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I ceri storici
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Il Cero Storico

 

Su iniziativa dell’antiquario Francesco Forami e con la collaborazione dell’architetto Nino Principato che ha dipinto gli stendardi, entrambi messinesi e già componenti della Commissione Storico - Scientifica per la Vara e i Giganti del Comune di Messina,  è stato portato per la prima volta in processione, il 15 agosto del 2001, durante il traino della Vara dell’Assunta, il “Cero Storico”. Il Cero approntato da Forami recupera un’antica tradizione della città che era scomparsa  dopo il terremoto del 1908. Tradizione già attestata dal dotto gesuita Placido Samperi nel 1644 che nella sua “Iconologia della gloriosa Vergine...” scrive: “Seguono dietro la Bara alcuni Cerei molto grandi di diversi Artisti, ornati con l’insegne delle loro Arti, ch’offeriscono ogni anno, picciolo tributo delle loro fatiche, alla Beata Vergine”.

 

Nel secolo successivo il pittore e architetto francese Jean Laurent Houel, che assistette alla processione della Vara nel 1776, così descrisse l’usanza di questi ceri votivi: ”Questa processione si apre con una compagnia di soldati a piedi con fucili in ispalla, seguiti da due tamburi e sei trombe; poi da dodici enormi ceri di sedici pollici di diametro e di circa sei piedi di altezza; ciascuno de’ quali è posto su di una barella portata da otto uomini l’uno accanto all’altro e che vanno immediatamente innanzi la Bara”.

 

I ceri ricordati dall’Houel, detti popolarmente anche “cilii”, venivano offerti spontaneamente (come avviene ancora oggi a Catania per la festa di S. Agata, con le cosiddette “candelore”) dalle corporazioni di arti e mestieri, dal clero, dallo Stradigò  e Senato messinese, dai sovrani di Sicilia, dagli ufficiali della Tavola Pecuniaria e dai Consolati della Seta e del Mare. Il Cero Storico, portato a spalla da otto uomini che indossano pantaloni, camicia bianca e sciarpa azzurra ai fianchi, è montato su un antico fercolo in legno scolpito e zecchinato messo a disposizione dalla Confraternita S. Maria di Porto Salvo dei Marinai, contenuto in un elaborato supporto in ferro battuto indorato e recante le insegne di Messina e della Santa Sede, come riferimento allegorico alla Chiesa Cristiana Cattolica. Quattro stendardi dipinti ad olio sintetizzano, emblematicamente, la grande devozione che il popolo messinese ha sempre tributato alla Madre di Cristo, la Vergine Maria, e alla sua umile ancella, Santa Eustochia Calafato.Gli stendardi rappresentano :    

La Madonnina del Porto, forse il simbolo più conosciuto e a cui i messinesi sono maggiormente legati, raffigurante la Madonna della Lettera che nell’anno 42 pose la città di Messina sotto la Sua materna protezione e consegnò agli ambasciatori messinesi il chirografo con la formula di benedizione( “Vos et ipsam civitatem benedicimus”, le parole conclusive), legato da alcuni suoi capelli. La gigantesca statua bronzea modellata dallo scultore di Nizza di Sicilia Tore Edmondo Calabrò, che si ispirò al simulacro d’argento raffigurante la Patrona di Messina che viene portato in processione il 3 giugno, opera dello scultore Lio Gangeri del 1902, venne posta su una stele  votiva  progettata dall’ing. Francesco Barbaro. La colossale struttura, voluta dall’Arcivescovo del tempo Angelo Paino, venne inaugurata la domenica del 12 agosto 1934 ed illuminata  dal pontefice Pio XI da Castel Gandolfo, per mezzo di un’apparecchiatura radioelettrica predisposta  da Guglielmo Marconi.         

Il Vascelluzzo, rappresenta la sintesi emozionale, in forma di ex-voto d’argento, di tutti i tremendi periodi di carestia  che Messina attraversò durante la sua tormentata storia, e superati positivamente per intercessione di Maria Vergine: nel 1301, durante l’assedio di Roberto d’Angiò; nel Cinquecento;  nel 1603; nel 1636 e nel Sabato Santo del 1653. L’intervento della Madonna della Lettera, in tutti questi casi, fece si che giungessero in porto navi cariche di frumento. L’incarico per la realizzazione della preziosa scultura venne affidato ad un ignoto cesellatore, e, già nel gennaio del 1576, la baretta raffigurante una nave mercantile del sec. XVI in argento, era completata. Il 7 febbraio dello stesso anno i confrati della Confraternita dei Marinai,  presso la chiesa di S. Maria di Porto Salvo, ottennero l’autorizzazione a collocare, sul Vascelluzzo, la pigna in cristallo di rocca contenente la reliquia dei capelli della Madonna.    

La Vara, la più antica “Machina“ festiva messinese le cui origini documentate risalgono al 1535 ma, certamente, di concezione molto più antica. Rappresenta l’Assunzione dell’Anima della Madonna in Cielo, mediante un complesso  apparato di figurazioni allegoriche in movimento (la “Dormitio Virginis” alla base del ceppo; le gerarchie angeliche; i sette Cieli; il sole e la luna; lo zodiaco) culminante con la figura del Cristo che porge l’Alma Maria” alla diretta visione di Dio, nell’Empireo. Un tempo interamente vivente, viene trainata con lunghe gomene dai devoti messinesi e governata da un equipaggio composto da Comandante, Timonieri, Vogatori e Capicorda.     

Santa Eustochia Calafato, nata in un’umile stalla ancora esistente e trasformata in tempietto nel Villaggio SS. Annunziata, il 25 marzo del 1434, morì il 20 gennaio del 1485 dopo un’esistenza prodigiosa dedicata al Cristo Crocifisso e a Maria, Sua Madre. Edificò, a partire del 1457, il monastero di Montevergine sotto la rigida osservanza della regola di Santa Chiara che sorge in via XXIV Maggio. L’11 giugno 1988, durante la sua visita a Messina, Papa Giovanni Paolo II proclamava Santa la modesta ed umile clarissa Eustochia, Colei che nonostante i contrasti, le delusioni, le beffe, riuscì a creare un’oasi di spiritualità e di vita francescana nella opulenta Messina del  ‘400.    

               

Il Cero dei Compatroni di Messina 

Anche questo realizzato per fede dall’antiquario Franco Forami con la collaborazione dell’arch. Nino Principato che ha dipinto gli stendardi realizzati dal maestro sarto Santi Macchia, e di Pippo Landro che ha eseguito le parti lignee della baretta di sostegno, è stato portato per la prima volta in processione  il 15 agosto 2003. Il Cero dei Compatroni di Messina è alto complessivamente metri 4,30, montato su un fercolo in legno scolpito e zecchinato con decorazioni lignee ad altorililievo, anch’esse zecchinate, contenuto in un elaborato supporto in ferro battuto indorato, reca le insegne di Messina e il tricolore.

Sul basamento della baretta è collocata una statuetta dorata raffigurante la Madonna della Lettera, Patrona di Messina, replica fedele di quella posta sulla stele votiva all’imboccatura del porto, realizzata dallo scultore di Nizza Sicilia Tore Edmondo Calabrò nel 1934, che si ispirò a quella modellata da Lio Gangeri nel 1902. Quattro stendardi dipinti ad olio sintetizzano, emblematicamente, oltre la grande venerazione che il popolo messinese ha sempre tributato alla Madre di Cristo, la Vergine Maria, la devozione verso i Santi Compatroni, Alberto e Placido:        

Santa Maria del Buon Viaggio, lo stendardo riproduce uno splendido dipinto ad olio del 1610, opera di Giovanni  Simone  Comandè, custodito  nella seicentesca chiesa di Gesù e Maria del Buon Viaggio al Ringo. Il soggetto, tipico della fede mariana della gente di mare, si integra con quello della Madonna di Porto Salvo il cui quadro si conserva nella chiesa dei Marinai: nel primo, la Madonna proteggeva quanti si mettevano in viaggio per mare; nel secondo, quanti rientravano sani e salvi in porto.        

Santa Maria di Montalto, lo stendardo raffigura la Madonna della Lettera in forma di “Dama Bianca“, così come rappresentata in un dipinto di Adolfo Romano degli anni Trenta, sul colle della Caperrina dove oggi  sorge il Santuario di Montalto. La prima apparizione mariana risale al tempo della guerra del Vespro nel 1282 quando la Madonna, l’8 agosto di quell’anno, protesse i messinesi asserragliati nelle fortificazioni della Caperrina dagli attacchi angioini. In quella ed in altre successive circostanze, vestita interamente di bianco, spandeva intorno un velo di nebbia  per nascondere le mura al bersaglio degli arcieri angioini e respingeva lei stessa, con le  mani, le frecce  e le pietre scagliate dalle catapulte nemiche, facendole ricadere nel loro stesso accampamento.        

S. Alberto, Santo carmelitano di origine trapanese, venne proclamato compatrono della città di Messina quando nel 1301, durante l’assedio di Roberto d’Angiò, a lui  si rivolse Federico  II d’Aragona re di Sicilia, per intercedere con le sue preghiere presso Dio per la salvezza della città, ridotta allo stremo dalla fame. Sant’Alberto degli Abati, che allora viveva in fama di santità a Messina in un convento carmelitano, celebrò la Messa e pregò lungamente per la città. Aveva appena finito quando in porto entrarono, superando miracolosamente lo sbarramento  delle navi angioine, tre vascelli carichi di frumento. L’episodio prodigioso, seguito da tanti altri nella storia di Messina, fece si che venisse realizzato alla fine del Cinquecento il “Vascelluzzo“ in forma di ex-voto d’argento, portato ancora oggi in processione dalla Confraternita di S. Maria di Porto Salvo dei Marinai nel giorno del Corpus Domini.      

S. Placido, l’abate Placido, figlio di Tertullo nobile romano e Faustina, messinese, venne mandato a Messina da San Benedetto, verso il 536, per fondare un convento benedettino. Lo raggiunsero in seguito i fratelli Eutichio, Vittorino e Flavia e tutti insieme vennero martirizzati, per non aver abiurato la fede cristiana, dal pirata MamuKa nell’anno 541. Sepolti in un loculo sotterraneo della chiesa dal monaco Gordiano scampato alla strage, i loro corpi vennero rinvenuti durante alcuni lavori nel sacro tempio, il 4 agosto 1588. Per l’occasione furono tributati grandi festeggiamenti per il loro ritrovamento, San Placido fu eletto compatrono della città e il Senato dispose la costruzione di un adeguato santuario per custodirne le spoglie: è la chiesa di S. Giovanni di Malta, in parte risparmiata dal terremoto del 1908.        

Il Cero di Muricello e Giostra 

Luciano Tringali, devoto della Beata Vergine Maria e particolarmente legato alla processione della Vara del 15 agosto, negli anni Ottanta assieme ad un gruppo di devoti dei quartieri "Muricello" e "Giostra", costruì il cero collocandolo su un’artistica “baretta“ con le insegne dell’antica marineria messinese e quello della città di Messina.

 

Tutti i portatori indossano pantalone bianco, camicia celeste e fascia amaranto ai fianchi. Per due anni, a seguito della prematura morte di Tringali, il cero non venne più portato in processione, ma i figli Nico  e Antonio, per rispettare la volontà del padre, nel 2001  ripresero la tradizione riportata in vita, dopo quasi cento anni,  dal padre Luciano.  

 

Oggi, questa iniziativa carica di significato, storia e tradizione, è stata interrotta per mancanza di portatori.

Tutti  i fedeli  fanno voto all'Assunta per il tiro delle corde del "Cippo".   

 

 

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