(24/10/17) La Frutta Martorana

                    La...
Leggi tutto...

(24/10/17) La notte di Halloween

La notte del 31 ottobre si festeggia la notte di Hallowe...
Leggi tutto...

(24/10/17) Antiche tradizioni per la commemorazione dei defunti

La festa dei morti  è una ricorrenza della Chiesa catto...
Leggi tutto...

(24/10/17) C'era una volta...la Festa dei Morti

Nella nottata che passava tra il primo e il due di novemb...
Leggi tutto...
Storie di zanzare e di Ciao- ciao sonori e luminosi.
AddThis Social Bookmark Button

di Italo Rappazzo

E’ notte. Fa caldo. Chiudo gli occhi e mi appare una scena immersa in una sensazione: la scena di tanto tempo fa nella sensazione del caldo recente. Messina. Tempo d’estate; anni ’50. La finestra, che da sul cortiletto, aperta nella speranza di fare entrare qualche refolo di aria fresca, che tarda a venire. Penso che sarà andato da qualche altra parte. Le uniche che non chiedono il permesso per entrare, sono le immancabili zanzare. In siciliano Zappagghiuni. Etimologia probabilmente nata dall’unione di Zzappari e aghuggia. Zappare e ago.  Erano in paziente attesa, fuori la finestra, dopo essere sfuggite  al radar ad ultrasuoni delle “taddarite”. Il nome taddarita deriva, sembra,  dal greco nycterida (notturno).  


Le mura del castello Mata e Grifone

Questi simpatici animaletti nella zona non mancano, e noi ragazzi abbiamo scoperto che hanno le loro basi negli anfratti delle antiche mura spagnole, che attualmente reggono il Santuario di Cristo Re, e che prima del terremoto circondavano il castello di Mata e Grifone. Ma tutte quelle pietre per costruire le mura, gli spagnoli dove le hanno prese? Qualche esperto dei fasti e nefasti della nostra città certamente saprà la risposta.

Italo come al solito non divagare.


Interno della Fiera di Messina

 Andiamo avanti: Siamo tornati da qualche ora dalla solita e un po’ stancante passeggiata serale, fatta per goderci il fresco del venticello che ad una cert’ora spira nello Stretto. Ancora non c’è la televisione  a ipnotizzare le famiglie di fronte al piccolo schermo.


Interno dell' Irrera Mare sede della Rassegna Cinematografica 

Siamo arrivati fino all’Irrera a mare e abbiamo sentito le musiche, come un eco lontano, provenienti da quel locale; e poi siamo andati a caccia di un sedile per dare conforto alla già stanche membra; impresa non facile.

Abbiamo assistito al sorgere della luna piena, quando ha voglia di dare spettacolo, su dal dirimpettaio Aspromonte. I napoletani hanno Marechiaro e Salvatore Di Giacomo; noi  messinesi il non meno romantico Aspromonte. Solo che da noi a nessuno è passato per la mente di andare a scrivere una canzone: “Quannu ‘nchiana ‘a luna all’Asprumunti, i custardeddi ci fannu l’amuri.”Al poeta e al musicista , a Messina  certo non mancano, il completamento della canzone.


Il viale Boccetta negli anni '50

Scoccato l’orario del ritorno ci siamo incamminati su per il Torrente Boccetta, con doverosa quanto gratificante sosta  in uno dei sedili dalle parti della via 24 maggio. Quei bei sedili rotondi con tanto di palma in mezzo. Sosta piacevole perché allietata da un cono (gelato) acquistato al bar Abate messo all’angolo. Ancora non esistevano i coni da passeggio, dunque la degustazione doveva avvenire rigorosamente seduti.

Infine ultimo strappo fino al n° 40 della via Malta. Ingresso in casa, anzi nella fornace casalinga, da cui il successivo spalancamento delle imposte; e relativa entrata delle zanzare, in attesa, attirate dalla luce imprudentemente accesa.

Inizia la battaglia: spenta la luce, per mettere fuori combattimento le forze nemiche che iniziano il loro attacco in maniera a dir poco impudente. Una specie di Pearl Harbour. Infatti le senti ronzare, torno - torno, né vale l’agitare delle mani per incutere loro un po’ di rispettosa paura. Si deve attendere il momento buono , quando si vanno a posare sulle nudità esposte, lasciate per forza di cose allo scoperto per via del caldo. E allora parte la “Timpulata”, una volta che la sensibilità epidermica ti ha fatto individuare il punto in cui la zanzara s’è posata. La parola timpulata deriva dal latino timpula: in italiano tempia.

La mano parte, verso il punto individuato, e ciaff una bella botta; poi silenzio in attesa dello sperato risultato. E invece si sente un’altra volta il ronzare insistente di quella spudorata. A questo punto subentra la rassegnazione dei vinti che chiedono un armistizio strategico, che verrà pagato col solito  piccolo salasso. Solo allora la zanzara, soddisfatta nei suoi istinti vampireschi, ti lascerà in pace lasciando campo libero alle altre sue  immancabili compagne di merenda.

Le ritroverai dopo qualche ora, accesa la luce e chiusa la finestra, mentre digeriscono il maltolto, beatamente a far la siesta, posate sulle pareti. E’ in questo momento che scatta la vendetta. La zanzara è talmente appesantita che la “Timpulata”, data da un’accorta distanza ha il suo innegabile effetto, la cui visibile traccia rimane indelebilmente impressa sul muro a futuro monito di girare a largo.

Una specie di battaglia come quella delle Midway quando gli aerei americani attaccarono le portaerei giapponesi che avevano gli aerei carichi di bombe, fermi sui ponti.

A questo punto mi direte: che cosa c’entra il titolo e gli ultimi richiami bellici, dato all’inizio, con la storia della zanzara; e poi perché non ti coprivi con un velo come fanno in Africa certi cacciatori;  oppure usavi lo zampirone o il flit  spruzzato con la pompetta. Vi rispondo subito: l’odore di quegli intrugli era insopportabile e poi sembrava che, in quella zona quelle maledette avessero fatto una vaccinazione anti insetticida; e poi c’era una sorta di magia che ad un tratto della notte lasciava per qualche tempo tutto in sospeso compreso l’attacco di quelle vampirette. Ma torniamo, superato il lungo preambolo,  alla nostra storia.

 “La mezzanotte era passata da qualche minuto, e dall’esterno non proveniva alcun rumore; di auto in giro a quell’ora manco a parlarne.


Foce del Torrente Boccetta

 Il Boccetta , lo immaginavo, anch’esso con quel filo d’acqua  silenzioso che scendeva verso il mare sembrava che stesse dormendo illuminato si e no da alcune fioche luci, che più che illuminare  ne accentuavano l’oscura  profondità rivestita di grigi basalti.*

Era a quel punto che alle mie  orecchie tese all’ascolto arrivava il primo “ciao” dato da una voce maschile, molto vicina: doveva provenire da qualche isolato un po’ più sotto di casa mia. Era già da qualche anno che due giovani fidanzati ripetevano il sonoro distacco.

Gli rispondeva una voce femminile che aveva una potenza sonora che superava di poco la soglia dell’udibile.  Penso che s’erano lasciati sotto il portone, poi lei era salita al piano superiore e si era affacciata al balcone  spegnendo le luci per non fare entrare le zanzare. Il ciao era così partito soffuso di una tenera delicatezza che aveva il leggerissimo suono dell’ultimo tenero bacio che si erano scambiati.

 Mentalmente mi mettevo a contare i passi del fidanzato

 Il secondo ciao partiva all’altezza di casa mia ( isolato 354, prima del Buon Pastore) e la voce dell’uomo aveva aumentato leggermente la sua potenza, per i tecnici siamo sull’ordine dei 50 db. Anche la voce femminile di risposta aveva aumentato l’intensità e alle mie orecchie era giunta chiara e decisa come se contenesse una specie di velata supplica a un ripensamento per un improvviso dietrofront dell’amato.

 Ma no quello continuava il suo cammino imperterrito, tanto che giunto all’altezza del ponte fra via dei Pericolanti e via Gagini lanciava il suo terzo ciao che mi giungeva all’orecchio leggermente smorzato ma sempre perfettamente udibile.

 Il ciao della ragazza a questo punto, per forza di cose, era aumentato d’intensità anche se da un esame del tono, o forse era una mia impressione, s’intuiva una certa  pacata rassegnazione.

  A questo punto c’era da contare i passi del ragazzo, che giunto a metà strada fra i due ponti lanciava il quarto ciao che arrivava sempre più affievolito alle mie orecchie; nondimeno la ragazza valutando la distanza calibrava il suo ciao in maniera perfetta conferendogli una nota di nostalgica malinconia.

Arrivato all’altezza della Fontana Arena, sicuramente l’innamorato per farsi sentire meglio si sarà piazzato sul ponte e avrà calibrato il suo ciao ad una potenza tale, da raggiungere l’amata; e se quella gli avrebbe risposto avrebbe avuto la conferma che il vento  che tirava dal mare non avrebbe ostacolato la sua voce. Il ciao della ragazza veniva portato  invece sulle ali della brezza marina e, giusto per colorire un po’, era pieno di profonda tristezza, forse condito da qualche improvvisa lacrimuccia.


Sulla destra l'Istituto Cappellini

 Lasciando stare il ciao dato a mezza via, l’ultimo e conclusivo ciao veniva dato dal ragazzo all’altezza del Cappellini, sicuramente portando le mani alla bocca a guisa di megafono, data la distanza considerevole, quasi settecento metri, e prima di inoltrarsi nella valle che porta alla contrada Scoppo, dove un eventuale ciao avrebbe risvegliato i numerosi cani che albergavano in quella plaga. Comunque deve aver messo un bel po’ di fiato perché quell’ultimo saluto era ancora udibile dalla mia postazione notturna; un tecnico lo avrebbe valutato sugli 80db. 

 Non meno potente fu il  ciao della ragazza , tanto che sicuramente avrà ottenuto come effetto immediato  qualche appropriato urlo da parte di chi non riusciva a prendere sonno. La potenza messa a tutto fiato nella voce non era  solo un saluto ma una specie di invocazione affinché la notte, ormai sopraggiunta da tempo, svanisse presto, e il sole del mattino riportasse fra le sue mani il volto  del tanto amato.

 Non che il tono della voce fosse sempre lo stesso anzi a volte , si vede che c’era stato qualche diverbio, assumeva una freddezza a dir poco glaciale, ma per dirla come Domenico Modugno:  “La lontananza sai è come il vento,  spegne i fuochi piccoli  ma accende quelli grandi”, sicchè già all’altezza del  secondo ponte si poteva notare nelle due voci una innegabile variazione di tono che faceva intuire  che c’era stata la completa riappacificazione  a distanza dei due innamorati.


Focaccia messinese

 Una notte avevamo fatto molto tardi, eravamo andati in Fiera, e ancora sentivo l’inconfondibile profumo della focaccia  alla messinese provenire dalle mani e da qualche macchia sparpagliata nel vestito. Durante il cammino quasi all’altezza dell’inizio del nostro isolato sentimmo l’ultimo ciao. Ma grande fu la sorpresa nostra vedendo che dalla vallata dello Scoppo proveniva una luce intermittente che sillabava la parola ciao, lo stessa luce, più potente per la vicinanza, si illuminò alle nostre spalle:  e questo avvenne per un paio di volte. Era un escamotage : avevano sostituito la voce con i lampi di luce; e il fidanzato si era posizionato in un punto strategico, studiato sicuramente precedentemente alla luce del giorno, che in linea d’aria poteva vedere il balcone della amata.  Quando  si dice  che l’amore non trova ostacoli di nessun genere e si manifesta anche nelle forme più impensate. Dall’amore sonoro all’amore luminoso”.

Qual’ era la magia voi mi chiederete? E’ che durante quello scambio colloquiale fatto a distanza crescente, non certo con le lampadine tascabili, le zanzare per una sorta di intrinseca ammirazione cessavano momentaneamente i loro  proditorii attacchi e si godevano quello scambio di voci nella  calda notte estiva messinese.

Oggi il torrente Boccetta è diventato il Viale Boccetta ed è percorso  su e giù , giorno e notte da auto e  rumorosi tir e  i fidanzati si scambiano  in continuazione   con i loro  tecnologici telefonini degli aridi Sms.


La contrada Scoppo

 * Una volta andammo a scoprire quali fossero le sorgenti del Boccetta. Ci inoltrammo nella contrada Scoppo e alla fine trovammo una fontanella che allegramente irrorava un rigagnolo che poi diventava il Boccetta, che  da rigagnolo diventava fiume durante gli immancabili e copiosi temporali che da sempre hanno deliziato la città di Messina. A ripagare la nostra parziale delusione, fu la scoperta di un costone lato sud nella cui base si trovava  un affioramento di ottima argilla grigia, che poi ci servì per modellare pastorelli natalizi e teste di pupi.

 

Italo Rappazzo


 

AMAZON

copyright 2011 messinaierieoggi - Testi e fotografie di Pippo Lombardo
grafica sito web by mindtheSign

Utilizziamo i cookie per migliorare la navigazione sul nostro sito web. Continuando a navigare su questo sito web o cliccando su ACCETTO, acconsenti all'uso dei cookie. - Cookie Policy.

Accetto l'utilizzo dei cookies su questo sito.