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La famiglia Rappazzo La mia storia in quegli anni di guer...
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C'ero anch'io
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La famiglia Rappazzo

La mia storia in quegli anni di guerra.


Italo Rappazzo

Sono nato nel 1937. E più o meno ho conosciuto il regime fascista. Quando sono nato la mia famiglia ebbe 1000 lire in quanto famiglia numerosa. Ricordo mio padre insegnante, mandare moccoli contro il regime che il sabato lo costringeva alle adunate in orbace.


Figli della lupa

Non sono stato mai figlio della lupa, ma ricordo bene, che quando mi vaccinarono mostrai con sprezzo del pericolo il braccio al pennino e il medico elogiò la mia fierezza. Ricordo d'aver un giorno dal balcone di casa mia "sduvagato" un pitale carico di pensierini notturni su un graduato della milizia che venne a protestare con mia madre.

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Ed io sotto il letto. Ricordo le canzoni di quel periodo che erano molto belle. Poi arrivò la guerra. mio fratello partito a fare il militare. Le lacrime di mia madre, che durante la prima guerra mondiale aveva perso un fratello e un'altro era tornato mutilato.

E poi bombardamenti , ed noi prima sotto il tavolo della cucina e poi nello scantinato. Gli allarmi notturni e il razionamento e i primi malumori contro il regime, e i nostri che si ritiravano dall'Africa, e la campagna senza senso contro la Grecia e in Russia.


Giovanni Rappazzo

Mio padre, messinese, insegnava a Cagliari e in quella città sono nato. Dopo l'insuccesso del film sonoro sul quale aveva riposto tante speranze, aveva vinto un concorso come insegnante a Palermo, e non avendo alcuna referenza con il nascente partito fascista lo avevano spedito con tutta la famiglia in Sardegna.

Era il 1924.Furono anni nel quale cercò invano d'avere un qualche riconoscimento da parte del regime dopo che gli americani lanciarono agli inizi degli anni '30 le prime pellicole sonorizzate, ricalcando il sistema inventato da mio padre; dopo aver apportato quei perfezionamenti, sull'amplificazione e sugli altoparlanti che già nel 1921 aveva in animo di fare e che non aveva attuato per macanza di un efficace sostegno economico.


Il capo del Governo Italiano
annunzia la dichiarazione di guerra.
Documentazione storica della Film Luce

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La guerra dichiarata dall'Italia nel giugno del '40 ci trovava così a Cagliari, con mio fratello Primo diplomato perito elettrotecnico, pronto per il servizio militare, e le mie due sorelle frequentanti l'ultimo anno del liceo scientifico.

Nell'ottobre del 1942, a cinque anni, venni iscritto alla prima elementare. La scuola era in un convento e la mia prima maestra era una suora. Uniforme d'obbligo: grembiulino nero, fiocco azzurro con colletto imamidato. Cartella in fibra di cartone con dentro l'astuccio, con penna e pennino, matita, gomma e tempera-lapis.. Libro sussidiario con le figure di Mussolini e del Re, una pagina si e una pagina no e poi le figurelle con le vocali e le lettere dell'alfabeto accanto. Sul frontespizio la scritta : Libro e moschetto studente perfetto. E i quaderni , con foderino nero ,che avremmo riempito di aste e di numerelli, spesso indecifrabili sgorbietti, oltre alla immancabili macchie d'inchiostro.

In classe , la cattedra sormontata dal Crocefisso con ai lati le figure onnipresenti del Re e di Mussolini messo di profilo con l'elmetto. Le pareti tappezzate dalle carte geografiche della penisola Italiana, politica e fisica e infine l'Africa con le colonie dell'Impero messe in evidenza dal colore verde.

Prima d'iniziare, tutti a recitare la preghiera seguita dall'immancabile frastuono dei sedili pieghevoli che ritornavano nella loro più comoda posizione orizzontale.

Frequentai quella scuola per alcuni mesi, ma poi i bombardamenti fatti con sempre maggiore frequenza,giorno e notte, consigliarono i miei a tenermi con loro fra le mura domestiche, iniziando così un ciclo di lezioni privati tenute dalla mie sorelle con supervisione paterna.

Bombardamenti aerei su Gagliari

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E c'era pure il razionamento dei viveri. In effetti, la guerra d'invasione dell'Etiopia aveva spinto prima d'allora la Società delle Nazioni a un forma d'embargo di molte materie prime. La Germania di Hitler aveva approfittato e aiutandoci aveva portato Mussolini nella sua sfera d'azione.L'entrata in guerra dell'Italia nel giugno del 1940 aveva acuito questo stato di necessità.


La carta annonaria

C'era stata la comparsa delle tessere annonarie che assegnavano ad ogni componente d'ogni famiglia delle quantità mensili di cibarie. Pane pasta, ed altro erano assegnati in quantità limitata; con una qualità e una quantità che nel tempo andò sempre più peggiorando.


La fila per prendere il pane o generi alimentari per la famiglia

A prelevare questi generi di prima necessità si doveva fare la fila alzandosi di buon'ora. Mio padre s'era costruito uno sgabello smontabile che metteva dentro una borsa. Questo sgabello il più delle volte lo cedeva a delle signore in stato interessante o a delle tremanti vecchiette.

Una volta procurò del grasso animale. Lo mescolò con la soda e poi li mise in ebollizione facendo il sapone. Un'altra volta con del latte e del caglio si mise a fare il formaggio. Trovare della farina era una benedizione per preparare una pasta mangiabile. Il caffè, manco a parlarne. I miei sperimentarono la tostatura dei ceci che sostenevano assomigliavano ai chicchi di caffè. I vestiti venivano rivoltati, I rattoppi e le pezze erano all'ordine del giorno. Mentre nelle calze femminili la sfillatura veniva bloccata con del sapone.

Per la befana era mio padre che mi costruiva i giocattoli. Una volta congegnò una nave da guerra che era assiemata con un insieme di molle. Gettando un pesetto in un determinato punto la nave esplodeva in cento pezzi. Il "divertimento" stava nel rimontarla.


Primo Rappazzo

Mio fratello Primo, partì per il servizio militare il 27 febbraio del 1941 accompagnato dalle lacrime di mia madre. Andava a fare il corso allievi ufficiali del genio.

Il 22 giugno del 41 la Germania attaccava l'Unione Sovietica. Furono per i miei giorni tremendi quando si venne a sapere che un corpo di spedizione italiano sarebbe stato inviato in Russia.

Fortunatamente dopo qualche tempo ci scrisse che era stato inviato a Ispica in Sicilia e che era andato a trovare i parenti di Messina.


Le nostre preoccupazioni cominciarono ad aumentare venendo a conoscenza delle piega che stavano prendendo le vicende della guerra in Africa.

Furono gli anni nei quali le cattive notizie erano all'ordine del giorno: Un mio cugino salvatosi in mare per miracolo abbracciato al cadavere di un collega dopo la battaglia di Capo Matapan. Un altro cugino preso prigioniero in Africa e portato chissadove. Un altro parente, che era venuto a trovarci a Cagliari, mi aveva portato un regalino, disperso nelle acque del Mediterraneo con tutto il sommergibile.


E mia madre a pensare a mio fratello, e mio padre a rassicurarla. Fortunatamente a tenerci compagnia c'era la radio con le sue canzoni. Una in particolare piaceva ai miei: "Tornerai" . E mia madre la cantava spesso pensando a mio fratello. A me piaceva Carlo Buti: La romanina cantando... E poi c'era il Trio Lescano. E Beniamino Gigli con : Mamma son tanto felice.E tanti altri. Senza contare Lili Marlen, Camerata Richard, Orticello di guerra e Giarabub.

Vincere, Fischia il sasso, Giovinezza, Roma rivendica l'Impero che avevano un tempo sonorizzato la retorica fascista infiammando gli italiani,a poco a poco non sembravano più aderire alla tragica realtà che ci circondava.

E poi a suonare un'altra musica c'erano purtroppo i bombardieri americani ed inglesi.

Strano, veramente strano ma la cosa che per prima mi ricorda quel triste periodo è l'odore della mia maschera antigas; ma poi mano a mano vien fuori tutto il resto e credetemi non è poco.

E rivedo allora le striscioline di carta attaccate ai vetri delle finestre di casa mia.Dovevano impedirne la rottura causata dallo spostamento d'aria provocato dalle bombe!

Il primo rifugio antiaereo fatto con tavolini e coperte! Il ricordo della mia piccola collezione di schegge di bombe d'aereo mi riportano a ben altro.

Risento il lugubre suono delle sirene ed io che per primo saltavo su dal mio lettino gridando : " L'allarme! L'allarme! E il capo fabbricato che gridava " Luce, Luce !" La fuga precipitosa verso lo scantinato; a Cagliari dalle mie parti non c'erano rifugi antiaerei.

Il fragore delle bombe più o meno lontane che scuotevano la struttura del palazzo. Il gracchiare incerto della contraerea, almeno i primi tempi. Ed io in mezzo ai miei messi a protezione; e mia madre che pregava invocando Sant'Anna cui era devota. Questo avveniva i primi tempi quando i bombardamenti li facevano gli inglesi nottempo.

Poi arrivarono, anche di giorno le fortezze volanti degli americani. Erano sbarcati in Marocco nel novembre del '42. Nel febbraio del '43 un pomeriggio li vedemmo arrivare a centinaia. Si sentiva dal rumore dei motori che erano loro. Il bombardamento fu violentissimo.

Le case dirimpetto a dove stavamo, vennero distrutte.Mi toccò vedere dal balcone di casa mia la rimozione dei poveri morti fatta dai vigili del fuoco e da quelli dell'UNPA (Unione Nazionalen Protezione Antiaerea).


Seui

Fu allora che con tutta la famiglia ci trasferimmo nella scuola industriale, dove insegnava mio padre, perchè aveva le mura più spesse.Purtroppo, non c'erano mura che potesssero tenere la potenzialità di quegli ordigni che ci piovevano addosso. Dopo qualche giorno, la grande decisione di lasciare Cagliari per andare a Seui. Un paese dove conoscevamo la famiglia Piga, che ci avrebbe aiutato a trovare una sistemazione provvisoria.

Cominciava così la mia vita da profugo.


Stazione ferroviaria di Bonaria

La notte del 6 marzo del '43,partendo dalla stazione di Bonaria, lasciammo Cagliari stracarichi di valige. Dopo un lungo viaggio raggiungemmo Seui, nell'Ogliastra a sud del Gennargentu. Ad accoglierci la famiglia Piga: Le due figlie Adriana ed Eralda erano amiche delle mie sorelle. Dopo qualche giorno di sosta, al freddo, nella locale scuola elementare trovammo un alloggio che prendemmo in affitto. Di questa casa ricordo le scale in legno, gli altissimi letti, e le finestre che guardavano una verde vallata. E poi ci fu il memorabile invito a cena dalla famiglia Piga, noi che si veniva dal forzato digiuno cagliaritano.


Malloreddus con la carne (gnocchetti sardi)

Una tavola imbandita con i malloreddus, piccoli gnocchetti, la carne , della quale non ricordavo più il gusto, arrostita e al sugo, i salumi, ma sopratuto il camino dove infilzati con degli spiedini andavano sfrigoliando al calore delle braci dei pezzi di formaggio sardo che riempiva l'ambiente con un profumo che ho ancora nelle narici nella mente e nel cuore. Profumo di Seui fatto di pane bianchissimo appena sfornato, di frittelle di pastella e cipolle e sopratutto di violette che andavamo a raccogliere nelle nostre gite primaverili verso Esterzili.

Tutto sommato io me la passavo bene. I nostri vicini di casa erano cordialissimi. M'ero fatto un amico, figlio di una vicina che aveva un podere, nel quale andavamo io e lui a mangiar cipolle, in groppa a un burriccheddu (asinello) condotto per la cavezza dalla madre.


La famiglia Rappazzo a Cagliari

Mio padre aveva avuto un incarico d'insegnamento a Sardana, Ogni tanto tornava a Cagliari per mettere in sicurezza macchine e apparecchiature all'istituto industriale. Andò vedere anche la casa che avevamo lasciato, in via Ottone Bacaredda 84. La trovò completamente svuotata. S'erano portati via tutto: i mobili, la radio, la macchina da cucire e anche la mia nave da guerra fatta di legno, che saltava in aria quando veniva colpita da un pesetto.

Il 13 maggio del '43 le truppe italo-tedesche si arrendevano agli anglo-americani a capo Bon in Tunisia. Quella resa era nell'aria fin dai tempi della battaglia di El- Alamein. Fu allora che i miei decisero di lasciare la Sardegna alla quale tutto sommato s'erano affezionati. La perdita degli arredi della casa di Cagliari, il desiderio di mia madre di stare accanto a mia nonna gravemente ammalata, la speranza di rivedere mio fratello Primo militare in Sicilia, spinsero mio padre a fare domanda al Provveditorato agli Studi di Nuoro per un trasferimento in una località siciliana. La domanda venne accolta e venne inoltrata all'allora Ministero dell'Educazione Nazionale di Roma.


Ju 52

Con questo sta bene e muniti di passaporto, dall'aereoporto di Olbia, il 18 giugno del '43, in una splendida giornata di sole, lasciammo la Sardegna,su un trimotore Ju 52 della Luftwaffe. Destinazione aereoporto Ciampino-Roma. A farci compagnia l'mmancabile sciame di bagagli.

E poi novità delle novità ai piedi miei e a quelli delle mie sorelle dei sandali inventati da mio padre, e costruiti a Seui nella fabbrica del sig. Piga. Questi sandali avevano il plantare di legno duro,sezionato in vari settori, in maniera che fossero flessibili. I vari settori erano collegati da una sagoma in cuoio simile alla pianta del piede. A completamento strisce di cuoio e fibbie. Con questi aggeggi applicati alle nostre estremità andammo su e giù per la penisola, italiana...

Lo Ju 52 che ci doveva trasportare nei cieli del Tirreno era, purtroppo per noi, adibito al trasporto merci , cioè era del tutto privo di sedili e di cinture di sicurezza; e di questo ne avremmo subito le spettacolari conseguenze. Prima della partenza mio padre, imprudentemente, aveva regalato all'equipaggio una bottiglia di acquavite sarda. Partito l'aereo invece di puntare verso il mare aperto cominciò a sorvolare la Corsica! Ciò fu causa di una certa apprensione fra i miei. Il dubbio era che l'acquavite potesse aver fatto un certo effetto sulla mente dei piloti facendogli sbagliare la rotta. Il dubbio divenne certezza quando l'aereo , cominciò a precipitare mandando per l'aere, contro il soffitto, alcuni passeggeri, tant'è che se non ci fossimo aggrappati a dei provvidenziali corrimano avremmo seguito la stessa sorte.

Inutile dire che l'aereo si trasformò, per le invocazioni e per le preghiere dei passeggeri in un luogo sacro durante la festa del santo patrono. Un membro dell'equipaggio resosi conto di quanto stava succedendo, in uno stentato italiano, venne a dirci di stare tranquilli e che si era trattato di una serie di vuoti d'aria, fenomeno del tutto normale per un aereo. E per il cambio di rotta? S'era reso necessario in quanto avevano avuto segnalazione della presenza di caccia inglesi a passeggio nei cieli del medio Tirreno. Fatto sta che invece dell'aereoporto di Ciampino lo Ju 52 atterrò a Pisa.

Mentre scaricavamo i bagagli vennero i piloti. Dialogo in tedesco tradotto dalle mie sorelle. Lo studio della lingua tedesca allora era obbligatorio.

- Herr Rappazzò, danke fur Brandy.

- Bitte, und danke fur Fahrt. (Passaggio)

- Auf Wiedersen! Auf Wiedersen! Auf Wiedersen!

- Ciao, ciao, ciao! (Erano in tre)

Non passeranno molti mesi che quell'atmosfera di cordialità avrebbe cambiato registro.

Manco a dirlo, lasciato l'aereoporto per la stazione ferroviaria, Pisa venne sottoposta a un bombardamento, che fortunatamente risparmiò i collegamenti ferroviari. Riuscimmo a prendere un treno per Roma.

Roma: la città eterna, la sede del Papa, la città che non avrebbero mai colpito nemmeno con un petardo, e dove mio padre avrebbe conosciuto finalmente la sua nuova destinazione in Sicilia.
Alla stazione di Roma il " comitato d'accoglienza " dell' Eca (Ente Comunale Assistenza) ci prese in consegna portandoci in una scuola al Quadraro, dove s'era costituito un centro raccolta sfollati.

Definire il Quadraro d'allora una specie di corte dei miracoli è come paragonarlo a un cinque stelle.
Per farla breve alle brave famiglie si mescolavano brutti ceffi e "signorine", definite da mio padre avventuriere per non chiamarle con un'altro nome. 

Ogni tanto scoppiavano delle risse sedate all'arrivo della polizia a colpi di manganello. 
Passammo in quell'ambiente qualche notte, dormendo a terra, circondati dalle numerose valigie, poste a nostra difesa come una sorta di cinta muraria.

Il Quadraro, l'anno dopo, diventò un centro di resistenza antifascista e subi un rastrellamento dal quale molte persone non tornarono più. 

Dopo qualche giorno, fortunatamente, ci trasferirono nella scuola Mario Guglielmotti 19, dandoci una sistemazioe più decente.
A girare Roma in quel periodo c'era da rimanere maravigliati per quanto mostravano le vetrine d'abbigliamento e di generi alimentari; noi che venivamo dalla triste penuria cagliaritana. 

E poi i monumenti antichi e moderni e i palazzi che a guardarli si restava con la bocca aperta.
Il 10 luglio del '43 avvenne il colpo di scena: Lo sbarco degli alleati in Sicilia; proprio nella zona dove era militare mio fratello Primo! 
E non dovevano sbarcare in Grecia o in Sardegna?

Il 19 luglio era una bella giornata di sole. Quale migliore occasione per fare quattro passi nei dintorni della scuola.
Mio padre era andato al Ministero della Guerra per avere qualche notizia di mio fratello, del quale non avevamo saputo più niente.
Quando ad un certo punto avvertimmo farsi sempre più vicino il rumore dei motori d'aereo che ben conoscevamo.

Le fortezze volanti!

Di lì a poco ad una certa distanza da dove ci trovavamo si scatenò l'inferno.

Bombardavano Roma!

Corremmo a rifugiarci fra le mura scolastiche.
Mio padre, dov'era mio padre? Ci dissero che il ministero dove era andato, si trovava da tutt'altra parte. Infatti lo vedemmo arrivare da lì a poco.
Le fonti storiche dicono che su Roma arrivarono a sganciare il loro carico di morte 185 B17 e 112 Liberator partiti dalle basi africane.
Una ulteriore ondata di bombe, ne vennero sganciate in tutto 800 tonnellate, fatta il pomeriggio, completò l'opera distruttiva.
Roma per gli alleati era considerata un punto strategico per i rifornimenti verso la Sicilia dove ancora si combatteva.


Roma quartiere San Lorenzo

Interi quartieri attorno al nodo ferroviario vennero rasi al suolo.
Roma non era la città sicura che avevamo sognato.

Si doveva andare via.

Il 20 luglio, tre giorni prima della seduta del Gran Consiglio che destituì Mussolini, lasciammo la città eterna.


Roma stazione ferroviaria Settebagni

Su un mezzo di fortuna, attraversando i quartieri bombardati, arrivammo alla stazione di Settebagni.
Su un treno pieno zeppo come un uovo, carico di fuggiaschi, dopo avere conquistato dei posti facendo passare mio padre, dal finestrino seguito da tutte le valige; e dopo un lunghissimo viaggio raggiungemmo Venezia, la Serenissima. Almeno così speravamo.


Via Lista di Spagna 127 Venezia

A Venezia arrivammo a tarda notte. C'era sempre un presidio pro- sfollati che ci condusse in un vicino albergo. Era l'Albergo Unione in lista di Spagna 127. Oggi quell'albergo non c'è più.
La scelta d'andare a Venezia partiva dalla considerazione che strategicamente la città non aveva un ruolo importante; e inoltre si sperava che le bellezze storico- artistiche dissuadessero qualsiasi malintenzionato con istinti distruttivi.


La famiglia Rappazzo a Venezia
Ai piedi delle ragazze e a quelli di Italo i sandali inventati dal padre

Il giorno appresso mio padre si presentò al Provveditorato, dove ebbe la promessa per un suo impiego nell'Istituto di Marghera per l'inizio del nuovo anno scolastico.
Nei giorni successivi all'Arsenale, grazie all'interessamento di un ammiraglio si mise a lavorare a un suo progetto.con l'aiuto di mia sorella Rina a far da disegnatrice.
A metà del mese d'agosto, forse grazie alla Croce Rossa, ci giunse un cartoncino dove mio fratello scriveva d'essere stato fatto prigioniero e che gli inglesi lo avevano trasportato in un campo di concentramento ad Orano in Algeria.


Fotografia di italini nel campo di concentramento di Orano in Algeria

Nel leggere lo scritto, eravamo per la strada, mia madre si mise a piangere. Si formò un capannello di veneziani, tutti a consolarla e a dirle che avrebbe molto presto rivisto il figlio, perche gli alleati avrebbero conquistato l'Italia rapidamente. Questa era l'aria di sfiducia nel regime che tirava a Venezia in quel periodo.

Venezia, una città da fiaba che giorno dopo giorno non finiva mai di stupirmi. Attraversavamo il Canal grande in gondola. Ci spostavamo dall'approdo vicino al nostro albergo fino a piazza San Marco in vaporetto, passando sotto il ponte di Rialto

E alle Procuratie stavamo seduti al bar dove gustavamo il nostro gelato con tanto di vera panna con dirimpetto la basilica di San Marco e il Palazzo Ducale.

Il 9 settembre '43 il colpo di scena. L'armistizio.


Il Generale Badoglio annunzia l'armistizio
Documento storico dell'Istituto Luce

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Fu allora che i tedeschi si diedero da fare per neutralizzare l'esercito italiano. Ci toccò assistere ad una scena emblematiaca. Quella visione ce l'ho ancora negli occhi della mente..
Lo stesso giorno o il giorno dopo, dalla finestra del nostro albergo una lunga teoria disarmata di marinai italiani passava sul ponte detto del Duce, oggi ponte degli Scalzi, scortata da militari tedeschi con le armi spianate. Si dirigevano verso la stazione per essere portati in qualche campo di concentramento.

In quei giorni inoltre arrivò da Roma a mio padre la lettera con la sua nuova destinazione:da raggiungere al più presto, pena la decadenza dal posto di insegnante: Avellino.

Il 9 settembre l'americano Patton entrava a Messina precedendo l'inglese l'inglese Montgomery.

Lo stesso giorno gli alleati sbarcavano a Salerno.

Qualche giorno dopo lasciavamo Venezia per raggiungere Avellino.

Bisogna dire che quella partenza fu provvidenziale. Probabilmente i tedeschi rovistando nelle carte dell'Arsenale trovarono i disegni del progetto di mio padre e trovandolo interessante cercarono di saperne di più. Quello che so di certo, e lo vennimo a sapere dopo, fu che andarono a cercarci all'Albergo Unione. Forse volevano portarci tutti in Germania?

I buoni veneziani dissero loro che non sapevano dove fossimo andati; e la cosa finì lì. Quale fosse il progetto al quale stavano lavorando mi sembra, ma non ne sono tanto sicuro, che fosse una qualche applicazione degli specchi a focalità variabile di sua invenzione, o forse erano interessati ai nostri sandali.

Arrivati a Firenze, ci fermammo; non si poteva proseguire: al sud si combatteva.

Il 4 ottobre la linea di difesa Gustav, approntata dai tedeschi dalla foce del Garigliano fino ad Ortona passando per Cassino, ci bloccò definitivamente nella bella Firenze.

Trovammo alloggio, fortunatamente per poco, in una maleodorante pensione in via Nazionale.

Comunque nel frattempo, ebbi modo di spaccarmi la testa precipitando dal letto, dove mi ero messo a saltare allegramente, centrando in pieno un vasino da notte in terracotta.

Il 23 settembre,quello stesso giorno Mussolini, fuggito dal Gran Sasso, proclamava la nascita della RSI, mio padre si presentava al Provveditorato agli Studi ottenendo l'incarico d'insegnamento all' Istituto industriale di via Guicciardini.

Un altro incarico l'ebbe succesivamente all'Istituto Professionale Ciechi.


Firenze, via Guelfa 84

Trovammo la nostra nuova abitazione prendendo un paio di stanze in affitto dalla famiglia Cantini in via Guelfa 84.

Dopo tante vicissitudini trovammo il calore umano di una famiglia simpaticissima, costituita dal signor Armando, dalla moglie Adelina, e dalle loro due figlie.

Il signor Armando, tipografo, era di fede socialista fin dal 1908,. Aveva conosciuto il carcere come disertore nella guerra 15/18. Venne rimesso in carcere nel '22 per essere venuto alle mani con dei fascisti. E infine gli avevano dato a bere l'olio di ricino perchè s'era messo a cantare l'Internazionale durante un Calendimaggio fiorentino. Tutto questo venne confidato a mia madre dalla signora Adelina.

La signora Adelina m'aveva preso a benvolere e ogni mattina non mi faceva mancare la chiara d'uovo montata a neve, mescolata a crudo con il tuorlo e lo zucchero. Una specialità toscana, come il castagnaccio, la ribollita e la pappa col pomodoro. Questo per un certo periodo, poi arrivò la fame.

Il signor Armando nella sua tipografia, che a quei tempi faceva pochi affari, tanto che il nostro mensile dava loro un buon aiuto, teneva nottetempo delle riunioni, oltre che stampare manifestini antifascisti, si mettevano a punto delle tattiche insurrezionali da mettere in campo quando sarebbe arrivato il momento giusto.

Ma di tutto questo pur tutti sapendo tutto nessuno ne sapeva niente. Se scoperti si rischiava la fucilazione. Le mie sorelle s'erano iscritte all'università, in matematica e fisica, percependo un assegno mensile cadauna di venti lire in quanto sfollate da zone colpite da incursioni aeree. Anche questo aiutava.

Alle sera tutti stavano a sentire radio Londra, io giocavo col gatto che si chiamava Nano,o facevo i compiti. Frequentavo la scuola, vicino casa, tanto che feci gli esami di ammissione alla terza elemetare superandoli.

Il 23 marzo la zona dell'Istituto Ciechi dove insegnava mio padre venne sottoposta a un bombardamento. Lo spostamento d'aria di una bomba lo fece precipitare da una scalinata. Andò a sbattere fratturandosi il naso. In ospedale gli fasciarono ben bene la testa. Tornato a casa, ricordo mia madre che superato lo sgomento del primo impatto guardandolo gli disse: "Ti cumminasti comu nu Santu Lazzaru".

L'11 maggio del '44 le truppe alleate sfondarono la linea Gustav, dopo l'inutile distruzione della abbazia di Montecassino. La strada per Roma e per Firenze era aperta.


Soldati tedeschi durante la campagna sulla Linea Gustav

Firenze non venne risparmiata dalle bombe alleate. I bombardamenti iniziarono il 25 settembre del '43, e si protrassero fino a primavera inoltrarta, colpendo sopratutto le periferie.
Questo non ci impedì d'andare a messa nella chiesa di san Lorenzo e di visitare i luoghi più belli della città.


Basilica Santa Maria del Fiore

La cattedrale di Santa Maria del Fiore con il campanile di Giotto, la basilica di Santa Croce con le tombe dei Grandi, il Battistero senza le porte messe al sicuro altrove; e tante altre ineguagliabili bellezze che suscitarono in me grande meraviglia. Dopo Roma e Venezia, quello sarebbe restato il ricordo del lato bello di quel triste periodo di guerra.
A partire dal marzo de '44 i generi alimentari cominciarono a scarseggiare. il poco pane, razionato, divenne sempre più nero e la sopravvivenza cominciò ad essere legata alle poche cibarie che si riuscivano a racImolare in giro.


Porta Santa Maria del Fiore distrutta

Tanto per fare un esempio, mio padre riuscì a procurarsi del grossi barattoli di farina di piselli. Da allora la nostra carnagione virò al verde pisello.
Un'altra volta arrivò con una trentina di chili di pere. Mia madre si diede da fare per tramutarli in marmellata. Ma non essendoci zucchero a sufficienza, quella poltiglia nel tempo fermentò. tramutandosi in una specie di sidro di pere. A mangiare quella roba si provava una certa ebbrezza.

Intanto gli alleati si avvicinavano.


Il 4, 5, giugno del '44 la liberazione di Roma. In quel mese venne sospesa l'erogazione del gas.e l'acqua nei rubinetti arrivò col contagocce. L'acqua doveva essere attinta dalle fontanelle stradali.

Il 26 luglio entrò in vigore il coprifuoco dalle 21 di sera alle cinque del mattino.Il 28 luglio un forte temporale ci diede l'opportunità di ripristinare le scorte d'acqua; almeno quella usata per usi igienici.
Approfittando degli immancabili buchi del canale di gronda, noi stavamo all'ultimo piano, mio padre, facendo uscire dalla finestra un ombrello capovolto incanalò l'acqua piovana verso l'interno del'appartamento; e con l'aiuto di tutta la famiglia, impegnata nel trasporto di pentole bidoni e recipienti di ogni tipo, riuscì a fare il pieno col prezioso liquido.
Per incanto si vide, poco dopo, una fioritura di ombrelli capovolti uscire dalle finestre di tutta la via Guelfa e forse oltre.
L'ingegno di mio padre aveva ancora una volta funzionato!

Alle ore 22 del '4 agosto una serie di cupi boati gettò nello sgomento i fiorentini di casa.

- Stanno facendo saltare i ponti!
A guardarli in faccia era come come se stessero perdendo un amato congiunto.
Le esplosioni, provocate dagli artificieri tedeschi, durarono fino all'alba. Lo scopo era quello di ritardare sull'Arno l'avanzata delle truppe alleate. L'unico ad essere risparmiato fu il Ponte Vecchio. Ne fecero le spese i due quartieri del '300 alle sue estremità, che vennero interamente distrutti per creare tappo.
Nei giorni seguenti l'esercito tedesco lasciò la città attestandosi a nord nei quartieri periferici e sulle colline.

In città restarono due reggimenti di paracadutisti, un reparto antipartigiano e parecchi gruppi fascisti dotati di fucili con cannocchiale: I cecchini detti anche franchi tiratori, che presero posizione in punti strategici.

Quanto sto a raccontare è desunto da fonti storiche, da quanto ci disse il signor Cantini e dalle mie esperienze direttamente vissute.
Alle 6,45 dell11 agosto, nel silenzio assoluto nel quale era immersa la città, si udirono i rintocchi delle campane di Palazzo Vecchio seguiti da queli del Bargello.
Erano il segnale convenuto per l'insurrezione.

il signor Armando quasi gridando:" E' 'ominciata, è 'ominciata." ci fece svegliare di soprassalto, baciò tutti quanti, e poi sparì. In città, appoggiata da gruppi di insorti precedentemente costitiuti, entrava la divisione partigiana " Arno" che aveva, non so come attraversato il fiume.

L'organizzazione del tutto faceva capo al CTLN. ovvero il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale nel quale confluivano tutti i partiti antifascisti dell'epoca.
Manifesti, forse fatti nella tipografia del Cantini, vennero affissi un pò dovunque Invitavano i cittadini ad unirsi alla lotta.

Iniziava la Battaglia di Firenze.


Scoppia la battaglia.

Noi dalle finestre di casa nostra, con le dovute precauzioni, seguimmo le sparatorie di quei giorni. Nella nostra zona i franchi tiratori si erano appostati nelle terrazze e dietro le finestre.
Giorno dodici o giorno tredici, al mattino, vedemmo due colonne partigiane avanzare cautamente rasentando i muri; erano tutti ben armati anche se in maniera disomogenea.


Qualcuno imbracciava il noto modello 91 da me conosciuto perchè a Cagliari ne avevo uno simile come giocattolo. Ad un certo momento si sentirono delle fucilate partire dall'alto, dirette contro le colonne. Inutile dire che, che lo spavento fu tale che ci costrinse a buttarci tutti a terra. la reazione partigiana non tardò a farsi sentire. Lo scambo di colpi durò per un bel pò. Poi tutto tacque e lentamente si trasformò nel brusio di sempre. 
Riprendemmo il nostro posto d'osservazione.

Ad un certo punto arrivò il signor Cantini.

- Li hanno presi.

Il dramma si era cocluso. Il gruppo di franchi tiratori era stato catturato o forse eliminato sul posto. In quei tragici giorni quanto era successo in via Guelfa si ripeteva e era già accaduto in altre parti della città. Molte esecuzioni vennero effettuate sul sagrato della basilica di Santa Croce.
Firenze pagava il suo tributo di sangue versato d'ambo le parti. Ci furono 800 morti e 2000 feriti. 
Giorno 19 gli alleati si decisero finalmente, indisturbati, a passare l'Arno. Trovarono Firenze che s'era liberata da sola.


Colonne di partigiani a Firenze

I partigiani continuarono a combattere nella periferia della città.

L'arrivo degli alleati venne accompagnato da camion carichi di pane bianco che, manco a dirlo, vennero presi d'assalto dai fiorentini affamati.
Anch'io ebbi la mia brava razione, anzi grazie ai buoni uffici del signor Cantini, il surplus venne tostato nel forno. Una buona scorta che avremmo utilizzato durante il nostro viaggio di ritorno in Sicilia.

Il 20 agosto, avendo avuto notizia, che si stavano organizzando dei convogli per il sud, con punto di concentramento Palazzo Pitti, e che la strada per arrivarci era stata sgomberata dalle macerie, preparammo tutte le nostre masserizie. Inoltre mio padre riuscì a trovare un "baroccio"; un carretto, a due ruote e stanghe per il traino.


Uno dei tanti barocci fiorentini di quei giorni

Il giorno appresso, caricati i bagagli, accompagnati dai saluti della famiglia Cantini e da quelli dei vicini di casa, non mancò per l'occasione qualche lacrimuccia, lasciammo per sempre la via Guelfa, trainando a mano il baroccio per le vie di Firenze. Mio padre alle stanghe e noi tutti indietro a spingere.


Frammento di colonnina tortile

 

Arrivati a Piazza Duomo ci concedemmo una sosta giusto per raccogliere un frammento di colonnina tortile, strappato dal duomo o dal campanile di Giotto dall'esplosione di un proiettile di cannone.

La città continuava ad essere bombardata dalle artiglierie tedesche attestate sulle colline. Il Ponte Vecchio,da noi attraversato,una volta pieno di negozi dalle luci sfavillanti, era diventato una specie di mortorio dalle saracinesche abbassate, con al centro una pista polverosa contornata ai lati da cartelli che denunciavano la presenza di mine nascoste. E giungemmo alla lunga salita che conduceva a Plazzo Pitti.

Mio padre stanco non ce la faceva più trainare. Ad un certo punto arrivò una Jeep con dei militari americani.che notarono le nostre difficoltà:
- Paisà cheer up, dont'worry, we help you. Noi aiutare.
E poi rivolti a me.
- Hello' boy come up, go up. Acchiana. 
Dovevano essere stati a Napoli.
E mi presero a bordo. Poi legate le staffe del carrettino al mezzo, su verso Palazzo Pitti. 
E i miei dietro di corsa.

Ed io trionfante sulla jeep colle mani piene di ciuingam (chewingum) e caramelle.Ci accampammo nel piazzale, e lì trascorremmo la notte all'addiaccio.
Il giorno appresso arrivarono i camion Dodge, con la stella bianca.
A furia di "Come on, go up" ci imbarcarono.

Io e mia madre nella cabina di guida, gli altri dietro con tutti i bagagli.
Il guidatore, un soldato americano, per prima cosa tirò fuori il portafoglio e ci mostrò una foto che ritraeva la moglie e due bimbetti. Erano i suo figlioletti, uno della mia stessa età. Poi tirò fuori una stecca di cioccolato e me la diede. Trovai il gusto che avevo perduto da tanto tempo.
Arrivammo a Figline Valdarno in un immenso attendamento con sopra la bandiera stella e strisce.

Per prima cosa le soldatesse presero le nostre generalità e poi ci inondarono di una polverina bianca.(Seppi dopo che era DDT). Correva il tifo petecchiale.
Ci assegnarono una tenda con un'altra famiglia e poi ci portarono uno cassetta di cibarie. Molto scatolame dai nomi esotici ma dal gusto molto buono. Dopo tanta fame finalmente qualcosa con la quale rimpinzarci.

A Figline trascorremmo un paio di giorni. Poi un altro viaggio fino a Castel Fiorentino dove trovammo il convoglio di camion bianco- gialli della POA (Pontificia Opera d'Assistenza) che andava verso il Sud Italia. Erano dei camion con il pianale scoperto e andavano a vapore.
Ogni tanto si dovevano fermare per fare legna.
E di legna ce n'era tanta in giro proveniente dalle macerie delle case che incontrammo nel nostro cammino.

Ovunque c'era distruzione.
Con questi trabiccoli arrivammo alla stazione di Salerno.
Lì si formavano i treni per Reggio Calabria.
Pernottammo in quella stazione.
Ad un certo punto qualcuno buttò delle bombe provocando un fuggi fuggi generale. Era un sistema pratico per depredare i viaggiatori. I bombaroli erano alla ricerca di damigiane cariche d'olio e altro materiale destinato ad alimentare la borsa nera. 
I nostri poveri bagagli restarono intatti.

Al mattino prendemmo il treno, che era composto da soli carri bestiame.

Il viaggio fu lentissimo. La linea ferroviaria, i ponti risentivano vistosamente della guerra passata in quelle zone.

Poi finalmente lo stretto di Messina e da Reggio il Mongibello a salutarci col suo eterno pennacchio.

Traghettammo su un mezzo da sbarco americano; passammo sotto la stele della Madonnina benedicente.

E finalmente mettemmo piede sulla terra dei nostri avi! Il nostro viaggio era durato dal marzo del '43 al settembre ' 44.

P.s. Luglio 1945, fine della prigionia per Primo Rappazzo.

Italo Rappazzo

*Un particolare ringraziamento a Italo Rappazzo per questo spaccato di storia vissuta. Pippo Lombardo*

La mia storia in quegli anni di guerra.
Sono nato nel 1937. E più o meno ho conosciuto il regime fascista. Quando sono nato la mia famiglia ebbe 1000 lire in quanto famiglia numerosa. Ricordo mio padre insegnante, mandare moccoli contro il regime che il sabato lo costringeva alle adunate in orbace.Non sono stato mai figlio della lupa, ma ricordo bene, che quando mi vaccinarono mostrai con sprezzo del pericolo il braccio al pennino e il medico elogiò la mia fierezza. Ricordo d'aver un giorno dal balcone de casa mia "sduvagato" un pitale carico di pensierini notturni su un graduato della milizia che venne a protestare con mia madre. Ed io sotto il letto. Ricordo le canzoni di quel periodo che erano molto belle. Poi arrivò la guerra. mio fratella partito a fare il militare. Le lacrime di mia madre, che durante la prima guerra mondiale aveva perso un fratello e un'altro era tornato mutilato. E poi bombardamenti , ed noi prima sotto il tavolo della cucina e poi nello scantinato. E gli allarmi notturni e il razionamento E i primi malumori contro il regime, e i nostri che si ritiravano dall'Africa, e la campagna senza senso contro la Grecia e in Russia.
Mio padre, messinese, insegnava a Cagliari e in quella città sono nato.Dopo l'insuccesso del film sonoro sul quale aveva riposto tante speranze, aveva vinto un concorso come insegnante a Palermo, e non avendo alcuna referenza con il nascente partito fascista lo avevano spedito con tutta la famiglia in Sardegna. Era il 1924.
Furono anni nel quale cercò invano d'avere un qualche riconoscimento da parte del regime dopo che gli americani lanciarono agli inizi degli anni '30 le prime pellicole sonorizzate, ricalcando il sistema inventato da mio padre; dopo aver apportato quei perfezionamenti, sull'amplificazione e sugli altoparlanti che già nel 1921 aveva in animo di fare e che non aveva attuato per macanza di un efficace sostegno economico.
La guerra dichiarata dall'Italia nel giugno del '40 ci trovava così a Cagliari, con mio fratello Primo diplomato perito elettrotecnico, pronto per il servizio militare, e le mie due sorelle frequentanti l'ultimo anno del liceo scientifico.
Nell'ottobre del 1942, a cinque anni, venni iscritto alla prima elementare. La scuola era in un convento e la mia prima maestra era una suora. Uniforme d'obbligo: grembiulino nero, fiocco azzurro con colletto imamidato. Cartella in fibra di cartone con dentro l'astuccio, con penna e pennino, matita, gomma e tempera-lapis.. Libro sussidiario con le figure di Mussolini e del Re, una pagina si e una pagina no e poi le figurelle con le vocali e le lettere dell'alfabeto accanto. Sul frontespizio la scritta : Libro e moschetto studente perfetto. E i quaderni , con foderino nero ,che avremmo riempito di aste e di numerelli, spesso indecifrabili sgorbietti, oltre alla immancabili macchie d'inchiostro.
In classe , la cattedra sormontate dal Crocefisso con ai lati le figure onnipresenti del Re e di Mussolini messo di profilo con l'elmetto. Le pareti tappezzate dalle carte geografiche della penisola Italiana, politica e fisica e infine l'Africa con le colonie dell'Impero messe in evidenza dal colore verde.
Prima d'iniziare, tutti a recitare la preghiera seguita dall'immancabile frastuono dei sedili pieghevoli che ritornavano nella loro più comoda posizione orizzontale.
Frequentai quella scuola per alcuni mesi, ma poi i bombardamenti fatti con sempre maggiore frequenza,giorno e notte, consigliarono i miei a tenermi con loro fra le mura domestiche, iniziando così un ciclo di lezioni privati tenute dalla mie sorelle con supervisione paterna.
E c'era pure il razionamento dei viveri. In effetti, la guerra d'invasione dell'Etiopia aveva spinto prima d'allora la Società delle Nazioni a un forma d'embargo di molte materie prime. La Germania di Hitler aveva approfittato e aiutandoci aveva portato Mussolini nella sua sfera d'azione.L'entrata in guerra dell'Italia nel giugno del 1940 aveva acuito questo stato di necessità.
C'era stata la comparsa delle tessere annonarie che assegnavano ad ogni componente d'ogni famiglia delle quantità mensili di cibarie. Pane pasta, ed altro erano assegnati in quantità limitata; con una qualità e una quantità che nel tempo andò sempre più peggiorando.
A prelevare questi generi di prima necessità si doveva fare la fila alzandosi di buon'ora. Mio padre s'era costruito uno sgabello smontabile che metteva dentro una borsa. Questo sgabello il più delle volte lo cedeva a delle signore in stato interessante o a delle tremanti vecchiette.
Una volta procurò del grasso animale. Lo mescolò con la soda e poi li mise in ebollizione facendo il sapone. Un'altra volta con del latte e del caglio si mise a fare il formaggio. Trovare della farina era una benedizione per preparare una pasta mangiabile. Il caffè, manco a parlarne . I miei sperimentarono la tostatura dei ceci che sostenevano assomigliavano ai chicchi di caffè. I vestiti venivano rivoltati, I rattoppi e le pezze erano all'ordine del giorno. Mentre nelle calze femminili la sfillatura veniva bloccata con del sapone.
Per la befana era mio padre che mi costruiva i giocattoli. Una volta congegnò una nave da guerra che era assiemata con un insieme di molle. Gettando un pesetto in un determinato punto la nave esplodeva in cento pezzi. Il "divertimento" stava nel rimontarla.

 
copyright 2011 messinaierieoggi - Testi e fotografie di Pippo Lombardo
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