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1 Maggio
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di Tonino Genovese

Gli operai lottavano per “8 ore di lavoro, 8 per dormire, 8 ore di svago” e lottavano per avere maggiori tutele e diritti individuando nell’impegno sindacale il tramite per ottenerli. Ecco cosa rappresentava, alle origini, il 1. maggio. Sono passati due secoli di storia e oggi combattiamo per ottenere il lavoro. Siamo lontani da quando si lottava per la dignità nel lavoro mentre oggi si cerca di trovare dignità nonostante la mancanza di lavoro.
Una società che non riesce a garantire il diritto e la tutela dei lavoratori non sarà mai pienamente democratica.
Oggi non è una festa, questo senso si è perso quando abbiamo perso di vista la cosa più importante, la creazione di posti di lavoro. Siamo storditi e confusi da un’economia che strappa il tessuto sociale e non ricuce con la solidarietà, guardiamo ognuno al proprio benessere dimenticando che bisogna essere uniti per dare vita alla comunità d’intenti e stare meglio tutti.
Ma quando il lavoro manca si deve ascoltare la pancia che urla, il bisogno e la disperazione del domani senza un futuro.
Senza lavoro si scivola verso scelte che appartengono all’interesse di alcuni e che prendono una direzione dal sapore amaro della dittatura. E l’indifferenza cresce e annichilisce le coscienze, annullandole.
Riflettere sul senso delle cose non è un esercizio noioso. Analizzare la realtà serve e aiuta a comprendere così come, a Messina, abbiamo recentemente provato a fare verificando quanto il Jobs Act non sia servito a creare lavoro bensì solo l’illusione di sfiorarlo, perché non si è registrato alcun aumento di assunzioni a fronte di un calo nell’avviamento di attività.
Assistiamo, quindi, ad un sostanziale incremento del fenomeno della povertà con gravi implicazioni sociali. La situazione generale tra perdita di lavoro, assenza di lavoro e precarietà, costituisce un’allarmante disarticolazione del tessuto sociale sociale che non può passare inosservata e che favorisce il malaffare e le mafie.
C’è da combattere l’indifferenza in ogni campo perché senza ideali un popolo sbanda. Ma le motivazioni all’impegno non devono partire dal bisogno ma dalla convinzione che ognuno di noi può fare qualcosa.
Il Primo Maggio per il lavoro, per ridare forza e dignità a quanti hanno perso fiducia, per chiedere ai Governanti di investire in ciò che può produrre lavoro: istruzione, tecnologia, infrastrutture. Un impegno vero per la crescita e lo sviluppo economico per questo disconosciuto Mezzogiorno.
E chi ha interessi diversi cortesemente si faccia da parte. Bisogna creare le condizioni per le eccellenze di radicarsi nel nostro territorio invece di farle emigrare e si deve curare la qualità e la bellezza perché “la bellezza salverà il mondo” come diceva un famoso “Idiota”.

Le disuguaglianze e la povertà dilagante indicano che siamo ben lontani dalla crescita, tanto lontani da essere quasi in un altro mondo, direi il “quarto mondo”, quello in cui la disperazione la fa da padrona, quello in cui l’uomo è diventato parte delle macchine e ne è comandato, quella in cui si fa scempio dei tesori e dei valori. Abolirle è un sogno, ridurle un’emergenza.
Oggi, Primo Maggio, ripartiamo dal lavoro, dal suo valore e facciamolo diventare tale ogni giorno dell’anno.


 

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