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Rubens - Caravaggio due natività a confronto.
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Rubens – Caravaggio due Natività a confronto

di Nino Principato

Furono contemporanei, Rubens e Caravaggio, due vite parallele che si trovarono in Italia nello stesso periodo ma, per quegli strani scherzi che a volte gioca il destino, non si incontrarono mai. L’uno in giro per l’Italia ad assolvere l’incarico di consulente artistico per conto dei Gonzaga di Mantova, l’altro braccato da un implacabile “bando capitale” di sentenza di morte che lo costringeva a fuggire, ramingo, da una città all’altra.

 

Pieter Paul Rubens, fiammingo, era nato nel 1577 e morto nel 1640; Michelangelo Merisi detto il “Caravaggio”, era nato sei anni prima, nel 1571, e morto prematuramente nel 1610, a soli trentanove anni. Al servizio di Vincenzo Gonzaga, non soltanto come pittore di corte, Rubens fu anche direttore della galleria ducale e nell’assolvimento di tale incarico, fra l’altro, fece acquistare dai Gonzaga per 180 scudi d’oro proprio un dipinto di Caravaggio che era stato rifiutato dai committenti: la “Morte della Madonna” (1605-06) oggi custodito al Louvre di Parigi.

L’opera fu l’ultima dipinta a Roma dal Merisi, destinata all’altare della seconda cappella di sinistra nella chiesa di Santa Maria della Scala a Trastevere. Accettata dal committente, il giurista Laerzio Cherubini, fu poi sdegnosamente respinta dai carmelitani scalzi perché ritenuta indecente dal momento che Caravaggio aveva raffigurato, nei panni della Vergine morta, una prostituta gonfia ed emaciata ripescata dalle acque del Tevere. Gli accordi per l’acquisto risalgono alla fine del 1607, quando Caravaggio aveva abbandonato Roma e si trovava rifugiato a Napoli.

 

Nel 1608, quando Rubens dipinge la “Natività” e l’ultima opera del suo soggiorno italiano, la pala per la Chiesa Nuova dell’Ordine dei Filippini a Roma, Caravaggio giunge a Messina alla fine di dicembre dello stesso anno: ancora una volta, i due non si incontrarono. Il bergamasco dipingerà anche lui un’”Adorazione dei pastori” nel 1609 ma il fiammingo è già partito, da un anno, alla volta di Anversa.

 

Le due opere, messe a confronto, rivelano la profonda diversità di due artisti posti di fronte ad un identico problema, quello della cosiddetta “pittura di historia”. In Rubens l’immaginazione è forza vitale, quindi il passato è vita che prosegue nel presente, che si traduce perciò nell’intensa vitalità delle immagini. Fenomenica che è frutto di immaginazione, sia essa naturale o soprannaturale, che essendo rappresentazione viene resa come sensazione viva e reale dalla pittura.

 

In ciò la sostanziale differenza con Caravaggio, col suo rigoroso realismo per cui è la realtà tout court a far problema. Che l’immaginazione trascenda la realtà è possibile riscontrarlo con evidenza nell’ “Adorazione della Trinità” (1605) rubensiana per il Palazzo Ducale di Mantova, dove addirittura l’apparizione soprannaturale della Trinità viene “allestita” su un grande arazzo steso e sorretto da angeli svolazzanti, concezione teatrale dell’arte che avrà successivi sviluppi nel Barocco romano. Così nella classica evidenza della percezione che c’è nella “Natività” di Rubens, nella sua sostanza irreale perché idealizzata.

Al contrario della messinese ”Adorazione dei pastori” di Caravaggio, un umilissimo presepio siciliano dove ritrovare, nella Madonna col Bambino stesi a terra, l’iconografia bizantina della “Madonna dell’umiltà”. Ancora una composizione in diagonale e ancora la luce che rivela ed esalta, ancora la verità di ciò che si vede e ancora la realtà contemporanea, assoluta, spogliata da qualsiasi orpello.

Nino Principato


 

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