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Famiglie straniere a Messina nell' Ottocento.
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Presentazione di Michela D'Angelo

La memoria «cancellata». Aveline, Barker, Barrett, Belponer, Bennett, Bette, Bomeester, Bryant Barrett, Buhring, Bygrave, Cailler, Child, Claussen, Colondre, Coop, Dafno, Darch, de Julinetz, Donner, Drew, Druk, Dunner, Eaton, Ehegartner, Falkenburg, Fischer, Fobert, Fog, Garbutt, Garnier, Gonzenbach, Gooding, Grill, Gullman, Hallam, Hamilton, Hamnett, Haugk, Hilary, Hopkins, Jaeger, Jacob, Kilian, Klostermann, Kocjol, Koenitzer, Kuhne, Langher, Loeffler, Matthey, Mellinghoff, Miller, Mitchell, Nascio, Nesler, Oates, Oldham, Payson, Peirce, Peratoner, Poppleton, Rabe, Rew, Rickards, Rol, Ross, Rowlett, Ruegg, Ruhrberg, Sanderson, Sarauw, Schropp, Signer, Skinner, Sofio, Sukey, Sutcliff, Thomasius, Thurburn, Tobler, Varvessis, Verbeke, Vlacco, Vrettò, Walker, Walser, Weigert, Weinert, Wolff, Zentfgraff… E l’elenco, puramente alfabetico e necessariamente ridotto, potrebbe continuare...

Quelle qui ricordate sono, in realtà, solo alcune delle centinaia di famiglie straniere residenti a Messina nel periodo compreso tra fine ‘700 e metà ‘900. Come e ancor più che in età medievale e in piena età moderna, negli ultimi due secoli Messina ha ospitato una variegata gamma di comunità straniere, arrivate in periodi e per motivi diversi, ma tutte attive nel saper cogliere e valorizzare le opportunità offerte dalle risorse locali, dal commercio marittimo e dalla posizione geografica della città dello Stretto. Alla fine del ‘700 l’arrivo di alcuni mercanti del Nord Europa, che si aggiungevano ad altri pochi stranieri già residenti (ad esempio, i greci), era strettamente legato alla politica borbonica che, dopo il terremoto del 1783, mirava a rilanciare l’economia cittadina attraverso la promozione del porto franco e del commercio marittimo.

Con l’Editto reale per lo stabilimento ed ampliazione de’ privilegi, e del salvacondotto della Scala e Porto Franco della città di Messina (1784), Ferdinando IV di Borbone invitava, in particolare, “tutti gl’Individui di tutte le Religioni e Sette attualmente esistenti, e tollerate in Europa, non esclusivi Maomettani, e gli Ebrei” a venire a risiedere nella “nobile e fedele città di Messina, emporio in altri tempi del Commercio de’ due mari” per riportare il commercio marittimo messinese “ad un felice risorgimento per quella strada, che le combinazioni dei tempi, ed i privilegi della situazione, del suolo, e del clima lasciano aperta a questa intrapresa nella sfera della mercatura e del commercio”.

Nuovi e più importanti insediamenti si registravano soprattutto nel “decennio inglese” 1806-1815, quando la Sicilia borbonica era una delle poche aree europee non occupata dai francesi ed era protetta dalle truppe dell’Armata Britannica nell’ambito dell’alleanza anglo-borbonica. In quel decennio arrivavano in città oltre 40 mercanti inglesi in cerca di mercati alternativi a quelli più tradizionali chiusi dal Blocco Continentale che nel 1806 Napoleone aveva imposto per espellere il commercio inglese da quasi tutto il continente europeo.Ai numerosi inglesi, che restavano in città anche dopo la fine delle guerre napoleoniche, venivano ad aggiungersi nell’età della Restaurazione altri mercanti stranieri che spesso avviavano attività imprenditoriali e finanziarie. Così, nella prima metà dell’800, Messina ospitava inglesi, tedeschi, svizzeri, austriaci, danesi, svedesi, francesi, greci, statunitensi, russi, ecc.

Queste presenze incidevano non solo nella vita economica ma anche nella realtà sociale e culturale che allargava i suoi orizzonti venendo a contatto con la cultura europea, come sottolineava a suo tempo anche Gaetano La Corte Cailler: “E così a traverso le tante colonie straniere, Messina prima tra tutte le città siciliane si svincolava da certe abitudini antiquate, a contatto come era con tanti forestieri distinti, e s’ingentiliva ancor di più, si da mettersi a livello con tutte le Città più progredite e civili del continente, tal quale la ricordiamo fino al disastro del 28 Dicembre 1908” (Colonie straniere a Messina dopo il terremoto del 1783, in“Il Marchesino”, 1926).

Presenti per una o più generazioni, molte famiglie straniere hanno avuto ruoli importanti sia nell’economia che nella cultura e nella società messinese. Basti ricordare il caso del mercante-banchiere svizzero Peter Victor Gonzenbach che, oltre a ricoprire per 40 anni la carica di console della Confederazione Elvetica, era Presidente della Camera di Commercio di Messina, consigliere d’amministrazione della “Banca Siciliana”, amministratore della “Casa dei poveri” e presidente della “Scuola di Arti ed Industrie”, mentre due delle sue figlie incidevano notevolmente nella vita culturale della città e dell’isola: nel 1874 Maddalena fondava, e dirigeva per quasi 30 anni, l’Istituto-Convitto Gonzenbach, considerato una delle strutture private più prestigiose dell’isola nel settore dell’istruzione femminile, mentre Laura contribuiva a far conoscere nell’area di lingua germanica la cultura popolare siciliana raccogliendo e trascrivendo i testi delle più popolari fiabe delle campagne messinesi che venivano poi pubblicati, nella traduzione tedesca, con una prefazione di Otto Hartwig (Sizilianische Marchen, Leipzig, 1870).

Altrettanto esemplare è il caso dell’irlandese John Mitchell, che era arrivato a Messina come commissario delle truppe britanniche nel “decennio inglese” ed era rimasto qui poi come commerciante, mentre i suoi figli nel corso dell’800 si affermavano nel campo della cultura e dell'editoria: Riccardo, professore di Belle Lettere, diventava Rettore dell'Università (dal 1865 al 1876) e Roberto Francesco, “impressore”, era titolare della stamperia “Mitchell & C.”.

Tra gli inglesi, il caso più noto per il rilievo economico e per il prestigio sociale raggiunto è forse quello dei Sanderson che fin dall’inizio dell’800 avevano una delle più importanti case commerciali (“William Sanderson & Sons”). Alla fine del secolo i Sanderson, oltre ad ospitare più volte nella loro villa a Pace il Kaiser di Germania con la sua famiglia, davano vita anche ad una attività imprenditoriale di grande rilevanza nel campo dei derivati agrumari. Nel 1897 quella fabbrica-modello, che era stata avviata dalla terza generazione rappresentata da William Robert Sanderson e che dava lavoro stagionale a circa 175 persone, era definita nella Statistica Industriale, redatta dal Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, come “il solo stabilimento veramente importante”. Oggi, quella straordinaria esperienza imprenditoriale, che puntava a valorizzare sul piano internazionale le risorse economiche locali, è tristemente definita solo come la “ex-Sanderson” ed è diventata un simbolo sempre più negativo della incapacità imprenditoriale della attuale classe dirigente politica ed economica.

Non solo nel caso specifico dei Sanderson, ma più in generale delle attività economiche e della presenza dei tanti operatori stranieri nella società messinese non resta oggi neppure il più sbiadito ricordo.

La città dello Stretto non ricorda i loro nomi né con una strada né con una piazza, né tanto meno mostra un minimo segno di rispetto verso il “Cimitero degli Inglesi” che pure con i suoi monumenti e le sue lapidi, nonostante lo stato di degrado e abbandono, è l’ultima testimonianza tangibile della presenza di tante comunità straniere in una città che ancora alla vigilia del terremoto del 1908 ospitava circa 30 consolati esteri.Città mediterranea a pieno titolo e cosmopolita per eccellenza, la Messina del passato ha coltivato con tenacia la consapevoleza del suo ruolo e della sua storia, restando talvolta avviluppata nei suoi stessi miti e nella difesa dei suoi “privilegi” (porto franco, ecc.).

Al contrario, la Messina del presente è stata molto “abile” a cancellare la sua pur labile memoria con l’alibi del terremoto del 1908 e non conosce più la sua storia né passata né recente. Particolarmente meritorio appare, quindi, il contributo che Luigi Chiara e Nino Principato, con competenze diverse e in ambiti diversi, offrono in questo volume per “recuperare” dall’oblio uomini e cose che tanto hanno inciso nella storia della città.

Se, da un lato, attraverso una ricca e preziosa documentazione relativa alla posizione economica dei più importanti operatori stranieri (redditi, assi ereditari, ricchezze materiali, beni immobili, capitali, ecc.), Luigi Chiara ripercorre attività economiche e vita privata delle famiglie straniere, dall’altro lato Nino Principato, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, “legge” i segni e le testimonianze ancora tangibili che la presenza straniera ha lasciato nel tessuto cittadino (dalle ville alle tombe, dagli opifici industriali agli oggetti d’arte, ecc.) e “rivisita” le espressioni, forse meno tangibili, ma altrettanto incisive, legate alle attività economiche, culturali e sociali svolte dagli stranieri in una Messina sicuramente più attiva, dinamica, aperta e vitale. 

 Premessa degli autori Luigi Chiara e Nino Principato

Agli inizi dell’Ottocento, per tutta una serie di condizioni delle quali in sintesi si tenterà di rendere conto nella parte iniziale di questo volume, Messina vedeva il suo porto incrementarsi di attività finanziarie e commerciali. Era questo il periodo storico durante il quale molti operatori di origine straniera si stabilivano nella città dello Stretto svolgendovi le proprie carriere professionali e attivandosi, assieme ai locali, in tutta una serie di iniziative che spaziavano dal settore mercantile a quello industriale in una linea di sostanziale continuità per tutto l’Ottocento.

Essi incidevno in maniera significativa non solo sulla economia cittadina, ma anche sulle mode i costumi, le attività ricreative, i gusti culturali e lo stesso impianto urbanistico della nostra città.

Le testimonianze “fisiche” di queste intense presenze straniere del passato costituiscono l’oggetto del presente lavoro. Attraverso di esso, gli autori desiderano mettere a disposizione della comunità locale e degli studiosi i materiali che documentano il patrimonio che è appartenuto a questi nostri “concittadini” e che si è tramandato, per una buona parte, nel corso degli anni a dispetto degli eventi naturali e dell’incuria degli uomini.

Le residenze di città e di campagna, la statuaria e la produzione artistica a vari livelli, gli opifici industriali, le cappelle e i monumenti funerari, le fondazioni benefiche e religiose, le strutture fortificate nel territorio, che ancora oggi sono segni tangibili della presenza straniera nella Messina dell’Ottocento, sono state documentate attraverso l’occhio della machina fotografica, mentre è parso utile, là dove era possibile, documentare pure le testimonianze oggi non più esistenti attraverso le foto d’epoca e diversi altri documenti coevi (come locandine ed etichette pubblicitarie, carta intestata d’imprese e ditte commerciali).

Tutto ciò, oltre agli obbiettivi squisitamente culturali di studio e conoscenza, mira anche a costituire una sorta di “inventario” che, si spera, possa tornare utile anche ai fini degli auspicabili interventi mirati al recupero e alla salvaguardia (dove se ne presentassero le condizioni e la necessità) di queste significative testimonianze della storia di Messina.

 

 


 

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