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Il botto
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di Paolo Ullo

La scusa magna, suprema, per rinunciare definitivamente al viaggio a Mosca, anche dopo le Olimpiadi, non venne dalla solidarietà all’Afghanistan occupato dai Russi, ma da un dramma di casa nostra; non per paura, né per lutto collettivo, nazionale, ma per rabbia, di fronte alla mia impotenza contro il male, a inizio Agosto, cancellavo, almeno nell’immediato, ogni progetto di viaggio, al di fuori di quelli imposti dal mio lavoro. La decisione, istintiva e difficile da mantenere, era maturata la sera, a casa, sotto il martellamento continuo dei telegiornali, per i quali, e qualsiasi altra forma d'informazione, la morte diventa spettacolo.

Alle 12,30, al cambio a Porta Susa, avevo saputo di qualcosa di grosso, dalla coppia di macchinisti montanti. Notizie confuse, ascoltate di striscio, scappando per prendere il tram, di morti, feriti, che, a sentirle, fanno subito pensare a un incidente ferroviario. Sarebbe meglio che certi fattacci non giungessero mai alle orecchie; se ci arrivano, è perché sono successi e cerco di prendere tempo prima di avere un quadro più dettagliato. Nel frattempo potrebbero giungere delle smentite o un ridimensionamento della gravità; sul tram, nonostante l’abituale mutismo di passeggeri che non si conoscono, due signore in testa alla vettura, che si erano attardate al mercato per commentare, localizzano, geograficamente, l’argomento della loro discussione. Tutto mi giunge frammentato, sia perché interrotto da esclamazioni di sconsolata meraviglia, sia perché stavo in coda e alle mie orecchie ne è risparmiata una più particolareggiata conoscenza. Bologna!

E se era successo in quella grande stazione, restando nel campo dell’incidente, poteva essere stato un deragliamento a bassa velocità per un guasto a uno scambio, o una confluenza d'itinerari o scontro frontale, per il superamento di un segnale sul rosso. No, no, non possono succedere di questi pasticci a Bologna! Se ne risentiva quel poco di orgoglio professionale, che avevo e mi stava crescendo; quando scesi a Piazza Castello, per prendere il “64”, dietro lo scuotimento di teste e di mani delle signore rimaste sul tram, ci doveva stare qualcosa di determinato, voluto, non ferroviario, spaventoso. Se l’autobus partiva subito, avrei fatto in tempo, se non c’era già un'edizione straordinaria, a beccare dall’inizio il telegiornale delle tredici, quello che, più dei Tg della sera, fa passare la voglia di mangiare, sciorinando tutto ciò che di più brutto era successo dalla fine dei Tg della sera precedente, in un intervallo maggiore, quindici ore, contro le sei che separano i Tg della giornata in corso.


Eccola la frittata, “il bel piatto di pesci” da portare a casa, inteso, dalle mie parti, come brutta notizia da comunicare ai parenti delle vittime; deve essere stata qualcosa di simile, immaginata, che non ho mai visto, alla pesca con il botto che spezza la spina dorsale ai pesci e li fa galleggiare. Come dei pescatori di frodo, i cultori dello stragismo avevano individuato in una stazione ferroviaria, in pieno esodo estivo, una ricca sacca d'ignare prede; quella di Bologna si prestava per un botto di sicuro effetto.

Ai morti, in tutte le morti tragiche, è risparmiata la baldanza di chi esercita il diritto all’informazione; dietro un moderno, aggressivo e rampante giornalismo, che strombazza ai quattro venti, senza pudore, la strage e le sue conseguenze, trite e contrite fino all’ennesimo, il loro, funerale solenne. A esse, le vittime, e solamente a esse, non giungerà il macabro rituale di gonfiare numeri e gravità, di trattare la loro morte per incrementare le vendite, segno spudorato della libertà della stampa d'invadere il campo dei sentimenti nel dolore. L’abilità degli strilloni di una volta, di suscitare curiosità e sgomento, è sostituita dallo stillicidio di ricostruzioni degli ultimi istanti e della fatale presenza delle vittime nella sala d’attesa, prima del botto.

Tutto, o quasi tutto, va sotto l’impietoso occhio e orecchio di telecamere, obiettivi fotografici e microfoni, in un ristretto campo d’azione, il luogo dell’esplosione al primo binario un concentrato di soccorritori, bisognosi di aiuto, ciascuno con un ruolo che darà spettacolarità a un dramma della vita già consumato. Nel gran calderone c’è posto per dettagli e ingrandimenti che suscitano il pietismo collettivo, lacrime di coccodrillo e l’accanimento sulla tragedia; vero sciacallaggio mediatico, mi disturba al punto di spegnere con rabbia il piccolo televisore, gracchiante, forse, a modo suo, d’accordo con me nell’oscurare tutto e tentare di riposare. Ero alzato dalle 5 del mattino e la mia necessità di mangiare, come sempre quando non posso arrivare a casa prima di mezzogiorno, era già stata esaudita con biscotti, pane duro e frutta; troppo frugale perchè sia un pasto da accompagnare con un pisolino pomeridiano, ma avrei ricompensato la sera, senza notizie Tg, con una cena e una dormita più sostanziose.

Disteso sul divano, nella sua funzione prossima al lettino, pensavo ai vantaggi di non essere aspettato da nessuno in casa; non solo quel 2 Agosto, in cui il botto dei vigliacchi ha gettato nello sconforto tanta gente, ma anche in seguito. Non si ha il diritto di chiedere a una sconosciuta, su suggerimento di un nero budello sotterraneo, di preoccuparsi se arrivi tardi, se non torni a casa, per essere incappato in un atto terroristico. Di giorno esci da casa, o ci devi tornare, e sei libero di temporeggiare su una panchina, fingendo di aspettare, con l’orologio da polso in mano, sbuffando noia, tanto per ingannare il tempo e, soprattutto, te stesso, perché a nessuno di quelli, ai quali pensi che giunga la tua mimica, interessa e commuove la tua solitudine.


6 agosto 1980: i funerali

All’alba o in piena notte, non devi entrare o uscire da casa o dal letto, sgattaiolando in punta di piedi come un ladro o un amante clandestino; non hai nessuno da accarezzare o invitare a continuare a dormire, se il tuo arrivo ha interrotto un dormiveglia o un sonno profondo. In quel momento che ero già a casa, mi sentivo fortunato sopravvissuto, anche se il botto era avvenuto, stando a un prontuario di distanze ferroviarie, a 272 chilometri, mentre stavo in sosta a Casale Monferrato, fra le 9,30 e le 11, proveniente da Mortara e diretto a Torino.

Nel silenzio protettivo, ovattato, della casa vuota, rotto a intervalli, forse regolari, dal passaggio del tram sul Largo sotto casa, mi fischiavano le orecchie; in decompressione da tutti i rumori della mattinata, allo stesso modo di quando, in alta montagna le spurgavo, dall'aumentata pressione interna, tappandomi il naso. Simili alle bollicine di gas da una bottiglia di spumante appena stappata, in ordine cronologico uscivano dalla mia memoria, gli sfiati dell’apparato frenante e i ruggiti dei motori in avviamento dell’automotrice Aln 773 – 3533. Alle 10,25, sul marciapiede della Stazione di Casale Monferrato, proveniente dal groviglio di rotaie, che la mettono in contatto di acciaio con Bologna, non mi giunsero nessun botto e vibrazione di morte.

Considerando la velocità di propagazione del suono e il punto origine, soltanto novanta secondi dopo, mi poteva giungere quel che sarà rimasto dell’esplosione, da un lungo viaggio; su un buon conduttore e, quasi alla fine, l’attraversamento di tre grossi fiumi, lo Scrivia, il Bormida e il Tanaro, avrebbe messo alla prova anche orecchie appoggiate sulle rotaie, di fuorilegge in attesa per l’assalto al treno. Mi era successo altre volte di ricorrere a concetti e ragionamenti di Fisica accompagnati da calcoli di Aritmetica spicciola, io che la Matematica la digerisco male, per stordirmi e cercare di lasciare fuori dalla mente avvenimenti tristi o drammatici.

È come contare le pecorelle, immaginandole raccolte al pascolo, per bambini insonni, che si girano e si rigirano nel lettino, travolti da intense emozioni, le loro, sicuramente piacevoli; le mie sgradevoli, amare, da non far prendere sonno, dopo la levataccia del mattino. Domani, Domenica 3 Agosto, mi toccava alzarmi alla stessa ora, direzione Genova, per un carico di umanità simile a quello preso di mira a Bologna, vacanzieri provenienti dalla Francia e diretti in Liguria; con questo senso di paura, accompagnata da una sequenza di potenziali botti a qualsiasi ora e in qualsiasi punto del viaggio, devo essermi addormentato.

Che sia caduto in uno stato di torpore, dal quale uscivo rilassato nel corpo e, sembrava, anche nello spirito, me lo confermava il risveglio provocato dall’ultimo sogno; incompleto, singolare e anacronistico, che mi ha riportato alla realtà. Stimolate da un vaticinio emesso da un poeta cantore, in vena di scherzi, e giunto in ritardo di tre mesi, a occhi aperti e completamente lucido, combattevo contro associazioni d'idee, concomitanze di date e similitudini, che il servizio su Genova dell’indomani riportava prepotentemente a galla.

Non avevo più addosso la tensione accumulata dopo la conoscenza del fattaccio di Bologna; non avevo voglia di alimentarla con i Tg della sera, già in palinsesto per riempire di mestizia la serata di chi starà davanti a un televisore accesso nei salotti, sale da pranzo o angolo cottura di molte case. Non ero nelle condizioni di appartenere a un gruppo familiare a cena, i cui componenti, fra un boccone e l’altro, trovano l’attimo per restare a bocca aperta, impietriti, vittime del sadismo della stampa, nel mostrare e registrare gli effetti delle morti violente.

Durante la mia cena, mi sarei risparmiato i particolari che, già prima dei Telegiornali della tarda mattinata, con continui aggiornamenti, avevano fatto rabbrividire, solo per sentito dire, le due signore sul tram; non perché ero insensibile al dolore, ma m'immunizzavo, finché mi sarebbe stato possibile, non potendo dividere, con nessuno, neanche il suo contrario. Avevo già pronto da mangiare al ritorno, l’istinto alla sopravvivenza non mi mancava, e il pisolino del primo pomeriggio mi aveva rinfrancato al punto, che trovai l’occasione di andare a localizzare la Biblioteca Civica in Via della Cittadella. Era quello il luogo che, intuitivamente, poteva essermi d’aiuto, fare al caso mio, in previsione di future esplorazioni nelle polveri della Storia....

Tornato a casa, che quasi faceva buio, mi sentivo alleggerito della tensione accumulata nella mattinata e in grado di assorbire, senza scossoni, le ultime notizie da Bologna, per tentare di capire quale turbativa poteva derivarne nel viaggio di servizio per e da Genova dell’indomani; all’andata, con il treno di emigranti dalla Francia diretti ai luoghi d’origine al Sud, non potevano esserci problemi e neanche al ritorno, forse qualche ritardo per abbondanza di treni instradati sulla linea tirrenica. Considerazioni professionali e non curiosità da raccapriccio, mi spinsero ad accendere il Tv portatile; quel poco che bastava per non oltrepassare i confini del disgusto.

Non era mia intenzione rovinarmi la cena e quel poco di sonno che mi era concesso nella notte; nel grande balletto di numeri, ipotesi, supposizioni e corbellerie da concitazione, non c’era spazio per previsioni sulla regolarità del mio servizio. Al confronto con il dramma, consumato in una sala d’attesa, sarebbe stato di un'irrilevanza che mi faceva arrossire di vergogna per averci pensato. Alla fine del servizio sarei tornato a casa e qualsiasi disagio da affrontare l’avrei incassato, senza mugugni; dovevo andare a lavorare in tranquillità, come tributo emotivo e simbolico verso chi è morto, vittima di collezionisti dell’orrore, e non saprà mai perché.

Ammesso che a saperlo, ti prepari meglio a far contento il tuo assassino; non era il caso di fare altre considerazioni, scontate, da crisi esistenziale, sulla morte, proprio io che fino a ora ero passato su tutto con una scrollata di spalle. Stasera avrei reagito con una cena che d'intimo aveva solo il silenzio; per mancanza d'interlocutore e perché avevo zittito quell’elettrodomestico apportatore di maggior tristezza.....


Ullo Paolo


 
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