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Una nuova interpretazione della sicilianità di alcuni luoghi dell'Odissea
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di Italo Rappazzo

Premessa: il quadro storico dell'elaborazione del mito.

Pensiamo all'Odissea come ad un'opera viva che nel corso dei secoli ha subito tutta una serie di variazioni e aggiunte prima di arrivare a quella che è la forma definitiva così come la conosciamo ai giorni nostri.

Dal 1600 a.C. in Grecia si sviluppa la cosiddetta civiltà micenea che durerà fino all'invasione dei Dori avvenuta nel 1100 a.C. È di questo periodo la nascita della traccia delle grandi storie quali gli Argonauti, l'Iliade, l'l'Odissea, nelle quali il mito si fonde con vicende storiche realmente accadute e dove le cognizioni geografiche acquisite dai viaggiatori del tempo, soprattutto mercanti, diventano teatro delle stesse vicende. In particolare ci vogliamo soffermare sull'Odissea e mettere in evidenza se nei versi dell'opera si riesca a trovare un qualche nesso logico che ci possa ricondurre a luoghi effettivamente esistenti nella nostra isola.

Indagini archeologiche hanno portato alla luce, sopratutto nella Sicilia orientale, una quantità di reperti    di origine micenea, a dimostrazione che anticamente erano in atto degli scambi commerciali fra la Grecia degli Achei e la Trinacria dei Sicani o dei Siculi le cui necropoli preelleniche sono state ritrovate proprio in quella zona.

L'invasione dorica cancellò la società micenea, la cui struttura delle grandi monarchie si ritrova nei poemi sopradetti, ma ereditò da questa il patrimonio di miti e di eroi e di luoghi più o meno fantasiosi e spesso collocati in zone diametralmente opposte.

Ad esempio l'isola di Eèa con la maga Circe hanno, anche nel viaggio di Giasone negli Argonauti, una collocazione nell'estremo oriente del mondo conosciuto dai Greci, mentre Eolo lo si ritrova nell'estremo occidente; ma dopo si legge che Giasone e i suoi incontrano la maga Circe e le sirene nel mare d'Ausonia (il mar Tirreno), prima di passare per Scilla e Cariddi e dall'Isola del Sole, dove non mangeranno i vitelli sacri del dio Sole.  Quindi l'arrivo nella terra del re Alcinoo e della regina Arete.

Derivano dalla saga degli Argonauti le avventure di Odisseo e compagni, con l'ampliamento dell'avventura nella terra dei Lestrigoni, con il passaggio vicino all'isola delle sirene, l'avventuroso attraversamento nello stretto di Messina con tanto di Scilla e Cariddi e lo sbarco nell'isola di Trinacria.

Il nucleo delle vicende degli Argonauti risale al XIII secolo a.C. secondo gli studiosi moderni e prima della guerra di Troia.

Le Argonautiche è un poema che venne scritto da Apollonio Rodio in un periodo fra la scrittura dei poemi omerici e l'Eneide di Virgilio. L'Iliade e l'Odissea vennero scritte nel sesto sec. a.C. Fu il tiranno Pisistrato a volerne la trascrizione, adattando la tradizione recitata verbalmente a quelle che erano le cognizioni acquisite a quel tempo, partendo da un originale trasmesso oralmente dell’ottavo sec. a.C. che continuerà ad essere trasmesso oralmente fino al III sec a.C. L'opera venne attribuita ad Omero vissuto nel IX sec a.C.

Dobbiamo concludere che c'è un periodo nel quale nascono le vicende in esame, che poi vengono trasmesse oralmente e poi c'è la successiva trascrizione delle stesse.  Prendiamo ad esempio l'Eneide di Virgilio che narra la fuga di Enea dalla città di Troia, distrutta dagli Achei e il suo viaggio verso la penisola italiana, tutto sommato coeva al viaggio di Odisseo, scritta sul finire del primo secolo a.C.

Il viaggio di Giasone con gli Argonauti è precedente come effettuazione, tanto che a far parte del suo equipaggio ci sono fra gli altri Laerte, padre di Ulisse e Peleo padre di Achille, eroi delle vicende omeriche.

Riassumendo la civiltà micenea con la sua organizzazione fatta da città stato con struttura monarchica, le sue guerre con i suoi protagonisti sono il nucleo iniziale dal quale partono i grandi poemi che si uniformano nel tempo al mito.

Nell'ottavo secolo Omero o altri unificano le grandi storie dell’Iliade e dell'Odissea che vengono trasmesse oralmente da cantori aedi.

Nell'ottavo secolo c'è l’emigrazione e la formazione delle colonie della Magna Grecia avvenuta o con l'integrazione o con la guerra verso le popolazioni locali. Ad esempio i Corinzi arrivano a Siracusa, i Messeni a Zancle.

Migliorano le conoscenze dei luoghi che vengono adattati ai poemi trasmessi sempre oralmente.

La trasmissione in forma orale durerà fino al terzo secolo a.C.

 

I luoghi siciliani

In queste mie brevi considerazioni vedremo se esiste una qualche possibilità che luoghi citati nell'Odissea siano delle località siciliane. Molti commentatori del poema si sono sbizzarriti con argomentazioni abbastanza valide per collocare i citati luoghi nel bacino del Mediterraneo, altri hanno relegato nel mito o nella tradizione religiosa del tempo quei luoghi di difficile collocazione.

In effetti esiste una possibilità che alcuni luoghi citati nel poema siano effettivamente esistiti e che esistano ancora. Una attenta lettura del poema ne potrà rivelare l'esistenza, del resto il posizionamento degli stessi era noto agli antichi estensori dei poemi in quanto veniva tramandato dai commercianti navigatori che a quei tempi percorrevano le rotte mediterranee.

Il primo luogo dove non ci possono essere dubbi è lo stretto di Messina.

Già nell'impresa degli Argonauti, Giasone navigando nel mar Tirreno, dopo aver visitato la maga Circe e costeggiata l'isola delle sirene, passa da Scilla e Cariddi, dall'isola del Sole non toccando i vitelli arriva prima in Libia e poi nella terra dei Feaci.

Nel canto XII dell'Odissea Ulisse dopo gli ammonimenti della maga Circe e dopo essere passato dall'isola delle sirene legato all'albero della nave viene sciolto.

In alcuni versi è racchiuso il passaggio da Stromboli ove si vede del fumo e si sentono dei rombi che atterriscono i naviganti. Seguendo il consiglio della maga non viene presa la rotta verso le "Rupi erranti", le isole Lipari sede di numerosi naufragi, bensì verso lo stretto di Messina. Ulisse con i suoi arriva in vista della sua imboccatura caratterizzata da due scogli, uno altissimo Scilla e l'altro Cariddi una ouverture poco rassicurante che sottolinea la pericolosità di quanto avrebbero trovato appresso.

Sicuramente la fama del luogo sarà nata dai racconti dei naviganti del tempo che con le loro fragili imbarcazioni si avventuravano nelle acque dello stretto, magari incappando in qualche tempesta di rara violenza o negli immancabili gorghi dovuti al contrasto fra le correnti.

Fatto sta'che è gioco forza mettere tutta l'energia possibile nella remata accostando la nave alla rupe dove sta acquattata Scilla in modo da non finire nei gorghi della dirimpettaia Cariddi.

Scilla è un mostro che afferra tutto quello che c'è di edibile quando gli viene a tiro.  Sicuramente è la personificazione anzi la "mostrificazione" dei tanti naufragi con perdita di vite umane di navi e barche che si erano schiantati sotto la furia delle tempeste contro le rocce della attuale balza calabra.

Lo spettacolo che offre Cariddi è terrificante ed attira l'attenzione dell'equipaggio, tanto che Scilla con rapida mossa riesce ad afferrare sei compagni di Ulisse e li divora in un battibaleno.

Se la barca si fosse accostata alla costa siciliana Cariddi avrebbe ingoiato l'intera imbarcazione.

Non appena i due mostri sono alle loro spalle appare ai nostri eroi l'isola meravigliosa del dio Sole.

Si deduce che il sole va calando dietro la catena dei Peloritani dando spettacolo di luce, mentre dalla vicina costa giungono i muggiti e i belati delle innumerevoli mandrie e greggi immortali chiuse nei loro recinti in attesa della mungitura che le due ninfe custodi si apprestano a fare.

Ulisse memore delle parole ammonitrici della maga Circe di non dare fastidio a quegli animali vuole andare diritto con la nave.

A questo punto l'equipaggio gli si rivolta contro; in loro c'è troppa stanchezza e poi la notte è soccombente e l'isola che si para loro davanti è troppo invitante, per non fare una breve sosta con una ripartenza il giorno successivo. E poi c'è davanti a loro un porto che sembra con la sua forma arcuata volerli invitare ad effettuare una fermata.

Il porto citato nell'Odissea è sicuramente il porto di Messina, che doveva essere ben conosciuto nell'antichità per la sua forma singolare, quale approdo sicuro per i viandanti del mare di quei tempi.

L'aggettivo greco che lo qualifica, può avere tante traduzioni ove però tutte nella sostanza ne descrivono perfettamente la forma falciforme.

In tutta l'Odissea non esiste un altro porto che venga qualificato così come viene descritto seppur sinteticamente il porto della città dello stretto.

A rendere più aderente la narrazione all’attuale realtà la nave viene ormeggiata vicino ad una sorgente, d'acqua dolce. Nel testo si parla solo d'acqua dolce, non vengono citate fontane o altro. È come se sul terreno vicino alla riva ci fosse una polla d'acqua gorgogliante dovuta alla presenza di una falda artesiana.

Quest'acqua dolce al giorno d'oggi, dopo tanti secoli, ancora esiste e la si può vedere scorrere sotto il grigliato del palazzo dell'INPS di fronte al teatro Vittorio Emanuele di Messina.

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Un tempo quest'acqua alimentava la cosiddetta fonte del Pozzo - Leone, distrutta nel terremoto del 1908 e i cui resti dovrebbero trovarsi al Museo regionale di Messina. Il Mauceri che curò negli anni venti il recupero delle opere marmoree avanzi del terremoto, nel suo libro "Messina nel settecento" ci indica che la fonte si trovava al museo.

Una immagine della fonte con le quattro teste leonine ce l'ha tramandata l'Houel, pittore francese vissuto nel settecento. Uno dei più famosi viaggiatori del Gran Tour transitante per Messina. Nell'incisione si vede una vasca con scene rappresentanti il trasporto e la pigiatura dell'uva. Sicuramente un riadattamento di un sarcofago romano che spero si trovi ancora a Messina.

Il giorno successivo un forte vento, sicuramente di scirocco, impedisce alla nave di prendere il mare; tanto che i marinai sono costretti a trascinare la nave in un posto riparato; altre traduzioni parlano di caverna. Versione poco credibile in quanto non è cosa agevole introdurre una nave dentro un siffatto luogo, di difficile collocazione.

Penso che la traduzione " posto riparato" sia più aderente alla realtà. Del resto pensare che la nave sia stata trascinata per un tratto su per l'alveo dell'attuale torrente Boccetta non è cosa illogica.

Seguono le note vicende della permanenza a Messina dell'equipaggio che preso dai morsi della fame dopo trenta giorni uccide dei vitelli provocando la reazione adirata del re Sole e di Zeus che con un fulmine, dopo la loro partenza, distrugge la nave facendo affogare tutti gli amici di Ulisse. Solo lui si salverà, e recuperati dei legni sputati da Cariddi raggiungerà l'isola di Ogigia della ninfa Calipso.

Il ritorno di Ulisse, dopo una permanenza di sette anni presso la ninfa, avverrà su una zattera da lui costruita fino ad intravedere la terra o l'isola dei Feaci, dall'estremo occidente dove si pensa fosse situata l'isola di Ogigia, spinto da venti favorevoli, con la costellazione delle Pleiadi, di Boote, e dell'Orsa poste di notte sulla sua rotta a sinistra. Siamo d'inverno.  Ecco apparire al diciottesimo giorno apparirgli i monti ombrosi della terra Feacia.

A questo punto i vari critici dell'Odissea si sono scervellati nel capire in quale terra il nostro eroe fosse arrivato.  Alcuni hanno calcolato la congruenza delle distanze percorse, altri si sono affidati alla tradizione letteraria, altri ancora hanno fatto combaciare qualche particolare del testo con qualche particolarità dei luoghi, altri infine sostengono che la terra dei Feaci è una pura invenzione che creando un mito di una società perfetta indicavano ai lettori quale doveva essere la società greca del tempo. Dà loro forza la frase detta da Nausica che definisce la sua terra messa in disparte nel mare dai flutti infiniti e irraggiungibile da parte degli altri mortali.

Penso però che qualche riferimento a qualche località ci dovrà pur'essere

Qualche autore ha sostenuto che la mitica Scheria, così viene chiamata la terra dei Feaci, sia Siracusa.

L'ipotesi mi ha affascinato e l'ho ritenuta degna di un'ampia verifica, confrontando, la storia della città, i luoghi stessi, le distanze, insomma più particolari possibili per affermare che ci troviamo in Sicilia, proprio nella patria di Archimede, successivamente nel poema elevata a irraggiungibile mito. Anche se c'è qualche punto nella narrazione in contrasto con questa tesi è la quantità delle coincidenze che conta.

Cominciamo dal diciottesimo giorno nel quale Odisseo intravede la costa Siciliana.

Con la zattera è passato fra l'isola di Malta e la Sicilia, provenendo da occidente, vicino Gibilterra uso gli attuali nomi geografici per una maggiore comodità del lettore; per arrivare ad Itaca la sua rotta da sud-est deve passare a nord- est. Risalendo il mare Jonio; per un gioco dei venti si avvicina alla costa siracusana e intravede gli ombrosi monti Climiti una la catena montuosa poco distante da quella città.

A questo punto Poseidone gli scatena una tempesta di rara violenza con i quattro venti che gli fracassano la zattera. La tempesta dura due giorni e due notti; aggrappato ad un tronco rischia di finire scaraventato contro gli scogli che caratterizzano la costa per qualche chilometro a nord di Siracusa. Si salva nuotando grazie all'aiuto di Atene e di Ino e al vento Borea che spirando dal nord lo mandano a finire sulla confluenza dei fiumi Anapo e Ciane a sud del porto grande della città.

Con fatica risale sulla riva fra i giunchi, penso proprio che fossero delle piante di papiro, ed infine trova un nascondiglio vicino ad un cespuglio e una pianta di oleastro, c'è freddo siamo in inverno,giunge la notte e a questo punto viene vinto da sonno.

Il giorno successivo, vista la bella giornata dopo il temporale del giorno precedente e spinta da Atena, Nausica figlia di Alcinoo e di Areta, sovrani di Scheria con alcune compagne si reca ai lavatoi posti nella zona del fiume, ad un paio di chilometri dalla città.

Ed è qui che Odisseo viene scoperto dalla ragazza. Ripulito e rivestito segue il ritorno in città delle giovani mantenendosi ad una certa distanza. Dalla lettura si rileva che la città è posta su un'isola con mura, case e templi. Sembra proprio una città micenea.  Se supponiamo che l'isola sia quella di Ortigia, abitata da prima della conquista corinzia, da popolazioni sicule, così come testimoniano le necropoli e i reperti fittili trovati di tipo miceneo, abbiamo una traccia sulla quale i primi cantori dell'Odissea e i successivi estensori in forma scritta della stessa si siano prefigurati la rocca di Scheria. Ma c'è dell'altro.

La descrizione che Nausica fa della sua città è aderente alla realtà siracusana. Essa dice che ai lati della città ci sono due porti. Infatti ai lati dell'isola di Ortigia vi sono i cosiddetti Porto piccolo e il Porto grande. A conferma di ciò nel libro settimo verso 44 si legge che Odisseo guardava i porti. Inoltre parla di una entrata stretta, una striscia di terra o un ponte anticamente collegavano l'isola alla terra ferma.

Appena si entra in Ortigia c'è il tempio dorico d'Apollo, probabilmente anticamente dedicato dai Siculi/ Micenei a Poseidone, e successivamente dai conquistatori corinzi ad Apollo, (V-VI Sec a.C.) simile a quello che era stato costruito a Corinto.

Sul lato nord dell'isola c'è l'antico arsenale, sul mar porto piccolo anch'esso indicato dalla ragazza e i cui resti sono attualmente visibili.

La descrizione comunque ricorda quella che era una polis ionica dell'ottavo secolo.

Inoltre l'accoglienza ad Odisseo è completata dai giochi con la partecipazione dei migliori atleti dell'isola, alle quali lo stesso Ulisse da prova della sua bravura lanciando il disco oltre ogni limite. Molto probabilmente il riferimento è preso dagli estensori dell'Odissea memori della partecipazione degli atleti siracusani alle varie olimpiadi che si tenevano sul suolo Greco.

Un altro piccolo particolare si aggiunge agli altri. Fra gli atleti che partecipano ai giochi c'è un certo Eurialo, definito bello come Ares, il dio della guerra. Per chi non lo sapesse esiste a Siracusa il castello Eurialo la più antica fortificazione greca le cui rovine sono giunte ai giorni nostri.

Alla corte di Alcinoo c'è un " divino cantore" Demòdoco al quale la Musa donò il dolce canto; egli è cieco e accompagna il suo canto col suono della "cetra sonora". Egli canta la caduta di Troia, ed Ulisse sentendolo si commuove. Questa figura ci ricorda Omero e se effettivamente la terra dei Feaci fosse stata Siracusa forse c'è un fondo di verità nell'affermare che la tessitura dei due grandi poemi sia nata in Sicilia.

Valutiamo adesso la distanza percorsa dalla nave che riporta Odisseo in Patria.

Sono circa duecentosettanta miglia quelli che dovevano percorrere i cinquantadue rematori. Il legno era anche dotato di velame, e la descrizione del poema ci sottolinea la bravura dei Feaci in fatto di navigazione. Siamo d'inverno e la durata per arrivare ad Itaca dal far della sera all'alba del giorno successivo in sedici ore circa.

La barca facendo i conti avrà dovuto tenere una velocità di circa diciassette nodi/ora. Per dare un'idea un cacciatorpediniere può tenere una velocità di trentadue nodi/ora, dunque la barca dei Feaci portata da mitici rematori poteva benissimo coprire la distanza fra Siracusa e la Grecia in una nottata.

Al ritorno la nave per dispetto viene tramutata in scoglio da Poseidone. A nord ovest poco distante dall'entrata del Porto piccolo di Siracusa ci sono un gruppo di scogli uno dei quali ricorda seppur vagamente la forma di una nave.

Infine una piccola curiosità. Anticamente Siracusa era chiamata dai Siculi Syraka o Syrakè che vuol dire palude o acqua salata; anagrammando la parola otteniamo Skarya, Scharya oppure Skerya, Scheria. Sarà un caso?

La terra dei Ciclopi

Cerchiamo adesso di capire se esiste una qualche relazione fra le descrizioni che ritroviamo nell'Odissea che possano ricondurre alla terra abitata dai Ciclopi, esseri giganteschi figli di Poseidone con un solo occhio piazzato nel centro della fronte.

Il ritrovamento in Sicilia degli scheletri dell'elefante nano risalenti al paleolitico, genere diffuso in molte isole del Mediterraneo, ha fatto pensare che quei crani appartenessero ad esseri giganteschi.

Ma torniamo al nostro racconto Ulisse e i suoi venendo da Ismera, Terra dei Cimmeri, Passano vicino Citera, un'isola a sud della penisola del Peloponneso. Dopo una travagliata navigazione di nove giorni arrivano il decimo nella terra dei Lotofagi, che si pensa possa essere in Libia o in Tunisia. Fuggono in tempo, prima di perdere la memoria e navigando avanti arrivano nella terra dei Ciclopi. Una navigazione in avanti dalle coste africane porta alla Sicilia. Dove?

A questo punto mettiamo in evidenza la descrizione del luogo d'arrivo che ci dà l'Odissea.

È un luogo dove tutto nasce spontaneamente:

Il popolo che vive in queste zone non ha assemblea, né leggi e vivono sulle eccelse cime dei monti in grotte.

Un'isola piatta davanti il porto si stende, né vicina né lontana.  Questi esseri primitivi non fanno barche, né praticano alcuna genere di commercio; potrebbero sfruttare la loro terra floridissima ma non lo fanno.

La flottiglia di Ulisse, approda nottetempo nell'isola posta di fronte alla terra di Ciclopi, anch'essa ricca di flora e fauna.

Il giorno appresso Ulisse con alcuni suoi compagni lascia l'isola e va in esplorazione della terra che ha dinnanzi. vuole scoprire di che pasta è fatta la gente che la abita.

Troverà la grotta e quindi Polifemo con l'episodio arcinoto che tralascio per brevità.

Quello che mi interessa è l'individuazione del luogo.

Faccio una ipotesi. Sembra proprio che ci troviamo nella Sicilia nord-occidentale nella zona di Trapani.

L'isola nella quale gli Achei giungono è l'Isola Longa che si trova giustappunto a nord della città di Marsala. Di fronte ad essa c'è Mozia e quindi la costa Siciliana.

Verso nord si notano delle montagne nelle quali vi sono parecchi caverne abitate fin dal paleolitico.

Molto vicina allo sbarco dei Greci c'è il monte di Erice, dove c'è una grotta che per tradizione è stata chiamata la grotta di Polifemo. anch'essa dimora fin dall'era paleolitica. Questa zona venne successivamente abitata dalla popolazione degli Elimi che fondarono la città di Erice.

Eolo

E adesso a questo punto ci sarebbe da arzigogolare circa l'ubicazione della dimora di Eolo. Infatti oltre le arcinote isole Lipari, un luogo dove tale divinità poteva tenere la sua corte è Pantelleria, l’antica per i Greci Kossura che significa la piccola, nota altresì come l'isola dei venti, circondata da un" indistruttibile muro di bronzo" (!). Chi conosce quell'isola e ne percorre il perimetro in molti tratti inaccessibile noterà la natura vulcanica delle sue rocce e la mancanza di spiagge sabbiose.  Inoltre lasciata la terra dei Ciclopi che come sopra ipotizzato si doveva trovare nella Sicilia occidentale giungono all'isola Eolia e da qui dopo avere ricevuto dei doni, fra i quali c'è un otre nella quale Eolo costringe degli "urlanti uragani". Con questo carico Ulisse e i suoi fanno rotta verso Itaca.

Se fossero partiti dalle Isole Lipari avrebbero dovuto attraversare lo stretto di Messina per navigare verso la Grecia. Di questo attraversamento non c'è nell'Odissea alcuna traccia. Dunque appare più verosimile che abbiano navigato partendo dall'isola di Pantelleria.

Giunti in vista di Itaca dopo nove giorni di navigazione i compagni di Ulisse pensando che nell'otre ci siano chissà quali tesori, la aprono scatenando i venti furiosi che vi erano racchiusi, tanto da riportare indietro la nave nuovamente nell'isola Eolia.

Eolo rivedendoli li ricaccia in malo modo ed essi, ripreso il mare dopo sei giorni di navigazione giungono nella terra dei Lestrigoni. Probabilmente l'odierna Sardegna.

Sarà da questa terra che i nostri navigatori raggiungeranno l'isola della maga Circe; ed è qui che concludiamo le nostre note riportandoci all'inizio del nostro racconto.

 

I giorni delle giornate di navigazione così come indicato nell'Odissea.

Dall'isola di Citera, a Sud del Peloponneso, alla terra dei Lotofagi: Nove giorni di navigazione spinti da un funesto vento che li spinge verso Sud Ovest. Omero parla di Borea.

Dalla terra dei Lotofagi, Tunisia, alla terra dei Ciclopi: Il tempo non è indicato. Ulisse dice che con la nave navigarono avanti.

Dalla terra dei Ciclopi all'isola di Eolo: Il tempo non è indicato.

Dall'isola di Eolo a Itaca e ritorno: Andata nove giorni con vento di Zefiro: vento che soffia da ponente. Dunque il viaggio è effettuato da est ad ovest.  Al decimo giorno vedono Itaca, ma l'apertura dell'otre scatena i venti che li ricacciano indietro all'Isola di Eolo.

Dall'isola di Eolo, Pantelleria, alla terra dei Lestrigoni: Sei giorni di navigazione, al decimo giorno arrivano alla terra dei Lestrigoni.

Dalla terra dei Lestrigoni all'isola di Circe: Il tempo non è indicato.

Dall'isola di Circe alla terra dei morti: La navigazione dura un giorno. Con la nave che correva sul mare. Sul far della notte arrivano con vento favorevole alla terra dei Cimmeri, ai confini dell'Oceano. Qui è l'Ade.

Dalla terra dei morti all'isola di Circe: Ritorno all'isola di Circe con un bellissimo vento e con forza di remi.

Dall'isola di Circe All'isola delle Sirene. Viaggio seduti con favore di vento. Arrivati all'isola cala il vento e la nave si muoverà a forza di remi.

Dall'isola delle Sirene a Stromboli. Vela (?) e remi.

Da Stromboli allo stretto di Messina. La nave è spinta da vela (?) Nello stretto a forza di remi.

Da Cariddi all'isola di Ogigia: Trascinato dai venti e dalle correnti per nove giorni sui rottami della nave. Arrivo all'isola al decimo giorno. I tempi sono stati ridotti da Omero in quanto è illogico che un naufrago senza acqua nè cibo possa resistere più di 10 giorni. C'è comunque anche l'aiuto dei numi.

Dall'sola di Ogigia alla terra dei Feaci: Diciassette giorni di navigazione su una zattera con albero e vela, con vento favorevole. Al diciottesimo giorno appare la terra.

Dalla terra di Feaci, Siracusa ad Itaca: Tempo impiegato sedici ore con nave dei Feaci con cinquantadue rematori.

Conclusione

Ho in queste mie note dato delle indicazioni, che a me sono sembrate più che plausibili. Altri verranno o sono già venuti con argomentazioni altrettanto valide. Ci troviamo in un campo che si sviluppa in parecchi secoli, e come tale può essere soggetto a infinite ipotesi che partono da un contesto storico che spesso si perde nella notte dei tempi.

Resta comunque la validità dell'opera e dei personaggi che la popolano quale riferimento alle nostre travagliate vicende umane, nonché la prepotente ed eterna visione della nostra bella isola nell’immaginario dell’antico popolo greco che vedeva in essa una terra di conquista ove fondare colonie quale proseguimento vitale della loro amata patria.

Italo Rappazzo


 

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