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Acquedolci
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Acquedolci si affaccia sulla costa tirrenica settentrionale siciliana, di fronte alle Isole Eolie, e si sviluppa alle falde del monte San Fratello. Il Monte è un massiccio calcareo (710 mt) che ospita la suggestiva Grotta di San Teodoro, sito archeologico che conserva una documentazione importante della storia faunistica e antropologica della Sicilia.

Il territorio comunale è delimitato ad ovest dal torrente Furiano  e ad est dal torrente Inganno . I monti che appartengono al comune sono parte dei Nebrodi.

È distante 92 km da Messina e 125 km da Palermo.

Il territorio di Acquedolci è caratterizzato da colture agrarie, di vigneti, oliveti e agrumeti e diversi frutteti.

La storia di Acquedolci è legata alle vicende storiche dell'antica cittadina collinare di San Fratello, posta a 675 m sul livello del mare, e fondata durante la conquista normanna della Sicilia.

La storia della moderna Acquedolci inizia la notte dell'8 gennaio 1922, quando un imponente smottamento colpiva il centro abitato di San Fratello distruggendo i tre quarti delle abitazioni ed oltre dieci chiese. Migliaia di sfollati in fuga cominciavano a stabilirsi in ricoveri di fortuna ad Acquedolci, all'epoca piccolo borgo con circa 800 residenti,frazione di San Fratello denominato Marina di Acquedolci.
Il borgo si sviluppava nei pressi dell'antico castello Cupane, attorno ad una torre medievale ormai distrutta nei pressi di un elegante costruzione conosciuta come "castello Di Giorgio". Gli sfollati della frana che si rifugiarono ad Acquedolci furono circa 1500 e trovarono rifugio nei pressi del Borgo della Marina, all'interno del Castello, in contrada Tressanti e in località Buonriposo. Ma in realtà la storia di questa elegante Città Giardino è molto antica. Durante l'epoca romana, Acquedolci, attraversata dalla Consolare Valeria, diventa una località di sosta presso la quale è possibile cambiare muli e operare lo scambio di posta.
La località diviene parte della "Tavola Peutingeriana". In epoca medievale, la via Valeria diventa anche via Francigena percorsa da pellegrini che ad Acquedolci si riposano negli Hospitalia vicini al castello e si recano in preghiera alla Chiesa di San Giacomo, meta da tempo immemorabile di pellegrinaggi giacobei. Secondo la legenda la località attorno alla chiesa di San Giacomo,conosciuta anticamente come contrada "Tre Santi" ospitò per qualche tempo alcune reliquie dei tre santi martiri Alfio, Cirino e Filadelfo.

La denominazione "Acquedolci" però è avvolta nel mistero. Secondo lo storico Alfonso Di Giorgio, l'origine di questo nome è riconducibile agli scoli dei trappeti che lavoravano la canna da zucchero, introdotta in Sicilia in epoca araba, che rendevano dolciastra l'acqua del mare.
Questa è la teoria "ufficiale" adottata per la realizzazione dello stemma comunale: "alla piantagione di canna da zucchero, fiorita, al naturale, terrazzata di verde; alla campagna di argento mareggiata di azzurro".

Tuttavia il nome del sito è ancora più antico dei trappeti stessi. Cicerone nel libro VII delle Verrine parla del porto commerciale e militare di Apollonia (l'antico nome greco di San Fratello), base per le imbarcazioni che difendevano la costa. Attraverso il "Carricatorum Aquarium Dulcium", Apollonia riforniva di viveri i romani e viveva del commercio dei prodotti locali (formaggi, olio, vino, frumento).
Nell'Eneide si indica questa zona come il luogo secondo cui Enea sbarca durante il suo peregrinare attraverso il Mediterraneo. E' certo che, in epoca araba, era presente un fondaco, un magazzino attorno al quale ruotava il commercio dei prodotti locali.
Di questa struttura, presumibilmente affiancata da una locanda, da un ricovero per i cavalli e da una stazione di posta, si ritrovano riferimenti sia negli scritti di Tommaso Fazello che cita le "Acquae deinde cognomate Dulce cum taberna Hospitatoria", sia negli scritti di Maurolico che annota "Acquae Dulce Fundaco". In questa località, in epoca romana, si trovava una stazione per il cambio dei muli lungo la via Valeria che attraversava questo territorio.

L'antico porto di cui parla Cicerone si trovava probabilmente in via del Caricatore nei pressi del castello, la "Taberna", di cui parla il Fazello, ed era posta nelle vicinanze dell'attuale stazione ferroviaria. La ricchezza di acqua nel territorio e la presenza di trappeti per la lavorazione dello zucchero sarebbero alla base dell'altra teoria sull'origine del nome.

Una terza teoria sull'origine del nome ha natura leggendaria. Secondo questa leggenda, sotto il territorio di Acquedolci scorrerebbero copiosi fiumi sotterranei, a causa dei frequenti smottamenti del monte San Fratello. Questi fiumi affiorerebbero a poche miglia dalla costa, rendendo l'acqua del mare dolce e potabile. La leggenda racconta inoltre, che gli antichi Romani, durante le guerre puniche, spesso attingevano acqua potabile direttamente in mare, evitando così di scendere sulla terraferma. Questa teoria dei fiumi sotterranei sembra essere confermata dalle recenti indagini effettuate nel sottosuolo dopo l'ennesima frana che ha colpito nel 2010, il paese di San Fratello. I rilevamenti indicano che la montagna rappresenta un enorme bacino idrico.
Il nome Acquedolci quindi deriverebbe dalla presenza di sorgenti d'acqua dolce nel suo territorio. Ancora oggi una località della zona si chiama Favara, termine arabo che indica appunto una sorgente d'acqua. Fino a qualche decennio fa, prima di essere ricoperto, il piccolo torrente Favara faceva ruotare la macina del mulino posto a ridosso del muro di cinta del castello.

Era nota la presenza di un trappeto, risalente al 1.400, per la lavorazione dello zucchero e di una torre fatta costruire dai nobili signori di San Fratello i Larcan all'interno della quale era presente una locanda. Nei secoli successivi, attorno all'imponente torre (oggi distrutta), si sviluppò un castello che venne ingrandito dalle famiglie Gravina e Cupane. All'interno della struttura si trova la Chiesa di San Giuseppe (attualmente sconsacrata). Il castello è di proprietà del comune. IL piccolo borgo di Marina Vecchia, si sviluppa nei pressi dell'edificio e rappresenta la parte più antica dell'abitato.

Acquedolci rientra tra le località attraversate dalla via Francigena, la rinomata via del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. La piccola chiesa di San Giacomo, costruita tra l'VIII e il IX secolo, meta di pellegrinaggi, venne più volte distrutta dai Saraceni, ricostruita nel 1362, venne restaurata nel XVIII secolo e negli anni '90 del secolo appena trascorso. Viene officiata il 25 luglio in occasione della ricorrenza di San Giacomo.

Interessante sotto il profilo architettonico è anche il piccolo Borgo sviluppatosi in località Nicetta, attorno alla chiesa di Sant'Aniceto. Altre borgate storiche sono l'Oliveto e S. Anna nei pressi della strada statale per Cesarò.

Il Novecento


L'attuale centro abitato (Marina Nuova) fu costruito a partire dal 1922, in seguito alla frana che colpì il vicino paese di San Fratello. Questo drammatico evento costrinse migliaia di abitanti a trasferirsi nel borgo denominato "Marina di Acquedolci" in ricoveri di fortuna nei pressi della località Buonriposo. Il governo, grazie all'impegno del Ministro della Guerra gen. Antonino Di Giorgio, varò la legge n. 1045 del 9 luglio 1922, che prevedeva la ricostruzione dell'abitato di San Fratello in altro luogo, identificato nella frazione "Acquedolci".
Per l'occasione venne realizzato un progetto urbanistico per la realizzazione di una elegante Città Giardino, che si ispira alle cittadine in stile liberty europee, caratterizzate da un'alternanza tra architettura e spazi verdi. Acquedolci rappresenta uno dei primi Piani regolatori della storia italiana postunitaria.
Il "Piano Acquedolci" prevedeva la realizzazione di un insediamento con ampie strade allineate e suddivise in isolati che fanno da contorno ai principali edifici pubblici. Le ampie strade e i grandiosi giardini avrebbero garantito ai residenti facili vie di fuga in caso di calamità.

In pochi anni si costruirono alloggi popolari dignitosi ed ampi, dotati di piccoli cortiletti (cosiddetti Bagghi) conosciuti come "ricoveri stabili" in via Trento, in via Gorizia, in via Trieste ed in via Fiume. Il quartiere realizzato in questa area prese il nome di "Borgo Marina Nuova". In Via Armando Diaz, vennero edificati i cosiddetti "Padiglioni", abitazioni popolari a schiera ceduti ai disastrati della frana a prezzi di favore.

Vennero anche realizzate prestigiose palazzine in stile liberty come il palazzo Ricca progettato da Alessandro Giunta, il Palazzo Di Giorgio progettato da Vincenzo Perrucchetti e ancora i palazzi Scaglione, Rotelli, Catania, Basile, Gerbano, Latteri, Sidoti e Mammana. Sempre in questo periodo vennero costruiti il Palazzo del Municipio (1924-1926) e la monumentale Chiesa Madre Santa Maria Assunta, conosciuta anche con il con il nome di Chiesa Madre San Benedetto il Moro, edificata tra il 1925 e il 1928 e caratterizzata da una maestosa torre campanaria.

Sotto la dittatura fascista fu avviata la costruzione dell'edificio delle Poste e Telegrafi (oggi adibito a Caserma dell'Arma) e del complesso scolastico che ospita le scuole elementari. Il comune di Palermo finanziò l' "Asilo Infantile", progettato da Salvatore Roberti. L'edificio ospita oggi le Scuole Medie.

Acquedolci è inclusa tra le città di fondazione nel periodo fascista, anche se la sua fondazione è avvenuta precedentemente, durante il primo governo Facta.

Monumenti e luoghi d'interesse

I resti del castello

Ingresso del castello Marina vecchia e castello Marina Vecchia rappresenta il suggestivo Borgo storico del comune di Acquedolci (cittadina costruita nell'ultimo secolo a partire dal 1922 e conosciuta come Marina Nuova).
Il Borgo della Marina,è delimitato dalle vie Castello e Apollonia.Il cuore del pittoresco quartiere è la via Vecchia Marina, strada di collegamento che unisce il centro alla zona balneare del "Buffone".
Particolare rilevanza architettonica rappresentano i ruderi del vecchio castello, all'interno del quale sono ancora riconoscibili le cantine, gli appartamenti privati del Barone e i saloni.
Tra le rovine si trova la sconsacrata chiesetta di San Giuseppe, recentemente recuperata, che custodisce il pregevole altare settecentesco di San Giuseppe. Il castello fu edificato tra il XVII e il XVIII secolo dai principi di Palagonia.
La torre, fatta costruire dai baroni Larcan di origine catalana, fece parte del complesso di torri d'avvistamento fatte edificare da Carlo V, nel XVI secolo, per la difesa delle coste siciliane. La torre finì per costituire la parte importante del castello attorno al quale si sviluppò nel XVI secolo il Borgo delle AcqueDolci.
La Marina Vecchia è costituita anche da un nucleo di case settecentesche, alcune delle quali si trovano purtroppo in una situazione di degrado. Il Borgo della Marina Vecchia comprende anche la chiesetta di San Giacomo che si trova lungo l'antica Via Francigena ed è meta di pellegrinaggi da circa mille anni.

Architetture religiose

Chiesa madre di San Benedetto il Moro( Maria SS. Assunta);

Chiesa di San Giacomo Maggiore;

Chiesa rurale di Sant'Anna;

Chiesa rurale di Sant'Aniceto;

Chiesa sconsacrata di San Giuseppe al Castello Cupane;

Chiesa Maria SS. Assunta presso Istituto Padri Giuseppini del Murialdo;

Cappella del Sacro Cuore presso Suore Riparatrici del Sacro Cuore;

Cappella Cimiteriale.

Grotta di San Teodoro

La grotta di San Teodoro (Sicilia) si apre a 140 metri sul livello del mare sulla parte rocciosa del Pizzo Castellaro, propaggine settentrionale dell’imponente Monte San Fratello, a circa 2 km a sud-est del centro abitato di Acquedolci (ME). Deve questo nome ai monaci Basiliani che intorno al mille si rifugiarono al suo interno, in fuga dall'oriente Iconoclasta.

Storia

La grotta, formatasi in seguito ad un fenomeno carsico verificatosi all’incirca otto-dieci milioni di anni fa, conserva una documentazione molto ricca e molto importante della storia della Sicilia, in termini di popolamenti di animali, ormai estinti, e di resti dell’uomo preistorico.

La prima segnalazione della Grotta di San Teodoro e dei depositi paleontologici e paleoetnologici ubicati al suo interno e sul talus ad essa antistante, si deve alla esplorazione del Barone Anca che nel 1859 eseguì un primo saggio di scavo. Egli notò che all’interno vi erano depositi del Paleolitico superiore e nell’ampio saggio che fece all’ingresso della grotta trovò un sedimento che conteneva resti di animali (elefante nano, iena, cervo, cinghiale, orso, asino). Indagini successive furono condotte da Vaufray (1925), Graziosi e Maviglia (1942) e Bonfiglio (1982-1985, 1987, 1989, 1992, 1995, 1998, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006).

La Grotta di San Teodoro fu abitata dall’uomo entro uno spazio di tempo valutabile, all’incirca, tra i 12.000 e gli 8.000 anni a.C. che, dal punto di vista culturale, rappresenta l’ultimo periodo del Paleolitico Superiore italiano comunemente chiamato Epigravettiano finale. La singolarità e l’importanza della grotta è data dal ritrovamento delle prime sepolture paleolitiche siciliane: sono cinque crani e due scheletri eccezionalmente completi che per primi hanno consentito una conoscenza approfondita degli antichi abitanti della Sicilia.

Il rituale delle sepolture consisteva nella deposizione del defunto in una fossa poco profonda in posizione supina oppure sul fianco sinistro, circondato da ossa animali, ciottoletti ed ornamenti composti da collane fatte con denti di cervo. Tutte le deposizioni furono ricoperte da un leggero strato di terra e al di sopra fu sparsa dell’ocra (colorante naturale) che formava un sottile livello. La testimonianza più importante è data dal ritrovamento dei resti fossili di una donna di circa 30 anni, alta 164 cm alla quale è stato attribuito il nome di Thea (dal latino Theodora) per collegarlo a quello della grotta.

8 MARZO A PALERMO CON THEA DA ACQUEDOLCI, LA PRIMA DONNA DEI NEBRODI

Purchè non si dimentichino le sue origini di prima donna dei Nebrodi e della Sicilia; purché non si trascurino i suoi dati anagrafici, la sua intima provenienza, la sua autentica storia, la sua vera ‘patria’: Acquedolci (Messina)

Acquedolci (Nebrodi), 06/03/2011 – L'iniziativa è stata promossa dall'Universita' di Palermo per un 8 marzo che riporti alla memoria le prime donne della storia della Sicilia, da Thea da Acquedolci alle fanciulle dipinte sul soffitto dello Steri, architetura del 1380, i cui dipinti sono un omaggio alla bellezza ed alla dignità femminile. All’iniziativa è stato dato il titolo "140 secoli di donna" e coinvolge le istituzioni museali e le emergenze artistiche e architettoniche palermitane: dal museo Gennellaro allo Steri, appunto.

E’ proprio nel Museo Gemmellaro che vengono custoditi i resti fossili di quella che tutt’oggi sembra essere la prima dona di Sicilia, quella i cui resti fossili risalgono al tempo più antico: non vi è corpo di donna che superi l’età preistorica di Thea, così chiamata perché i suoi resti fossili furono ritrovati nella Grotta di San Teodoro, ad Acquedolci, in provincia di Messina.

Ora Thea si trova al Museo Gemmellaro di Palermo, dov’è visitabile.

"Abbiamo voluto rendere omaggio alla donna - dice il rettore Roberto Lagalla - valorizzando il filo rosso che lega due luoghi simbolo della citta' che raccontano la storia dell'Ateneo, l'uno sotto il profilo artistico, l'altro sotto quello scientifico”.Rendere omaggio alla donna di Sicilia e valorizzare l’arte, Palermo e l’ateneo va bene, purchè non si dimentichi l’identità delle persone e dei luoghi. Perché persona fu Thea e dignitosa fu la sua casa in Acquedolci, sebbene i suoi resti siano stati rinvenuti all’interno di quella grotta di san Teodoro che le diede il nome: Thea.

Thea, la donna più antica della Sicilia visse ad Acquedolci (Messina) circa 14 mila anni addietro e venne scoperta da un gruppo di studiosi all’interno della Grotta preistorica di San Teodoro, in comune di Acquedolci, nel 1937, assieme a tigri, rinoceronti, jene e ippopotami, ritrovati intatti, nelle loro posture d’amore.Proprio in quella grotta in provincia di Messina, nel cuore tirrenico dei Nebrodi, fu rinvenuto e portato alla luce lo scheletro fossilizzato di una donna dalla corporatura esile, vissuta migliaia di anni addietro, eppure manco infante se paragonata ai milioni di anni cui appartengono i resti fossili di parecchie specie animali rinvenuti nello stesso sito.E dalla grotta di San Teodoro, ai piedi del monte San Fratello, in comune di Acquedolci (Me), Thea prese il nome, dopo che gli studiosi furono in grado di risalire ai suoi connotati anagrafici e sessuali. Erano già gli anni ottanta quando gli esperti associarono a quello scheletro i connotati di femmina. Non era sola Thea in quella grotta. A farle compagnia altri sei individui: 4 maschi ed altre 2 femmine, che oggi vengono ospitati in diversi musei italiani.

Negli anni appena trascorsi di Thea sono state ricostruite le sembianze, il volto, presentato al Museo Naturalistico Gemmellaro di Palermo. Il volto di Thea è stato ricostruito attraverso il ricorso a tecniche specialistiche, ad opera di antropologi e studiosi dell'evoluzione. Ora, accanto allo scheletro integro di Thea è pure possibile vedere il suo volto, assieme alle informazioni su quell’unica sepoltura paleolitica mai scoperta in Sicilia.

 

 


Acquedolci si affaccia sulla costa tirrenica settentrionale siciliana, di fronte alle Isole Eolie, e si sviluppa alle falde del monte San Fratello. Il Monte è un massiccio calcareo (710 mt) che ospita la suggestiva Grotta di San Teodoro, sito archeologico che conserva una documentazione importante della storia faunistica e antropologica della Sicilia.

Il territorio comunale è delimitato ad ovest dal torrente Furiano  e ad estdal torrente Inganno . I monti che appartengono al comune sono parte dei Nebrodi. È distante 92 km da Messina e 125 km da Palermo.

Il territorio di Acquedolci è caratterizzato da colture agrarie, di vigneti, oliveti e agrumeti e diversi frutteti.


La storia di Acquedolci è legata alle vicende storiche dell'antica cittadina collinare di San Fratello, posta a 675 m sul livello del mare, e fondata durante la conquista normanna della Sicilia.

La storia della moderna Acquedolci inizia la notte dell'8 gennaio 1922, quando un imponente smottamento colpiva il centro abitato di San Fratello distruggendo i tre quarti delle abitazioni ed oltre dieci chiese. Migliaia di sfollati in fuga cominciavano a stabilirsi in ricoveri di fortuna ad Acquedolci, all'epoca piccolo borgo con circa 800 residenti,frazione di San Fratello denominato Marina di Acquedolci. Il borgo si sviluppava nei pressi dell'antico castello Cupane, attorno ad una torre medievale ormai distrutta nei pressi di un elegante costruzione conosciuta come "castello Di Giorgio". Gli sfollati della frana che si rifugiarono ad Acquedolci furono circa 1500 e trovarono rifugio nei pressi del Borgo della Marina, all'interno del Castello, in contrada Tressanti e in località Buonriposo. Ma in realtà la storia di questa elegante Città Giardino è molto antica. Durante l'epoca romana, Acquedolci, attraversata dalla Consolare Valeria, diventa una località di sosta presso la quale è possibile cambiare muli e operare lo scambio di posta. La località diviene parte della "Tavola Peutingeriana". In epoca medievale, la via Valeria diventa anche via Francigena percorsa da pellegrini che ad Acquedolci si riposano negli Hospitalia vicini al castello e si recano in preghiera alla Chiesa di San Giacomo, meta da tempo immemorabile di pellegrinaggi giacobei. Secondo la legenda la località attorno alla chiesa di San Giacomo,conosciuta anticamente come contrada " Tre Santi" ospitò per qualche tempo alcune reliquie dei tre santi martiri Alfio, Cirino e Filadelfo.

La denominazione "Acquedolci" però è avvolta nel mistero. Secondo lo storico Alfonso Di Giorgio, l'origine di questo nome è riconducibile agli scoli dei trappeti che lavoravano la canna da zucchero, introdotta in Sicilia in epoca araba, che rendevano dolciastra l'acqua del mare. Questa è la teoria "ufficiale" adottata per la realizzazione dello stemma comunale: "alla piantagione di canna da zucchero, fiorita, al naturale, terrazzata di verde; alla campagna di argento mareggiata di azzurro".

Tuttavia il nome del sito è ancora più antico dei trappeti stessi. Cicerone nel libro VII delle Verrine parla del porto commerciale e militare di Apollonia (l'antico nome greco di San Fratello), base per le imbarcazioni che difendevano la costa. Attraverso il "Carricatorum Aquarium Dulcium", Apollonia riforniva di viveri i romani e viveva del commercio dei prodotti locali (formaggi, olio, vino, frumento). Nell'Eneide si indica questa zona come il luogo secondo cui Enea sbarca durante il suo peregrinare attraverso il Mediterraneo. E' certo che, in epoca araba, era presente un fondaco, un magazzino attorno al quale ruotava il commercio dei prodotti locali. Di questa struttura, presumibilmente affiancata da una locanda, da un ricovero per i cavalli e da una stazione di posta, si ritrovano riferimenti sia negli scritti di Tommaso Fazello che cita le "Acquae deinde cognomate Dulce cum taberna Hospitatoria", sia negli scritti di Maurolico che annota "Acquae Dulce Fundaco". In questa località, in epoca romana, si trovava una stazione per il cambio dei muli lungo la via Valeria che attraversava questo territorio.

L'antico porto di cui parla Cicerone si trovava probabilmente in via del Caricatore nei pressi del castello, la "Taberna", di cui parla il Fazello, ed era posta nelle vicinanze dell'attuale stazione ferroviaria. La ricchezza di acqua nel territorio e la presenza di trappeti per la lavorazione dello zucchero sarebbero alla base dell'altra teoria sull'origine del nome.

Una terza teoria sull'origine del nome ha natura leggendaria. Secondo questa leggenda, sotto il territorio di Acquedolci scorrerebbero copiosi fiumi sotterranei, a causa dei frequenti smottamenti del monte San Fratello. Questi fiumi affiorerebbero a poche miglia dalla costa, rendendo l'acqua del mare dolce e potabile. La leggenda racconta inoltre, che gli antichi Romani, durante le guerre puniche, spesso attingevano acqua potabile direttamente in mare, evitando così di scendere sulla terraferma. Questa teoria dei fiumi sotterranei sembra essere confermata dalle recenti indagini effettuate nel sottosuolo dopo l'ennesima frana che ha colpito nel 2010, il paese di San Fratello. I rilevamenti indicano che la montagna rappresenta un enorme bacino idrico. Il nome Acquedolci quindi deriverebbe dalla presenza di sorgenti d'acqua dolce nel suo territorio. Ancora oggi una località della zona si chiama Favara, termine arabo che indica appunto una sorgente d'acqua. Fino a qualche decennio fa, prima di essere ricoperto, il piccolo torrente Favara faceva ruotare la macina del mulino posto a ridosso del muro di cinta del castello.

Era nota la presenza di un trappeto, risalente al 1.400, per la lavorazione dello zucchero e di una torre fatta costruire dai nobili signori di San Fratello i Larcan all'interno della quale era presente una locanda. Nei secoli successivi, attorno all'imponente torre (oggi distrutta), si sviluppò un castello che venne ingrandito dalle famiglie Gravina e Cupane. All'interno della struttura si trova la Chiesa di San Giuseppe (attualmente sconsacrata). Il castello è di proprietà del comune. IL piccolo borgo di Marina Vecchia, si sviluppa nei pressi dell'edificio e rappresenta la parte più antica dell'abitato.

Acquedolci rientra tra le località attraversate dalla via Francigena, la rinomata via del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. La piccola chiesa di San Giacomo, costruita tra l'VIII e il IX secolo, meta di pellegrinaggi, venne più volte distrutta dai Saraceni, ricostruita nel 1362, venne restaurata nel XVIII secolo e negli anni '90 del secolo appena trascorso. Viene officiata il 25 luglio in occasione della ricorrenza di San Giacomo.

Interessante sotto il profilo architettonico è anche il piccolo Borgo sviluppatosi in località Nicetta, attorno alla chiesa di Sant'Aniceto. Altre borgate storiche sono l'Oliveto e S. Anna nei pressi della strada statale per Cesarò.

Il Novecento

Come anticipato, l'attuale centro abitato (Marina Nuova) fu costruito a partire dal 1922, in seguito alla frana che colpì il vicino paese di San Fratello. Questo drammatico evento costrinse migliaia di abitanti a trasferirsi nel borgo denominato "Marina di Acquedolci" in ricoveri di fortuna nei pressi della località Buonriposo. Il governo, grazie all'impegno del Ministro della Guerra gen. Antonino Di Giorgio, varò la legge n. 1045 del 9 luglio 1922, che prevedeva la ricostruzione dell'abitato di San Fratello in altro luogo, identificato nella frazione "Acquedolci". Per l'occasione venne realizzato un progetto urbanistico per la realizzazione di una elegante Città Giardino, che si ispira alle cittadine in stile liberty europee, caratterizzate da un'alternanza tra architettura e spazi verdi. Acquedolci rappresenta uno dei primi Piani regolatori della storia italiana postunitaria. Il "Piano Acquedolci" prevedeva la realizzazione di un insediamento con ampie strade allineate e suddivise in isolati che fanno da contorno ai principali edifici pubblici. Le ampie strade e i grandiosi giardini avrebbero garantito ai residenti facili vie di fuga in caso di calamità.

In pochi anni si costruirono alloggi popolari dignitosi ed ampi, dotati di piccoli cortiletti (cosiddetti Bagghi) conosciuti come "ricoveri stabili" in via Trento, in via Gorizia, in via Trieste ed in via Fiume. Il quartiere realizzato in questa area prese il nome di "Borgo Marina Nuova". In Via Armando Diaz, vennero edificati i cosiddetti "Padiglioni", abitazioni popolari a schiera ceduti ai disastrati della frana a prezzi di favore.

Vennero anche realizzate prestigiose palazzine in stile liberty come il palazzo Ricca progettato da Alessandro Giunta, il Palazzo Di Giorgio progettato da Vincenzo Perrucchetti[4] e ancora i palazzi Scaglione, Rotelli, Catania, Basile, Gerbano, Latteri, Sidoti e Mammana. Sempre in questo periodo vennero costruiti il Palazzo del Municipio (1924-1926) e la monumentale Chiesa Madre Santa Maria Assunta, conosciuta anche con il con il nome di Chiesa Madre San Benedetto il Moro, edificata tra il 1925 e il 1928 e caratterizzata da una maestosa torre campanaria.

Sotto la dittatura fascista fu avviata la costruzione dell'edificio delle Poste e Telegrafi (oggi adibito a Caserma dell'Arma) e del complesso scolastico che ospita le scuole elementari. Il comune di Palermo finanziò l' "Asilo Infantile", progettato da Salvatore Roberti. L'edificio ospita oggi le Scuole Medie.

Acquedolci è inclusa tra le città di fondazione nel periodo fascista[5], anche se la sua fondazione è avvenuta precedentemente, durante il primo governo Facta.

Gli edifici sicuramente più rappresentativi del nuovo modello edilizio della Città giardino sono: l'elegante Palazzo Municipale, che si ispira ai palazzi tardorinascimentali, abbellito dalla monumentale Piazza Vittorio Emanuele III e dalla fontana posta al centro della piazza e la maestosa Chiesa Madre denominata San Benedetto il Moro che col maestoso campanile domina la grandissima piazza Duomo.

Entrambi le strutture monumentali si trovano in una posizione soprelevata rispetto alla strada statale 113 (via Ricca Salerno). Il grande Parco Urbano separa l'edificio religioso dall'edificio politico.

Negli stessi anni venne realizzato il cimitero comunale monumentale all'interno del quale si trova una chiesa e le cappelle gentilizie delle famiglie Ricca Salerno, Di Giorgio, Catania, Ricca e Latteri. Il paese è ancora oggi servito da un'efficiente rete idrica e fognaria realizzata in quegli anni. Tuttavia il completo trasferimento della popolazione sanfratellana non si è mai concluso e non venne mai completato l' originario progetto redatto negli anni venti, a causa di interessi localistici da parte di alcuni politici sanfratellani.

La veloce crescita demografica, la negazione di servizi alla frazione, il definirsi di una cultura locale, il mancato utilizzo ad Acquedolci dei contributi destinati a riparare i danni causati dai bombardamenti della II Guerra Mondiale, fecero aumentare i contrasti tra la frazione di Acquedolci e il comune di San Fratello, contrasti che sin dagli anni trenta erano in atto. Una delegazione rappresentava presso il comune di San Fratello le esigenze della sempre più popolosa Acquedolci. Nei primi anni cinquanta, un gruppo di cittadini, guidati dal Parroco del paese diede vita ad un comitato spontaneo che cominciò a reclamare con insistenza l'autonomia da San Fratello, ottenuta il 12 novembre e diventata esecutiva 28 novembre 1969. Le polemiche e le rivendicazioni patrimoniali, conseguenti alla conquistata autonomia, a distanza di quasi mezzo secolo, non sono ancora terminate ed è ancora in corso la procedura per la divisione patrimoniale tra i comuni di Acquedolci e San Fratello che, colpita nell'anno 2010 da una nuova disastrosa frana, sta vivendo un gravissimo spopolamento.

Monumenti e luoghi d'interesse

I resti del castello
Ingresso del castello Marina vecchia e castello  [modifica]Marina Vecchia rappresenta il suggestivo Borgo storico del comune di Acquedolci (cittadina costruita nell'ultimo secolo a partire dal 1922 e conosciuta come Marina Nuova). Il Borgo della Marina,è delimitato dalle vie Castello e Apollonia.Il cuore del pittoresco quartiere è la via Vecchia Marina, strada di collegamento che unisce il centro alla zona balneare del "Buffone". Particolare rilevanza architettonica rappresentano i ruderi del vecchio castello, all'interno del quale sono ancora riconoscibili le cantine, gli appartamenti privati del Barone e i saloni. Tra le rovine si trova la sconsacrata chiesetta di San Giuseppe, recentemente recuperata, che custodisce il pregevole altare settecentesco di San Giuseppe. Il castello fu edificato tra il XVII e il XVIII secolo dai principi di Palagonia. La torre, fatta costruire dai baroni Larcan di origine catalana, fece parte del complesso di torri d'avvistamento fatte edificare da Carlo V, nel XVI secolo, per la difesa delle coste siciliane. La torre finì per costituire la parte importante del castello attorno al quale si sviluppò nel XVI secolo il Borgo delle AcqueDolci. La Marina Vecchia è costituita anche da un nucleo di case settecentesche, alcune delle quali si trovano purtroppo in una situazione di degrado. Il Borgo della Marina Vecchia comprende anche la chiesetta di San Giacomo che si trova lungo l'antica Via Francigena ed è meta di pellegrinaggi da circa mille anni.

Architetture religiose
Chiesa madre di San Benedetto il Moro( Maria SS. Assunta);
Chiesa di San Giacomo Maggiore;
Chiesa rurale di Sant'Anna;
Chiesa rurale di Sant'Aniceto;
Chiesa sconsacrata di San Giuseppe al Castello Cupane;
Chiesa Maria SS. Assunta presso Istituto Padri Giuseppini del Murialdo;
Cappella del Sacro Cuore presso Suore Riparatrici del Sacro Cuore;
Cappella Cimiteriale.


Grotta di San Teodoro

La grotta di San Teodoro (Sicilia) si apre a 140 metri sul livello del mare sulla parte rocciosa del Pizzo Castellaro, propaggine settentrionale dell’imponente Monte San Fratello, a circa 2 km a sud-est del centro abitato di Acquedolci (ME). Deve questo nome ai monaci Basiliani che intorno al mille si rifugiarono al suo interno, in fuga dall'oriente Iconoclasta.

Storia

La grotta, formatasi in seguito ad un fenomeno carsico verificatosi all’incirca otto-dieci milioni di anni fa, conserva una documentazione molto ricca e molto importante della storia della Sicilia, in termini di popolamenti di animali, ormai estinti, e di resti dell’uomo preistorico.

La prima segnalazione della Grotta di San Teodoro e dei depositi paleontologici e paleoetnologici ubicati al suo interno e sul talus ad essa antistante, si deve alla esplorazione del Barone Anca che nel 1859 eseguì un primo saggio di scavo. Egli notò che all’interno vi erano depositi del Paleolitico superiore e nell’ampio saggio che fece all’ingresso della grotta trovò un sedimento che conteneva resti di animali (elefante nano, iena, cervo, cinghiale, orso, asino). Indagini successive furono condotte da Vaufray (1925), Graziosi e Maviglia (1942) e Bonfiglio (1982-1985, 1987, 1989, 1992, 1995, 1998, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006)

La Grotta di San Teodoro fu abitata dall’uomo entro uno spazio di tempo valutabile, all’incirca, tra i 12.000 e gli 8.000 anni a.C. che, dal punto di vista culturale, rappresenta l’ultimo periodo del Paleolitico Superiore italiano comunemente chiamato Epigravettiano finale. La singolarità e l’importanza della grotta è data dal ritrovamento delle prime sepolture paleolitiche siciliane: sono cinque crani e due scheletri eccezionalmente completi che per primi hanno consentito una conoscenza approfondita degli antichi abitanti della Sicilia.

Il rituale delle sepolture consisteva nella deposizione del defunto in una fossa poco profonda in posizione supina oppure sul fianco sinistro, circondato da ossa animali, ciottoletti ed ornamenti composti da collane fatte con denti di cervo. Tutte le deposizioni furono ricoperte da un leggero strato di terra e al di sopra fu sparsa dell’ocra (colorante naturale) che formava un sottile livello. La testimonianza più importante è data dal ritrovamento dei resti fossili di una donna di circa 30 anni, alta 164 cm alla quale è stato attribuito il nome di Thea (dal latino Theodora) per collegarlo a quello della grotta.




8 MARZO A PALERMO CON THEA DA ACQUEDOLCI, LA PRIMA DONNA DEI NEBRODI

Purchè non si dimentichino le sue origini di prima donna dei Nebrodi e della Sicilia; purché non si trascurino i suoi dati anagrafici, la sua intima provenienza, la sua autentica storia, la sua vera ‘patria’: Acquedolci (Messina)
Acquedolci (Nebrodi), 06/03/2011 – L'iniziativa è stata promossa dall'Universita' di Palermo per un 8 marzo che riporti alla memoria le prime donne della storia della Sicilia, da Thea da Acquedolci alle fanciulle dipinte sul soffitto dello Steri, architetura del 1380, i cui dipinti sono un omaggio alla bellezza ed alla dignità femminile. All’iniziativa è stato dato il titolo "140 secoli di donna" e coinvolge le istituzioni museali e le emergenze artistiche e architettoniche palermitane: dal museo Gennellaro allo Steri, appunto.
E’ proprio nel Museo Gemmellaro che vengono custoditi i resti fossili di quella che tutt’oggi sembra essere la prima dona di Sicilia, quella i cui resti fossili risalgono al tempo più antico: non vi è corpo di donna che superi l’età preistorica di Thea, così chiamata perché i suoi resti fossili furono ritrovati nella Grotta di San Teodoro, ad Acquedolci, in provincia di Messina.

Ora Thea si trova al Museo Gemmellaro di Palermo, dov’è visitabile.

"Abbiamo voluto rendere omaggio alla donna - dice il rettore Roberto Lagalla - valorizzando il filo rosso che lega due luoghi simbolo della citta' che raccontano la storia dell'Ateneo, l'uno sotto il profilo artistico, l'altro sotto quello scientifico”.

Rendere omaggio alla donna di Sicilia e valorizzare l’arte, Palermo e l’ateneo va bene, purchè non si dimentichi l’identità delle persone e dei luoghi. Perché persona fu Thea e dignitosa fu la sua casa in Acquedolci, sebbene i suoi resti siano stati rinvenuti all’interno di quella grotta di san Teodoro che le diede il nome: Thea.

Thea, la donna più antica della Sicilia visse ad Acquedolci (Messina) circa 14 mila anni addietro e venne scoperta da un gruppo di studiosi all’interno della Grotta preistorica di San Teodoro, in comune di Acquedolci, nel 1937, assieme a tigri, rinoceronti, jene e ippopotami, ritrovati intatti, nelle loro posture d’amore.

Proprio in quella grotta in provincia di Messina, nel cuore tirrenico dei Nebrodi, fu rinvenuto e portato alla luce lo scheletro fossilizzato di una donna dalla corporatura esile, vissuta migliaia di anni addietro, eppure manco infante se paragonata ai milioni di anni cui appartengono i resti fossili di parecchie specie animali rinvenuti nello stesso sito.

E dalla grotta di San Teodoro, ai piedi del monte San Fratello, in comune di Acquedolci (Me), Thea prese il nome, dopo che gli studiosi furono in grado di risalire ai suoi connotati anagrafici e sessuali. Erano già gli anni ottanta quando gli esperti associarono a quello scheletro i connotati di femmina. Non era sola Thea in quella grotta. A farle compagnia altri sei individui: 4 maschi ed altre 2 femmine, che oggi vengono ospitati in diversi musei italiani.

Negli anni appena trascorsi di Thea sono state ricostruite le sembianze, il volto, presentato al Museo Naturalistico Gemmellaro di Palermo. Il volto di Thea è stato ricostruito attraverso il ricorso a tecniche specialistiche, ad opera di antropologi e studiosi dell'evoluzione. Ora, accanto allo scheletro integro di Thea è pure possibile vedere il suo volto, assieme alle informazioni su quell’unica sepoltura paleolitica mai scoperta in Sicilia.



 
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