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Alle ore 05 21'42'' un terremoto di magnitudo XI su XII della scala Mercalli (Ritter 7.1) in 37 secondi rase al suolo le città di Messina e Reggio Calabria provocando nella sola città di Messina oltre centomila morti.

E' stata la più grave catastrofe naturale in Europa per numero di vittime, a memoria d'uomo, e del disastro naturale di maggiori dimensioni che abbia colpito il territorio italiano in tempi storici.

Messina, sede della 1^ squadriglia torpediniere della Regia Marina, si trovarono ancorate nel porto le torpediniere "Saffo", "Serpente", "Scorpione", "Spica" e l'incrociatore "Piemonte"; a bordo di quest'ultimo un equipaggio di 263 uomini tra ufficiali, sottufficiali e marinai. Alle otto del mattino della stessa giornata del 28, la "Saffo", riuscì ad aprirsi un varco fra i rottami del porto. I suoi uomini e quelli della Regia Nave "Piemonte" sbarcarono dando così inizio alle opere di soccorso. Furono accolti immediatamente oltre 400 tra feriti e profughi, che furono successivamente trasportati via mare a Milazzo. Non fu possibile ritrovare vivo il comandante della "Piemonte", Francesco Passino, sceso a terra nella serata precedente per raggiungere la famiglia e deceduto unitamente alla stessa a causa dei crolli.

A bordo dell'incrociatore, raggiunto da alcuni ufficiali dell'esercito sopravvissuti al disastro e in accordo con le autorità civili, furono assunti i primi provvedimenti per raccogliere e inquadrare il personale disponibile, informare dell'accaduto il Governo e chiedere rinforzi.

Allo scopo l'incarico fu attribuito al tenente di vascello A. Belleni che con la sua torpediniera, la "Spica" e altre unità lasciò il porto di Messina, nonostante le cattive condizioni del mare. Da Marina di Nicotera nel primo pomeriggio riuscì a trasmettere un dispaccio telegrafico. Il messaggio arrivò a Roma dopo tre-quattro ore, non si sa perché (forse le linee telegrafiche erano parzialmente danneggiate, nel tratto a nord di Nicotera). Dello stesso fu poi data comunicazione anche al ministro delle Marina.

Ma già all'alba del 29 la rada di Messina si era affollata. Una squadra navale russa alla fonda ad Augusta si era diretta a tutta forza verso la città con le navi "Makaroff", "Guilak", "Korietz", "Bogatir", "Slava" e "Cesarevič". Subito dopo fecero la loro comparsa le navi da guerra britanniche "Sutley", "Minerva", "Lancaster", "Exmouth", "Duncan", "Euryalus". Il comandante russo ammiraglio Ponomarëv fece approntare i primi soccorsi, prestando anche opera di ordine pubblico contro gli sciacalli che vennero spesso fucilati dopo processi sommari, resi difficili anche a causa delle incomprensioni linguistiche.

Le navi italiane giunte il giorno 30 si ancorarono in terza fila. Nonostante la sorpresa nessuno reagì più di tanto anche se, qualche tempo dopo, la stampa intervenne polemicamente.

Messe in mare le scialuppe anche gli equipaggi italiani furono sbarcati e impiegati secondo le esigenze del caso. Il Re e la Regina arrivarono all'alba del 30. Con una lancia a motore, accompagnati dai ministri Bertolini e Orlando, percorsero la costa per poi fare ritorno a bordo della loro nave. La Regina rimasta sulla corazzata contribuì con grande impegno alla cura degli infermi, mentre il Re raggiunse la terraferma per portare alle truppe italiane e straniere, impegnate nelle difficili operazioni di prima assistenza, le proprie espressioni di elogio e riconoscenza.

Re Vittorio Emanuele III sbarcò a Messina la mattina del 30 dicembre 1908, accompagnato dalla Regina Elena e dai ministri Vittorio Emanuele Orlando, Carlo Mirabello e Pietro Bertolini.

Sulla banchina del porto (dinnanzi alle rovine della Palazzata), erano attesi dal Prefetto Adriano Trinchieri e dal Sindaco di Messina Gaetano D'Arrigo Ramondini. Il sindaco D'Arrigo per nulla intimorito, si rivolse al sovrano dicendo che l'aiuto era giunto ai messinesi dai russi, e non dagli italiani. Il Re lo interruppe dicendo "E lei si fa vivo adesso che tutto è finito?". Infatti poco prima il prefetto della città, Trinchieri, gli aveva comunicato che il sindaco era scappato, preso dal terrore, e per un giorno si era reso irreperibile. D'Arrigo venne immediatamente destituito, sia per la fuga sia per l'irriverente polemica.

Venne proclamato lo stato d'assedio e furono conferiti i pieni poteri al generale Francesco Mazza che aveva ricevuto l'ordine di radere al suolo tutta la città che poi fortunatamente fu revocato.

Esclusa l'ipotesi, sostenuta da alcuni uomini politici di ricostruire Messina in altro luogo, il 12 gennaio 1909, il Parlamento italiano deliberava la rinascita sul sito storico della città,fermando così l'intervento del Generale Mazza mandato a Messina per raderla completamente al suolo, ma con le severe prescrizioni dettate da una Commissione nominata dal governo.

L'incarico di redigere il nuovo piano urbanistico fu affidato al dirigente dell'ufficio tecnico comunale ing. Luigi Borzì, il cui progetto sull'impronta ideale tracciata dalle linee del piano Spadaro del 1869, fu approvato alla fine del 1911.

A differenza della ricostruzione dopo il sisma del 1784, che, nonostante la distruzione di gran parte della città, non ne mutò minimamente l'aspetto, il Piano regolatore Borzì disegnava una città quasi totalmente nuova, con palazzi di modesta altezza (non più di due o tre piani, anche per quelli pubblici), lunghe strade diritte larghe 14 metri, pianta ortogonale e isolati a scacchiera.

La ricostruzione della Palazzata fu controversa e oggetto di polemiche. Il piano Borzì non ne prevedeva la ricostruzione in quanto tra le prescrizioni della Commissione governativa, c'erano il divieto di costruire "edifici destinati ad abitazioni permanenti in prossimità della spiaggia" e l'obbligo di "una distanza dialmeno cento metri dal ciglio esterno delle banchine o dalla battigia del mare".

La questione venne accantonata fino al 1930, quando fu bandito un concorso per il progetto di una nuova Palazzata, dimezzata in altezza e larghezza rispetto alla precedente e con volumi staccati invece della,preesistente cortina edilizia.


 
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