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La Sacrestia del Duomo di Messina
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La  sacrestia è stata realizzata nel 1933/1934, con pregiati legni, dal cappuccino fra Gregorio da Mascalucia e su disegno del messinese Adolfo Romano. Le stupende tarsie raffigurano le Litanie Lauretane e i quattro Evangelisti. Nell’atrio, sopra la porta d’ingresso, si può ammirare  una Madonna col Bambino di marmo della scuola del  Laurana e, di fronte, una Madonna della Lettera marmorea del 1696.

Nella cappella  si trova un rilievo del 1544 con la Vergine che consegna la Lettera agli ambasciatori della città mentre  nell’ingresso, a sinistra, fa bella mostra un ciborio di marmo con la maestosa figura del Redentore, attribuito ad Antonello Gagini   (sec. XV).

La data del 13 Agosto 1934,giorno dell’inaugurazione della meravigliosa sagrestia di Messina,segnò per il nostro F.Gregorio un trionfo ben meritato,e fu una rivelazione d’arte,poiché gli artisti,gli esteti,i competenti tutti furono unanimi nell’affermare che quel lavoro è il più bello del genere che esista in Italia…
Sua Eccellenza Mons. Paino in quell’occasione onorò il nostro Fra Gregorio d’una medaglia d’oro,e altra simile ne offrì al Prof.Romano,che ne aveva curata la parte ornamentale.

L’Onorevole Buronzo decretò per Fra Gregorio una medaglia d’oro al merito del Lavoro e la medaglia di bronzo agli artigiani,che avevano collaborato all’esecuzione di quella splendida opera d’arte:
Triolo Nazzareno,Mangano Giuseppe, Danecio Salvatore, Arena Giovanni, Marino Giuseppe, Loria Paolo, Mazza Giovanni, Vilardi Antonio e al macchinista Calcanaco.

Per quella monumentale sacrestia occorsero 324 metri di legname,quasi tutto castagno,ma si usò pure l’acero bianco ed il palissandro;per gli sportelli si usò la radice di noce e di patuca, e le tarsie furono fatte con filoni d’argento,legno rosa,patuca e cedro.

Vi si lavorò dal maggio 1930 al maggio 1934.Fra Gregorio ne ideò e ne stese il progetto,modellandolo su la sacrestia del nostro convento di Messina, lavoro solidissimo e massiccio;questo conforme allo stile cappuccino,che egli stesso aveva ideato ed eseguito nel 1916.1919 per incarico del P.Domenico da Troina, Provinciale d’allora.

Nei primi dieci mesi lavorò solo,coordinato da un suo nipote e dal suo affezionato e fedele discepolo Peppino Mangano,educato all’arte sin da fanciulletto da lui.

Quando l’inteleiatura dell’immenso armadio era pronta e curata perfino nei minimi dettagli,richiese l’opera del disegnatore e degli intarsiatori.

Per i disegni ne fu affidato l’incarico al prof. Adolfo Romano,per le tarsie al valente Peppino Mangano;per gli intagli ai Fratelli Danzi;tutti però lavoravano sotto l’occhio vigile di fra Gregorio,anche il buon Prof. Romano correggeva e rifaceva secondo i consigli dell’umile frate; per cui tutto il lavoro riflette il genio del grande artista e di lui solo.

Il Montaggio di quella immensa opera richiese parecchi mesi di lavoro;ci si smarriva in un vero arsenale di pezzi,grandi e piccoli,che stavano in apparenza alla rinfusa. L’umile frate ve li collocò uno per uno,e l’insieme riuscì così preciso,così simmetrico da rendere stupefatti i più valenti maestri nell’arte ebanistica”.

Chi vi assisteva non poteva non ricordarsi di alcune pagine febbrili della vita del Cellini: meritamente perciò fra Gregorio fu fatto segno agli applausi e all’ammirazione di tutti.

Le autorità civili e militari gli espressero le più cordiali felicitazioni;il popolo delirante lo acclamò per aver dato a Messina un geniale capolavoro che porterà lontano negli anni avvenire il nome del buon Frate Gregorio.

Egli continua così la fama dei nostri fratelli laici: Fra Vincenzo da Catania, Fra Bernardino da Mistretta, Fra Mariano Tatì da Francavilla. Di costui conobbe al Noviziato di S.Marco un discepolo, già vecchio:Fra Francesco da Tortorici, il quale fu il primo che intuisce quale grande ebanista sarebbe divenuto il Novizio falegname che cercava di nascondere i suoi talenti.

Ora,settantenne,esausto dall’ultimo grande sforzo di energia cerebrale:sempre esattissimo alla regolare osservanza,di franca e bella pietà,non può fare a meno di affacciarsi di tempo in tempo all’officina ove brillano i suoi strumenti di lavoro,li accarezza con lo sguardo che si anima e sfolgora alla vista di esse…oh, le grandi giornate sonanti di lavoro fra una preghiera e l’altra,le opere di Troina,di Petralia,di Gibilmanna,di Castelbuono,di Messina,di Roccalumera,di Catania e via via… e se siete presenti vi incatena con cento aneddoti ed episodi della sua vita d’artiere: con la sua voce rotta e palpitante d’emozione,ma quasi nella foga v’afferra un braccio con la sua mano ancora forte che sa la durezza del legno…..
Caro e grande ed umile Frate!


 
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