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Spionaggio e controspionaggio nello Stretto di Messina.
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 Tra gli agenti segreti stranieri chiamati a carpire informazioni sulla difesa delle coste, anche Lord Baden Powell, fondatore del Movimento Scout Mondiale.

di Vincenzo Caruso

L’importanza strategica che lo Stretto di Messina ha rivestito nei secoli dal punto di vista geografico, militare ed economico, ha riservato a questa particolare area geografica attenzioni non comuni da parte delle grandi civiltà del Mediterraneo e delle potenze europee, soprattutto in età moderna.

Spie, agenti segreti stranieri, operazioni di intelligence, di spionaggio e controspionaggio si sono avvicendate nella storia, sempre con l’intento di carpire informazioni circa la difesa delle coste, i luoghi più idonei per effettuare sbarchi di truppe o per sferrare attacchi offensivi volti alla conquista di Messina e della Sicilia o alla risalita della penisola dopo aver attraversato lo Stretto.

Già nel XVI secolo, mentre Messina ridisegnava le sue fortificazioni sotto il regno di Carlo V, l’Ammiraglio turco Piri Re’is al servizio di Solimano il Magnifico, tracciava la cartografia della difesa dello Stretto in una mappa ricca di cuspidi, guglie dalla foggia tipicamente araba, che evidenziavano l’anacronistico punto di vista dell’autore in netta contrapposizione con il contemporaneo periodo storico che vedeva Messina in piena dominazione spagnola.

Il periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segnò per l’Europa una fase molto critica dal punto di vista delle relazioni diplomatiche tra gli Stati. In un clima intriso di diffidenze e tensioni sempre più accentuate tra le potenze europee, lo spionaggio militare ricevette un notevole impulso orientato a carpire strategie, soluzioni difensive e piani di mobilitazione degli altri Paesi.

Il più eclatante caso di spionaggio, avvenuto in Francia e passato alle cronache come l’Affare Dreyfus, aveva di fatto confermato l’opinione diffusa che la sicurezza degli Stati andava garantita non solo con le armi e imponenti fortificazioni, ma con un’accurata e capillare azione di intelligence che avesse come scopo prioritario quello di sventare sul nascere eventuali complotti orditi contro l’incolumità e la difesa dei confini di ogni Paese.

In quel travagliato arco temporale, l’Italia, facente parte della Triplice Alleanza che la legava all’Austria e alla Germania, era in pessimi rapporti con la Francia a causa delle contrapposte politiche coloniali in Africa; questa, a sua volta, nutriva aspri contrasti diplomatici con tutto l’impero austro-ungarico e con l’Inghilterra.

D’altro canto, l’Austria e la Germania, malgrado gli accordi della Triplice, non risparmiavano di manifestare segni di diffidenza nei confronti dell’Italia. Franz Conrad, Capo di Stato Maggiore fino al 1917 dell’esercito austro-ungarico, aveva infatti sempre insistito sulla necessità di attaccare preventivamente la Serbia e anche l’Italia. Egli avrebbe approfittato volentieri del terremoto di Messina del 1908 per invadere il Paese, nonostante il patto di alleanza, perché riteneva gli italiani infidi e inaffidabili.

Per tali motivi, i servizi segreti austriaci si erano attivati in quegli anni nella realizzazione di una serie di manuali, dati in dotazione agli ufficiali dell’esercito, nei quali venivano descritti nel dettaglio la geografia, il territorio, l’organizzazione politico-sociale e le dotazioni militari di tutte le aree dello Stato italiano confinanti con l’impero austro-ungarico. Il tutto reso possibile da una fitta rete di spionaggio che, malgrado gli accordi  stipulati, avrebbe consentito all’Austria, in caso di guerra con l’Italia, una strategica azione di forzatura della frontiera nord orientale.

Per far fronte ai problemi legati alla difesa dei propri confini e delle coste, l’Italia, dal canto suo, aveva intrapreso un esteso programma di protezione da eventuali attacchi nemici, investendo ingenti capitali non solo in armamenti, ma soprattutto nella costruzione di imponenti fortificazioni costiere e di montagna.

Lo Stretto di Messina, in particolare, sin dai primi anni successivi all’Unificazione, era stato oggetto di dettagliatissimi studi strategici ad opera di numerose Commissioni tecniche costituite da alti ufficiali dell’Esercito e della Marina che, nel corso di quasi un trentennio, avevano dato vita alla produzione di un’enorme quantità di disegni, piante topografiche e preventivi di spesa per le opere e gli armamenti.

Gli studi e i progetti riferiti alla realizzazione di opere permanenti e occasionali per la difesa dello Stretto di Messina, si susseguirono dal 1862 al 1914, in una continua revisione e scelta dei siti, in funzione dei continui progressi delle artiglierie che diventavano sempre più potenti e, conseguentemente, dell’evoluzione dei sistemi difensivi e d’attacco. Ogni nuovo progetto, pertanto,  modificava, completava o, molte volte, annullava il precedente.

Dalle prime proposte di costruzione di batterie armate poste a livello del mare fatte negli anni dopo l’Unificazione, si pervenne agli ultimi e definitivi progetti, realizzati sul finire degli anni ’80, di  batterie armate con grossi calibri e posizionate a diverse quote sulla costa, adatte a contrastare le potentissime artiglierie navali in dotazione alle flotte degli Stati europei più temuti: Francia, Germania e Austria.

Un programma che certamente non poteva passare inosservato agli agenti segreti delle potenze straniere che nel controllo del Mediterraneo miravano a grossi interessi economici e militari.

Nel 1894 il Tenente di Vascello Carl Didelot, riferendosi ad informazioni degli archivi segreti della Marina Francese, pubblicava a Parigi La Dèfence des Côtes d’Europe in cui forniva una descrizione dettagliatissima della difesa costiera dello Stretto e degli armamenti contenuti nelle fortezze.

Malgrado gli accorgimenti tattici osservati nella costruzione dei forti messinesi e calabresi in merito alla mimetizzazione del fronte a mare, che rendeva le opere totalmente invisibili al naviglio circolante nelle acque  dello Stretto (l’aereo non era ancora in uso all’esercito), l’ufficiale francese ne descriveva, con dovizia di particolari, la posizione sulle alture facendo particolare descrizione di uomini e artiglierie.

STRETTO DI MESSINA

E' largo 3 Km all'ingresso Nord, che è la parte più stretta, 5 km davanti a Messina e 10 km davanti a Reggio. Le due rive sono guarnite di fortificazioni. Quelle posizionate sulla costa calabra comprendono, tra Scilla e Catona, uno schieramento ininterrotto di batterie radenti che puntano verso il basso costituite principalmente da pezzi da 320 mm, da 24 e da obici di 280 e 240 mm. Le opere della costa siciliana sono armate allo stesso modo. Ecco le più importanti delle due rive:

 

Costa calabra

SCILLA

1- L'antico castello di Scilla (alt. 70 m) armato da piccoli pezzi e dominante la città avente lo stesso nome (8.000 ab.)
2- La batteria di Torre Cavallo (alt. 54 m) sulla punta avente lo stesso nome. Essa incrocia il suo fuoco con quello del Faro (costa siciliana);
3- La batteria bassa di Alta Fiumara;
4- La batteria del Calmone
5- La batteria antica del Pezzo, sulla punta bassa. La costa si flette bruscamente a Sud e lo Stretto si allarga.

VILLA SAN GIOVANNI

6- La batteria di San Giovanni.  Qui c'è il collegamento tra Villa San Giovanni e Messina per i passeggeri che attraversano lo Stretto e per le ferrovie tra la Calabria e la Sicilia;

7- La batteria limitrofa a Catona, di fronte a Messina.

Queste opere sono situate in prima linea.

In seconda linea, sulle alture circostanti:

8- Il forte Torre Telegrafo (alt. 111 m) posto al di sotto di Torre Cavallo; esso è armato di 6 pezzi di medio calibro;
9- Il Forte Matiniti Superiore (alt. 317 m), armato da 10 pezzi a gruppi di due;
10-Il Forte Matiniti Inferiore, armato da 8 pezzi a gruppi di due;
11-Il Forte del piano Arghillà, armato da 6 pezzi;
12-Il Forte Pentimele o Pentrimere

REGGIO (32.000 ab.) -

In questo porto si pratica un commercio importante (vini, sete, oli, frutta); in città c'è il capolinea delle ferrovie della costa ionica (da Napoli a Taranto). L'unica difesa è offerta da un forte sulla spiaggia che riceve due batterie. Incontra poi Capo Pellaro oltre il quale finisce lo Stretto.

 

Costa siciliana

Sulla costa della Sicilia, la difesa di compone di due gruppi:

Il gruppo del Faro e il gruppo formato da Messina e dai suoi forti distaccati.

 

Il primo gruppo comprende:

1- La batteria del Faro, armato da pezzi a lunga gittata protette da cupole corazzate e che incrociano il loro fuoco con quello della costa calabra.
2- Il Forte di Monte Spuria (alt. 100 m) a Ovest del Faro, opera antica trasformata, ove è posizionato un semaforo.
3- Le batterie da costa, recentemente e potentemente armate distribuite tra Faro e Pace; le principali sono quelle di Canalone, Ganzirri, San Martino e La Grotta.

MESSINA (120.000 ab.)

E' uno dei porti migliori e più sicuri di questa parte del Mediterraneo. Essa rappresenta una importante posizione militare che assicura la difesa dello Stretto e le comunicazioni tra la Sicilia e la Penisola Italiana. Sulla penisola di sabbia (San Ranieri) che forma il porto si trovano la Cittadella, il Lazzareto e diversi forti, così come un bacino di riparazione. La stazione si trova in fondo al porto davanti l'ingresso Ovest della Cittadella. L'ingresso del porto è situato a Nord dove è posto il Forte S. Salvatore e l'edificio della Sanità.

Messina è collegata tramite vapori con Reggio e San Giovanni e tramite le ferrovie meridionali italiane con Catania e tutta la Sicilia; tramite navi regolari con Liverpool, Marsiglia, Napoli, Livorno, Genova, Malta, Alessandria, Siria, Costantinopoli; svolge un commercio considerevole.

 

Le difese immediate a Messina sono:

1- Il Forte Campana e San Salvatore all'ingresso del porto.
2- Il Forte S. Ranieri (faro) a Est della penisola.
3- La Cittadella a Sud della penisola. Essa consiste di un vasto pentagono bastionato, a fossato inondato dal mare.
4- Il Forte Don Blasco, sulla costa a Sud della città.
5- Le batterie della Stazione, del Porto, della Sanità (questa sta di fronte a Forte Campana) e del Porto Salvo, distribuite sulle banchine del Porto.

Tutte queste sono di antica costruzione. Sulle alture che coronano la città ci sono i due nuovi e i due antichi Forti seguenti collegati con le opere secondarie, costituenti il campo  trincerato di Messina;

1- Il Forte Polveriera (alt. 427 m) a Nord di Messina.
2- Il Forte Menaja (alt. 400 m) a Sud del precedente.
3- Il Forte Castellaccio (alt. 163 m), quadrilatero bastionato a Ovest della città.
4- Il Forte Gonzaga (166 m) a Sud di Castellaccio. Qualche anno più tardi, nel 1901, il tedesco Hermann Theodor Frobenius, pubblica a Berlino “Militar-Lexikon” dove, a proposito della fortificazione dello Stretto, dice: 

MESSINA. Posizionata a Nord dell’Isola di Sicilia e dello Stretto di Messina è difesa dal lato di mare dai forti S. Salvatore, Campana e Don Blasco. I fortini che stanno sulle alture immediatamente ad Ovest della città (Castellaccio e Gonzaga), non hanno alcun valore.

Al contrario più ad Ovest e a Nord sono predisposti 6 forti moderni e, a difesa dello Stretto, da entrambe le rive, una quantità di opere in parte robuste ed efficaci.

Dal lato siciliano:

Batteria corazzata Faro, Batteria Canalone, Ganzirri e La Grotta

Dal lato calabrese:

Forte Scilla, Batteria Cavallo (di fronte al Faro) e Fiumara, Batteria Calmone, del Pezzo, S. Giovanni, Catona, Forte di Reggio.

 

A differenza di quella francese, la descrizione del sistema difensivo dello Stretto da parte di un tedesco non stupisce più di tanto se si legge nella gazzetta di messina e delle calabrie del 10-11 luglio 1904 che “L’Imperatore (Guglielmo II di Germania, nda) aveva visitato già Messina nel 1896 quando fece la sua passeggiata fino alla Portella di Colle S. Rizzo fermandosi in più punti ad osservare i luoghi ove eran poste le vicine fortificazioni”.

Gli stretti rapporti italo-tedeschi, vincolati dal legame della Triplice Alleanza, induceva probabilmente l’autorità militare italiana locale a non osservare un atteggiamento particolarmente diffidente e cauto verso l’autorevole alleato, col quale anzi si pregiava con un certo orgoglio, di poter far bella mostra del proprio potenziale tattico e bellico.

Lo Stretto di Messina, punto nevralgico del Mediterraneo, era quindi fortemente “attenzionato” dai servizi segreti stranieri. Dopotutto, le affermazioni del Tenente Generale Luigi Mezzacapo, Presidente della Commissione Permanente di Difesa dello Stato nel 1883, sottolineavano l’importanza strategica dello Stretto e della sua difesa al fine di assicurare il possesso della Sicilia e costringere una flotta nemica, che avesse voluto far rotta verso Oriente, a dover circumnavigare l’isola: “Fino a quando saremo in possesso dello Stretto di Messina, le invasioni francesi in Africa non impediranno all’Italia di prendere la posizione che le compete nel Mediterraneo”

Gli studi fin qui effettuati in merito allo spionaggio militare sullo Stretto di Messina, hanno sempre posto l’accento su operazioni di intelligence francesi e tedesche. Ma, negli ultimi anni dell’Ottocento, durante la realizzazione delle opere fortificate dello Stretto, anche l’Inghilterra non risparmiò le sue attenzioni su questa delicata porzione del Mediterraneo.

L’agente segreto inglese, incaricato dal Governo Britannico a raccogliere dettagliate informazioni circa la dislocazioni delle fortificazioni sulle coste dei paesi mediterranei e, in particolare dello Stretto, risulta essere un personaggio a molti noto per aver fondato nel 1907 l’organizzazione mondiale dello Scoutismo, il movimento giovanile più diffuso nel mondo: Lord Robert Stephenson Baden Powell.

Tra gli ufficiali più accreditati del Regno Unito, per la grande esperienza acquisita in lunghi anni di comando trascorsi in India e Sud Africa, il maggiore Baden Powell comandante all’epoca la base navale di Malta, venne incaricato dal Ministero della Guerra per conto dell’Intelligence Service, nel maggio del 1891, a condurre indagini segrete in Italia, Albania, Grecia, Turchia, Bosnia ed Erzegovina riguardo alle fortificazioni, al potenziale bellico e alle truppe dislocate in quei territori.

Durante la missione gli fu fatto assoluto divieto di indossare l’uniforme e di rivelare, in caso di cattura, il proprio nome, il grado e l’appartenenza all’esercito Britannico: “altrimenti il nostro Governo la farà passare per un imbroglione sostenendo che lei non è il maggiore Baden Powell. Lei potrà farsi riconoscere in qualità di agente segreto solo nelle nostre ambasciate e solo con gli ambasciatori stessi. Solo lì potrà trasmettere informazioni a Londra e ricevere i mezzi finanziari per il suo viaggio […]”.

Nelle vesti di un bizzarro collezionista di farfalle e botanico, attrezzato di acchiappa-farfalle, libri specializzati, matita e quaderno per appunti, l’ufficiale inglese viaggiò per due anni passando da un Paese l’altro a raccogliere informazioni. Con l’intento di rendere estremamente visibile la sua presenza per eludere i sospetti, si arrampicava nei pressi dei presidi delle diverse guarnigioni e dalle alture disegnava fortificazioni, campi di manovre, posizioni di cannoni e di depositi munizioni.

Quando veniva intercettato, egli mostrava agli ufficiali che lo interrogavano ciò che aveva disegnato sui suoi quaderni: farfalle, insetti, foglie, piante. Confabulando, dava spiegazioni all’apparenza altamente scientifiche, ma del tutto incomprensibili, che inventava sul momento, sulla presenza in quel paese di varietà di farfalle e piante rare. In tali occasioni, il maggiore Baden Powell nei suoi scritti, affermò di aver constatato uno strano fenomeno: quanto più incomprensibile era ciò che diceva, tanto più intelligente veniva considerato dai suoi interlocutori; quanto più importante appariva, tanto più lo trattavano con timore reverenziale e tanto meno cercavano di investigare sulla sua attività o di fare domande per paura di tradire la propria ignoranza.

Così a nessuno passò per la testa che i disegni delle farfalle e delle foglie in realtà non erano altro che mappe ben camuffate di fortificazioni, guarnigioni e degli armamenti individuati.

" Baden-Powell si trovava in Dalmazia nel corso della seconda settimana di Agosto 1892; e, benché egli menzionasse nel suo diario che il Console Generale Britannico a Serajevo, E. B. Freeman, fosse a caccia di farfalle quando egli andò a trovarlo, non viene fatto alcun altro riferimento a questa ricerca, o per la propria sicurezza o come copertura per un'attività spionistica.

Ciononostante Baden-Powell  si recò certamente ad eseguire schizzi delle fortificazioni sulla costa occidentale dello Stretto di Messina, ed in quell'occasione egli mascherò la sua vera attività sotto le spoglie di un entomologo.

Attraversando lo Stretto egli segnala di aver avuto una piacevole traversata osservando farfalle per tutto il tempo. Dato che lo Stretto era largo 5 miglia nel punto in cui lo attraversò, la menzione di farfalle sembra indicare più probabilmente forti che si affacciano sul mare piuttosto che insetti alati.

In molte altre occasioni, quando egli riferisce di aver catturato farfalle, vuol proprio dire questo, come quando, il 25 aprile 1893, andò a caccia di farfalle con un amico ufficiale dell'esercito francese.

Il “coperchio” su questa silente e pericolosa attività di spionaggio, si alzò improvvisamente la mattina del 5 luglio 1904 con la notizia che rimbalzò sulle pagine della Gazzetta di Messina e delle maggiori testate giornalistiche nazionali: “Il sensazionale arresto di un capitano del Distretto che viene arrestato insieme alla moglie a Messina per Alto Tradimento!”; “Il delitto di lesa Patria compiuto dal Capitano Ercolessi. Sottrazione dei piani di mobilitazione. L’oro francese. 300 fotografie vendute alla Francia”.

Il giovane Capitano di Fanteria Gerardo Ercolessi e la moglie Guglielmina Zona, accusata di complicità, venivano arrestati nella loro abitazione di via Palermo a Messina con l’accusa di aver sottratto e venduto ai francesi i piani di mobilitazione riferiti alle fortificazioni e alla difesa territoriale dello Stretto.

Il fatto, che attaccava la sicurezza dello Stato, venne giudicato come uno dei più atroci delitti che non concedeva nessuna pietà verso il traditore della Patria. La pena, qualora il fatto fosse stato accertato, si sarebbe dovuta applicare in tutto il suo rigore.

Per la prima volta dall’Unificazione, il giovane Stato Italiano veniva coinvolto in modo travolgente in un fatto di spionaggio militare simile al caso Dreyfus. L’opinione pubblica restò fortemente scossa dell’accaduto ed il fatto destò profondo turbamento e disprezzo per gli attentatori alla sicurezza nazionale.

Il processo innanzi alla Corte d'Assise di Messina, raccontato in maniera dettagliata dalle cronache del tempo, si sviluppò in venti udienze. Facendo leva sulla pietà popolare per i figli degli Ercolessi, e forse ancor più sull'inveterato sospetto e sul dubbio acritico verso l'operato degli investigatori, gli avvocati della difesa ottennero, contro l'evidenza delle prove, la piena assoluzione di Guglielmina Zona e la condanna a soli cinque anni e dieci mesi di reclusione per Gerardo Ercolessi che, concluso il processo, fu ignominiosamente degradato ed espulso dall'Esercito nella piazza d'armi della Cittadella.

Malgrado prove inconfutabili, raccolte in anni di pedinamenti e di indagini incrociate effettuate anche oltre i confini dello Stato Italiano, il gran polverone alzatosi con il caso Ercolessi, si risolse con una sentenza che imputava al capitano la sola colpa di aver sottratto documenti riservati e negando che questi avesse venduto a Stati Stranieri importanti rivelazioni relative alla difesa del Paese.

Ciò perché, probabilmente, una più dura sentenza del Tribunale avrebbe provocato aspre polemiche e pesanti accuse da parte dell’opinione pubblica contro il Governo, reo di incapacità a garantire la sicurezza dello Stato, malgrado gli enormi stanziamenti ottenuti dalle gerarchie militari per le fortificazioni e gli armamenti in nome dell’assoluta necessità di assicurare una pace duratura e scoraggiare qualunque  invasione nemica. Ammettere che la sottrazione e la vendita di documenti segreti, riguardanti la difesa dello Stato, ad altri Paesi, fosse veramente avvenuta, avrebbe avuto certamente conseguenze disastrose.

Per tali motivi, a seguito dell’accaduto, il Ministro della Guerra si preoccupò quasi immediatamente di promuovere azioni militari atte a rassicurare l’opinione pubblica circa l’efficienza della Difesa dello Stato, con particolare riferimento allo Stretto.

A tale scopo, sin dai primi mesi del 1905 si effettuarono nelle acque dello Stretto di Messina, importanti esercitazioni che culminarono nelle Grandi Manovre Navali dell’ottobre del 1907 quando l’intera Flotta Navale Italiana, alla presenza del Re, delle Alte Cariche dello Stato e dei corrispondenti delle maggiore testate giornalistiche, venne concentrata nelle acque dello Stretto di Messina per offrire una spettacolare simulazione di attacco-difesa.

In quell’occasione, le navi da guerra, divise in due squadre, si diedero battaglia per diversi giorni col supporto delle artiglierie delle batterie da costa e delle fotoelettriche, con l’obiettivo di testare la capacità di fronteggiare l’eventuale flotta nemica che avesse osato forzare lo Stretto.

L’anno successivo, con lo scopo di riesaminare i piani di difesa territoriale, il Ministero nominò appositi Commissari tra i suoi generali. A Messina venne inviato per tale compito, il Generale Tarditi.

Gli anni seguenti furono così caratterizzati da una intensa attività militare orientata a testare costantemente l’efficienza delle fortificazioni e delle artiglierie e a ridare fiducia all’opinione pubblica sulla capacità dell’Esercito di garantire l’incolumità della popolazione e la protezione dei confini e delle coste, ma soprattutto che le ingenti somme destinate agli armamenti e alle fortificazioni, che avevano duramente messo alla prova l’economia dei cittadini con elevate tasse e privazioni, fossero pienamente giustificate per garantire con adeguati mezzi il mantenimento della pace.

Durante la prima Guerra Mondiale, le pene contro le spie e contro coloro che con informazioni ritenute riservate avrebbero potuto mettere a repentaglio la sicurezza e la difesa, divennero più severe e punite con maggior rigore.

Nei manifesti militari, apparsi sui muri cittadini allo scoppio del conflitto, si evidenzia quanta attenzione venisse riservata dall’autorità militare competente a questo delicatissimo argomento.


 

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