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Quando Ulisse venne a Messina
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In una riedizione del 1981 della libreria Bonazinga  di una “Guida di Messina e dintorni”, edita nel 1902, che descrive la città storica ed artistica prima del terremoto, mi è venuta sott’occhio una frase che mi ha colpito: la descrizione del Teatro Vittorio Emanuele, che veniva completata da: “ Di fronte al Teatro Vittorio Emanuele è la casa Vitali, dove nel 1881 alloggiarono Umberto I, Margherita ed il Principe di Napoli, e nel 1882 il generale Giuseppe Garibaldi.


La targa con l'epigrafe di Gioacchino Chirigò che ricorda la fonte del Pozzo Leone, 
mai ricollocata, oggi risposta nel piazzale del Museo Regionale di Messina.

Una lapide in marmo e bronzo, fattura di Giuseppe Gangeri, segna il primo ricordo, con epigrafe di Gioacchino Chinigò.” E fin qui nulla di utile per la nostra piccola indagine ; ma poi: “ All’angolo sud di questo palazzo è il fonte detto di Pozzo- leone, famoso un dì per la purezza e la freschezza delle sue acque, ma oggi chiuso per essersi con l’andar del tempo inquinate”. L’acqua di cui si alimentava questa fonte della quale alcuni resti marmorei si trovano al Museo regionale di Messina, attualmente dovrebbe scorrere probabilmente nel sottosuolo  dell’isolato 347 sul prolungamento della via Pozzo del Leone, per poi finire nel  porto. Un’ analisi della salinità su campioni prelevati lungo il molo forse ne potrebbe individuare l’uscita. Fra l’altro il libro riferisce come anticamente nella città di Messina ci fossero parecchi pozzi che vennero chiusi dopo l’epidemia di colera del 1887, e che la città venne rifornita del prezioso liquido  con l’acquedotto detto della Santissima.

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Le acque del Pozzo Leone sgorgano ancora.
Nel filmato le acque attraverso le grate
della banchina dell'INPS dirimpetto il Teatro V. Emanuele

Il Pozzo – leone era una fontana il cui nome  traeva origine  dal papa messinese  Leone II (682-683), che da quelle parti aveva abitazione; ed è citata dal Bonfiglio e dal Gallo per l’abbondanza e la bontà delle sue acque provenienti da una falda sottostante. Il Bonfiglio nel 1606 ce la descrive come quattro getti (!) d’acqua uscenti dalla bocca di quattro teste leonine.

Molto probabilmente il terremoto e i rimaneggiamenti edilizi  conseguenti ne avranno deviato il corso; la città di Messina è stata ricostruita sopra le macerie dei terremoti del 1783 e del 1908. Comunque esiste certamente   in profondità, ad una certa quota, una falda d’acqua di buona qualità, che  forse potrebbe essere sfruttata per uso potabile nelle ricorrenti emergenze, sempre che gli scarichi fognari cittadini abbiano preso un’altra strada.

E  allora come non collegare il ricordo di questa fonte, ormai cancellata nella memoria dei messinesi dalle tragiche vicende del 1908, a un’altra storia , quella del mitico eroe protagonista dell’Odissea e della sua permanenza a Messina, che salta fuori rileggendo il canto XII del poema omerico; opera nata , almeno così dicono gli storici, nell ’undicesimo secolo a.C. quando venne distrutta da parte degli Achei la città di Troia,  molto prima della colonizzazione greca della Sicilia, e tramandata oralmente dagli aedi e rapsodi che allietavano le mense degli antichi greci.

Il mito e la leggenda a quel tempo erano il riflesso di fatti storici realmente accaduti, come pure le cognizioni geografiche, a cui i poemi omerici fanno riferimento, si agganciavano spesso a località effettivamente esistenti o a luoghi dove fenomeni naturali venivano interpretati ricorrendo all’ affollato pantheon religioso dei nostri progenitori.

Sicuramente la leggenda dei mostri di Scilla e Cariddi sono una interpretazione mitica delle correnti dello stretto di Messina, l’antica Zancle, e dei vortici da esse generati, come pure l’immagine dell’isola del Sole, la Trinacria, hanno un riferimento preciso a quella che è  la feracità della nostra terra e alla presenza di numerose mandrie così come ricorda Santi Correnti.

Del resto che le acque dello Stretto venissero percorse da  vele micenee fin dal XV sec. a. C. e successivamente fenice,  che praticavano commerci in tutto il Mediterraneo occidentale, è un fatto storicamente ed archeologicamente  assodato. Sicchè la conoscenza delle correnti nello stretto e del porto e della fonte dove poter rifornirsi di acqua potabile era a quel tempo un fatto notorio.

Mancava solo la fantasia poetica dell’estensore dell’Odissea che legasse quei luoghi alle avventurose vicende dell’eroe greco, nel suo pluriennale viaggio di ritorno in patria.

Ma mentre la maggior parte delle località  narrate nell’ Odissea trovano una ipotetica e spesso controversa collocazione, la stessa cosa non avviene per la stretto di Messina e per il suo porto che vengono descritti con  precisione e per la forma del porto e per la presenza della fonte dalla quale sgorgava dell’acqua purissima. Come pure  la descrizione di  numerose mandrie di bovini dalla fronte lunata e di ovini pascolanti nella zona, nell’opera citati come appartenenti al dio Sole,  ci indica circa la presenza di indigeni, probabilmente siculi, dediti alla pastorizia con i quali, forse, gli antichi navigatori avevano avuto  qualche volta   contatti non proprio amichevoli e dai quali era bene stare alla larga.

Il canto che descrive quanto detto è il XII dell’Odissea, versi 390 e segg.

L’episodio

Non sto qui a rivangare a lungo le note vicende che travagliarono il viaggio del nostro eroe  nel tentativo di raggiungere assieme ai suoi compagni  l’agognata isola di Itaca dopo aver contribuito in maniera determinante alla distruzione della città di Troia.

E’ bene comunque tracciare  sinteticamente il viaggio fino all’ arrivo nelle acque dello stretto: I Lotofagi, il ciclope Polifemo, Eolo, i Lestrigoni, Circe e l’Ade, le Sirene ; i cui episodi si svolgono in località  di incerta ubicazione.

Vale la pena rileggere alcuni passi del libro XII dell’Odissea  per capire che se esiste una località ben definita è quella descritta dall’autore, condita dell’immancabile mito, dello Stretto e del porto di Messina.

Il primo avvertimento dei pericoli ai quali sarebbe andato  incontro in quelle zone , Ulisse lo deve alla maga Circe presso la quale aveva trovato ospitalità. C’è inizialmente nelle parole di questa signora un ritratto del mostro che alberga  in una caverna sotto la nota balza calabrese. Esso è dotato di sei fameliche bocche che non perdono occasione per trangugiare tutto ciò che viene loro a tiro. Segue successivamente la descrizione di Cariddi. Leggiamo  i versi nella traduzione del Pindemonte.

  • Grande verdeggia in questo, e d’ampie foglie
  • Selvaggio fico; e alle sue falde assorbe
  • La temuta Cariddi il negro mare.
  • re fiate lo rigetta, e tre nel giorno
  • L’assorbe orribilmente. Or  tu a Cariddi
  • Non t’accostar mentre il mar nero inghiotte
  • …. A Scilla tienti vicino.

Da notare che la pianta di fico, che nell’antichità era cara alla dea Atena, e questa dea proteggeva Ulisse, appresso sarà utile al nostro eroe  per sfuggire alla sottostante Cariddi . C’è qui una traslazione mitica opportunamente amplificata delle correnti dello stretto di Messina  viste come effetto di un vorace mostro che assorbe e rigetta l’acqua marina con  i resti delle incaute navi che imprudentemente sono entrate nel suo raggio d’azione. Non levando nulla alla suggestiva narrazione  del fenomeno fatta da Omero dobbiamo dire che l’alternanza delle correnti è ben diverso da quello testé descritto.

Passando  vicino Scilla Ulisse sacrificherà sei dei suoi compagni salvando il resto dell’equipaggio e la nave che avrebbe perduto  accostando dal lato di Cariddi verso la costa siciliana.

E ancora nella profezia della maga Circe una volta superate Scilla e Cariddi:

  • Allora incontro  ti verranno le belle
  • Spiagge della Trinacria isola, dove
  • Pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.

Breve considerazione: La Trinacria, il Sole, le belle spiagge , l’ubertosità dei luoghi: sembra proprio che il brano sia tratto da un depliant dell’Ente turismo. Questa fama che in quel tempo aveva l’isola invogliò i popoli dell’antichità a trasferirsi dalle nostre parti, fondando colonie, a fare depredanti scorrerie, oppure a soggiogarla inglobandola nei loro stati, repubbliche o imperi che fossero.

La maga ammonisce Ulisse a non molestare gli armenti del dio Sole; due ninfe Lampezia e Faetusa - due nomi  apotropaici  atti ad allontanare i malintenzionati -  sono di guardia  e se questo dovesse accadere:

Sterminio a te predico,e al legno e a’ i tuoi.

La narrazione adesso è di Ulisse.

Lasciata l’isola  di Circe e superato il canto delle Sirene ammaliatrici, Ulisse e i suoi arrivano in vista di Scilla e Cariddi. La nave comincia ad entrare nello stretto, e mentre i naviganti sono come ammaliati dalla vista di Cariddi che dà spettacolo come predetto, Scilla con i suoi lunghissimi colli riesce  a sottrarre dalla nave sei membri dell’equipaggio, e li fa sparire nelle sue “ disoneste”  bocche dotate di un triplice giro di denti.

Quindi finalmente:

Scilla e Cariddi  oltrepassate, in faccia

La feconda ci apparve isola amena.

A questo punto Ulisse vuole andare oltre, memore delle profezie nefaste che avrebbero colpito la nave e l’equipaggio se avessero molestato anche una sola giovenca del dio Sole; ma l’equipaggio alla testa dei quali è Euriloco, si ribella. Sopraggiungendo la notte vogliono fermarsi per ripartire il giorno dopo, non senza consumare una lauta cena. La costa messinese li attira irresistibilmente. Ulisse cede: li fa prima giurare di non toccare alcune alcuna giovenca né alcuna pecorella.

La nave entra così nel porto, che gli antichi credevano fosse nient’altro che la falce del dio Saturno. Nella traduzione di un autore inglese  questo viene descritto come  “ Half-moon” mezza luna, fotografando con precisione la zona falcata del porto di Messina. Anche il Romagnoli nella sua traduzione parla di concavo porto:

  • E poi ch’ebbero  il giuro prestato,ch’io l’ebbi raccolto
  • Dentro il concavo porto spingemmo la rapida nave,
  • presso ad un’acqua che dolce sgorgava; e discesi i compagni
  • giù dalla nave con tutto lo zelo imbandiron la cena.
  • Poscia quand’ebbero spenta la brama del cibo,
  • si ricordarono allora, gemeron sui cari compagni
  • cui trangugiati aveva ,dal legno strappandoli, Scilla;
  • e sovra lor calò mentre piangevano il sonno.

Immaginiamo  adesso d‘essere sul molo del porto di Messina, alle spalle  abbiamo il Jolly Hotel. Immaginiamo che non ci siano più i palazzi ; esiste innanzi a noi una spiaggia alle nostre spalle una fonte con acqua purissima che gorgoglia allegramente. Ad un certo punto si vede avanzare una nave, vela al vento, mossa rapidamente anche dai rematori,si ferma dinnanzi a noi; e dalla quale discendono con un sol balzo dei marinai che parlano una lingua strana. Fra tutti si distingue una figura che dà degli ordini,  sembra il capo. Con delle funi la nave viene ancorata alla riva. I marinai sitibondi si precipitano alla fonte dove bevono avidamente, e quindi portano dalla nave vivande e libagioni . Viene acceso anche un fuoco. Si apparecchia la cena si beve vino spillato da capaci otri, infine la conversazione cade naturalmente sulle recenti peripezie, sullo scampato pericolo che si intravede ormai lontano. Quando ormai sono paghi di quanto mangiato allora si fa pungente il ricordo dei compagni perduti, e quei rudi  marinai guerrieri, una quarantina, non possono trattenere le lacrime. Ma la stanchezza è troppa, e il sonno  ristoratore li vince. Dormono attorno ai fuochi che vanno lentamente esaurendosi.

Sul far  dell’alba un vento fortissimo li desta - signori siamo a Zancle e in questa città, diranno i posteri, il vento non manca mai assieme ad altre due cose - tanto che Ulisse, temendo che la nave  possa essere  trascinata chissà dove, ordina  ai suoi  di portarla sulla terraferma, e ricoverarla in un posto riparato.

  • Tirammo a terra il legno, e in cavo speco
  • De’ seggi ornato delle Ninfe, ch’ivi
  • I lor balli tessean, l’introducemmo.

Questa la traduzione del Pindemonte , anche il Romagnoli parla di concavo speco, altri autori introducono la parola recesso, altri riparo. A questo punto, a meno che non si facciano delle ipotesi, provo qualche difficoltà ad immaginare una caverna dalle parti dell’attuale teatro Vittorio Emanuele. Che abbiano  tirata su la nave nell’alveo del torrente Boccetta? Oppure si può pensare che l’attuale propaggine della Rocca Guelfonia anticamente fosse molto avanzata verso il porto mostrando grotte ed anfratti? Oppure, ed è l’ipotesi più verosimile, il buon Omero si è letteralmente inventata la presenza di questo cavo speco:  una sorta di  discoteca-dancing ante litteram luogo di ritrovo delle ninfe e dei loro immancabili corteggiatori:  satiri,divinità e quant’altro.

Resta comunque  incontrastata la veridicità dell’esistenza delle correnti dello stretto, del porto e della fonte, che sicuramente al tempo degli antichi navigatori,  che solcavano le acque del Mediterraneo , erano ampiamente conosciuti.

Ma ritorniamo al nostro Ulisse col suo equipaggio ansioso di veleggiare verso Itaca. Per un intero mese, così ci racconta Omero sono costretti a soggiornare  a Messina in quanto la direzione del vento è contraria al senso di navigazione verso la Grecia.

  • Per un intero mese Austro giammai
  • Di spirar non restava, e poscia fiato
  • Non sorgea mai,che di Levante , o d’Austro.

L’Austro è un vento  che spira da sud ed il levante da est. Il navigar di bolina era sconosciuto agli Achei (Greci),  né era possibile remare se non per brevi tratti. Le barche in genere contavano cinquanta rematori, e avevano la vela quadra. Secondo me si trattava del vento di Scirocco  che soffia da sud-est con particolare veemenza, e non dell’Austro. Altra piccola imprecisione.

Dopo poco tempo le riserve di cibo si esauriscono, non esistendo al  quel tempo un efficiente apparato d’accoglienza, sarebbe arrivato alcuni millenni dopo, gli Achei  loro malgrado sono costretti a girovagare:

  • Per l’isola d’augelli ,e pesci in traccia
  • Con archi ed ami, o di qual’altra preda
  • Lor venisse alle man.

Ma la fame è troppo forte, sicché approfittando dell’assenza momentanea d’Ulisse, che è andato a schiacciare un pisolino, assaltano alcune giovenche, le fanno a pezzi, e le arrostiscono cibandosene allegramente.

Ad Ulisse arriva l’odoroso vento di quell’arrosto, al che se la prende con i numi che l’avevano fatto addormentare.

La ninfa Lampezia, accortasi del   maltolto, accorre lamentandosi dal padre Sole che minaccia pesanti rappresaglie se i sacrileghi non avessero pagato il fio delle lor colpe. Immediata la promessa di Zeus  di colpire il lor naviglio con un fulmine e di “affocarlo nel negro mare”. A quei tempi non si scherzava.

Intanto , pur subendo le rampogne di Ulisse, per altri sei giorni  quelle facce toste continuarono a mangiare gli avanzi delle giovenche uccise.

Finalmente all’alba del trentaseesimo giorno (!) di permanenza a Messina  finisce il turbinoso vento, e il naviglio riparte; ma non appena l’isola di Trinacria è già di vista uscita,  si scatena una tempesta e lo stridulo Ponente e il fulmine scagliato da Zeus,  distruggono la nave facendo annegare tutto l’equipaggio.

Solo Ulisse riesce a rabberciare alcuni pezzi di legno, e su di questi seduto,essendosi levato il vento  d’Austro ( Scirocco), viene nuovamente sospinto nello stretto di Messina verso la vorace Cariddi.

  • Che nojandomi * forte, in ver Cariddi (*Spingendomi)
  • Ricondur mi volea. L’intera notte
  • Scorsi fra i flutti; e col novello sole
  • Tra la grotta di Scilla e la corrente
  • Mi ritrovai della fatal vorago,
  • Che in quel punto inghiottia le salse spume.

Fortunatamente sovra Cariddi c’è il fico ai cui rami riesce ad aggrapparsi. I rottami di legno, che avevano trasportato il nostro eroe vengono rigettati in mare dal mostro che li aveva trovati indigesti; e a questi egli si aggrappa  dopo un balzo, e dopo aver scansato Scilla si ritrova fuori dallo stretto;   Non si capisce bene quale direzione abbia preso;  e dopo dieci notti di  precaria navigazione si ritrova  sulla spiaggia dell’isola di Ogigia dimora della bellissima ninfa Calipso  dove si tratterrà per sette anni.

  • Che raccoglieami amica,e in molte guise
  • Mi confortava.
  • (N.d.R. A buon intenditor poche parole)

Finisce a questo punto la travagliata avventura del nostro eroe sulle sponde e sulle acque messinesi.

Conclusione.

Nel 1547 Il Senato messinese, sotto gli auspici del re di Spagna, commissionò al Montorsoli, autore in precedenza della deliziosa fontana d’Orione, che possiamo ammirare in piazza Duomo, la fontana di Nettuno che attualmente sovrasta le  domate Scilla e Cariddi, e che è sita In piazza dell’Unità d’Italia. Il gruppo marmoreo di fattura michelangiolesca  celebra la vocazione marinara della città di Messina  rievocandone i miti a cui essa è legata; sembra che l’ispiratore della stessa fosse stato Francesco Maurolico.

Molto probabilmente questa fontana, allocata anticamente sul molo, attingeva acqua dalla stessa falda che alimentava il Pozzo- leone. Una stampa settecentesca di Saint- Non,  mette in evidenza l’abbondanza dei getti.

Queste opere sono la testimonianza di quella che era la condizione felice della città nei secoli  passati dove artisti ed architetti  anche stranieri venivano di buon grado a prestare la loro opera.

Sarebbe lungo elencare le stesse in questa sede, ma  a me sembra opportuno sottolineare le condizioni economiche estremamente favorevoli e lo spirito carico d’amore dei cittadini e dei governati del tempo che non perdevano occasione per rendere la città sempre più bella, opponendola orgogliosamente alla città di Palermo, che  non scherzava in fatto di bellezze architettoniche ed artistiche.

Le due fontane sopracitate sono la testimonianza di quanto suesposto e sono sicuro che se a quel tempo i nostri antenati avessero conosciuto a fondo le vicende dell’eroe omerico non avrebbero esitato un istante a dedicargli un gruppo marmoreo  rappresentante  Ulisse con tutto l’equipaggio mentre spegnevano l’arsura della  loro sete con la freschissima acqua, successivamente meglio identificata come Pozzo del Leone.

Oggi, in attesa di più degne soluzioni,  l’episodio  potrebbe essere  ricordato da una targhetta messa nello spiazzo fra il Jolly Hotel e l’isolato 347; o meglio dalla ricostruzione in zona del  Pozzo del Leone, i cui pezzi si trovano al Museo, accompagnata da una marmorea didascalia  narrante i fatti di omerica memoria.

Italo Rappazzo


 

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