicinandoci, ci accorgiamo che quella gioiosità proveniva proprio dal cortiletto antistante la casa. Un gruppo di ragazzi, volontari della Parrocchia, stava giocando a palla con i bambini.,
La palla era stata costruita da loro stessi incollando dei ritagli di giornale.

Non è facile accedere nel simil appartamento in cui vive una coppia con quattro figli minorenni. Fai fatica a considerare "casa" quel luogo in cui eternit e odore di poverta' si mescolano senza lasciare spazio ad immaginazione. Penetrano le tue narici e,da subito, si incollano sui tuoi abiti. Fatichi a credere che a Messina esistano certe realtà e che “tu sei Li” e ne sei parte.

Entriamo in casa e veniamo accolti con il sorriso disarmante di chi non ha altro da offrire se non che quel sorriso.
Sapendo della visita, hanno sistemato la stanza che faceva da cucina, soggiorno e camera da letto. Ho toccato con mano che la casa non la fanno le pareti e l'arredamento ma le persone. In pochi minuti avevo già dimenticato l'olezzo di umidità che impregnava qualunque cosa.
Stavano tutti lì. Padre, madre e i quattro figli. Due dei quali, i più piccini, giocavano fuori con la palla di carta.
Un concentrato di sventure e di povertà.
Con fierezza raccontava il suo "ruolo paterno" che non faceva mancare il pane ai propri figli. Avevano una vita modesta ma non mancava nulla. A causa della crisi, perde il Lavoro.

Il capofamiglia si scusa con me per la casa poco accogliente e inizia il suo racconto.

Prima del licenziamento, Lavorava nell'edilizia.
Ha provato a bussare presso parecchie ditte ma niente. Terminati pochi soldi messi da parte, la situazione familiare precipita. Per vivere hanno dovuto vendere gli oggetti d'oro, ricordo dei loro momenti importanti. Nascite, matrimonio. hanno venduto persino il televisore ed il frigo era inutile poiché non avevano nulla da mettervi dentro. La parrocchia, con le proprie risorse, aveva accolto ciascuno di loro.
Tuttavia, con dignità, il capofamiglia racconta l'umiliazione che provava nel dover chiedere. Si sentiva defraudato del suo "esser padre famiglia" colui, cioè, che doveva provvedere alla cura ed alla protezione dei suoi familiari. Racconta di aver commesso un reato.
Si avvicinava il giorno del compleanno della figlia che, come dono, chiede al papà il televisore per poter guardare i cartoni animati come i compagnetti di scuola.
Raccontando scoppia in lacrime dicendo "NON HO RESISTITO ED HO PENSATO CHE MIA FIGLIA AVESSE DIRITTO COME GLI ALTRI BAMBINI".
Decide di andare a rubare una televisione in una delle ville aperte per il periodo estivo. Scappando dal recinto della villa, viene visto da alcuni vicini che danno l'allarme, scappa lasciando cadere per terra la refurtiva. Torna a casa e decide di voler esser degno dello sguardo dei figli.

 

"DECIDE,ALLORA,DI RECARSI IN UNA CAMPAGNA PER RACCOGLIERE E POI RIVENDERE LE ARANCE.PER EVITARE DI RACCOGLIERE,PRENDE "QUELLI"CADUTI PER TERRA...
Racconta di avere una busta di plastica già quasi piena quando viene sorpreso dal proprietario del terreno che avverte i carabinieri per il furto. Viene DENUNCIATO E ARRESTATO. Al primo interrogatorio con il Giudice, si presenta anche la moglie che, teneva i piccoli per le mani. Unico momento in cui ,nel racconto, interviene la moglie puntualizzando, quasi a voler rafforzare il valore della famiglia...
..."li tenevo stretti stretti".
Il giudice, di fronte al racconto e a quella scena, decide di non condannarlo.

Ha spiegato il suo gesto dicendo " PRENDERE LE ARANCE CADUTE PER TERRA È RUBARE? IO VOLEVO SOLO ESSER DEGNO DELLO SGUARDO DEI MIEI FIGLI E POTER AVERE UN TELEVISORE PER IL COMPLEANNO DI MIA FIGLIA"


 

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