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I vecchi scavi dell'is. 373 - Palazzo della Cultura a Messina.
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In vista dell’imminente inaugurazione del Palazzo della Cultura di Messina, ricadente nell’area dell’ is. 373 di viale Boccetta, è quanto mai opportuno rammentare che in questo punto del centro urbano della Città dello Stretto ventisette anni or sono, grazie all’opera dell’archeologo messinese Giacomo Scibona – di recente, prematura scomparsa e alla cui memoria di decano dell’archeologia peloritana è dedicata questa modesta nota – venne  scritta una delle pagine più importanti dell’archeologia messinese.

        Espletata e diretta dallo Scibona, per conto dell’allora competente Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale, tra il gennaio 1982 e il febbraio 1983, nei suoi ben tredici mesi ininterrotti di attività – mai precedentemente “occupati” da un’indagine archeologica a Messina –  tale campagna di scavo determinò il salvataggio e la restituzione di cospicui e preziosissimi complessi di documentazione archeologica, sia di età storica che di ambito preistorico, altrimenti destinata anch’essa alla totale distruzione.

       Infatti, senza un particolare impegno dello Scibona e di una campagna divulgativa di informazione, sostenuta principalmente da una piccola testata giornalistica locale del tempo – “Il Soldo” –  ma anche del sostegno istituzionale dell’allora assessore regionale ai Beni Culturali, il messinese Luciano Ordile, tutto quanto, o la massima parte, di questo importante giacimento archeologico affiorato nel cantiere del futuro Palacultura sarebbe finito miseramente sotto le ruspe e le colate di cemento, al pari di tanti altri siti archeologici urbani di Messina e della sua provincia e come, tristemente, di regola avveniva prima di questo evento e purtroppo e che è spesso avvenuto  anche dopo, fino al presente. Proprio un Palazzo della Cultura, pertanto, avrebbe distrutto totalmente … il più importante giacimento archeologico della Città. Cosa comunque in parte avvenuta con la prematura conclusione “per forza maggiore” degli importanti scavi, durante l’esplorazione dei livelli preistorici più antichi del giacimento ancora raggiungibili.        

      Circa l’importanza di tali scavi anche per la città di Messina basti solo evidenziare che, in una situazione di giacitura simile a quella della ben nota stazione della acropoli di Lipari, si è venuta a retrodatare ad almeno il 4000 a.C. –  in pieno Neolitico – la più antica fase insediativa a tutt’oggi attestata nel comprensorio peloritano dello Stretto. Per quanto invece concerne, più ampiamente, le nuove acquisizioni di dati e di materiali a suo tempo fornite da questi scavi in ambito pre-classico esse ebbero ad apportare un contributo essenziale a una più approfondita conoscenza di molte delle facies culturali della tarda preistoria siciliana.

Per un breve accenno all’orogenesi di questo tratto dell’attuale centro urbano in cui ricade l’area dell’ is. 373 di viale Boccetta, si propone, come momento iniziale, la formazione della soprastante collina di Roccaguefonia, quale elemento partecipe del vasto sistema di terrazzi alluvionali quaternari della così detta Formazione di Messina, sollevati dai noti processi di eustatismo a corredo della formazione dell’attuale Stretto e composti da conglomerati e banchi di calcareniti di origine marina di facies tirreniana (medio pleistocenici) e depositi di sedimentazioni tardo pleistoceniche dei vari delta torrentizi.

      Su tale edificio collinare, l’attività dell’adiacente struttura torrentizia del Boccetta è poi venuta ad accumulare, negli ultimi millenni anteriori al presente, notevoli quantità di apporti alluvionali, analogamente a quanto avvenuto alla base degli altri similari rilievi pede-collinari di Messina e che, com’è noto, costituiscono i piani di posa delle molteplici fasi insediative preistoriche e storiche impiantatesi e succedutesi nel corso del tempo nella fascia costiera gravitante intorno all’attuale area falcata del porto.

      Questi sedimenti fluviali, come di norma negli analoghi contesti peloritani, si presentavano di varia granulometria, compresa tra le ghiaie più grossolane, apportate dalla forza cinetica di alluvioni particolarmente rovinose, ai limi più sottili. Andando a stratificarsi nel tempo ai piedi del versante settentrionale della collina di Roccaguelfonia, tali masse di apporti torrentizi seppellirono, sigillandole, le varie fasi insediative venutesi qui a impiantare a partire, almeno dalla fine del V millennio a.C..  

Situata sulla sponda destra del torrente Boccetta – il cui alveo, ormai quasi totalmente scomparso, dal 1969 è oggi ricoperto dal trafficatissimo viale omonimo – nel tratto antistante a Sud la chiesa duecentesca dell’Immacolata di S. Francesco, quest’area, precedentemente all’impianto del cantiere del costruendo Palazzo della Cultura, era solo un vasto spiazzo pubblico abbandonato al degrado, per la sua maggior parte ricoperto da un fittissimo intrico spontaneo di macchia mediterranea e per il resto occupato da un deposito municipale dismesso di rottami di attrezzature della vecchia Nettezza Urbana del Comune di Messina.

       Totalmente occultato dall’impenetrabile groviglio di rovi e, con tutta evidenza, dimenticato e ignorato dai primi anni successivi al terremoto del 1908, completamente nascosto  alla vista sia dall'antistante viale Boccetta che dai luoghi soprastanti,  nel punto più recondito e discosto di questo sito abbandonato, oltre ai suddetti rottami arruginiti della vecchia NN.UU., giaceva accatastato anche un ammasso di bellissimi marmi monumentali sette e ottocenteschi, pertinenti a membrature architettoniche di importanti edifici monumentali scomparsi della città pre-terremoto, elementi quasi tutti di mole e di peso ingenti, ma che purtroppo, all'atto dell'apertura ufficiale del cantiere erano già “spariti”. 

      L’iniziale sbancamento per la costruzione del Palacultura nei primi giorni del 1982 intercettò un primo gruppo di tombe romane.  

     Già dai saggi preliminari di scavo venne inaspettatamente a verificarsi che sotto i livelli di deposizione di questa necropoli romana, estensione periferica occidentale della nota necropoli detta di S. Placido, si stendeva una necropoli dell’ età del Bronzo, al di sotto della quale giaceva a sua volta un complesso di precedenti strati di insediamento sempre più antichi e tutti riconducibili a facies culturali mai prima di allora attestate sul versante peloritano dello Stretto, per la maggior parte assai più antiche di quelle fino ad allora rintracciate nel centro urbano di Messina. 

Procedendo nell’ordine progressivo dello scavo, cioè dallo strato archeologico più recente a quello più antico – con iniziale enucleazione del deposito archeologico superstite previa rimozione di un potentissimo strato ghiaie sterili di reperti, prodotto da una catastrofica alluvione tardo-medievale (XIV-XV secolo) del Boccetta – i vari complessi scavati o solo individuati nell’ area dell’ is. 373 risultarono costituiti essenzialmente da:

   (*) avanzi di strutture murarie ottocentesche in elevato fuori terra del complesso edilizio dell’ ex Cotonificio e Filanda “Ainis” e del contiguo monastero con annessa chiesa di S. Chiara (1800 circa-1856), demoliti dall’ impianto del cantiere, con annesso deposito post-terremoto di un complesso di grandi elementi architettonici marmorei sette-ottocenteschi – almeno in parte pertinenti a resti decorativi del preesistente monastero e della chiesa sudsdetti –  all’atto di apertura del cantiere rimossi e scomparsi;

   (*) scarsi avanzi interrati di potenti strutture murarie di età moderna di imprecisata lettura, riconducibili forse ad apprestamenti di carattere militare a controllo del guado torrentizio in connessione con la soprastante fortezza di Roccaguelfonia (non più esistente) e/o di arginatura del torrente (1550-1750 circa), demoliti e rimossi dall’impianto del cantiere;

   (*) tre pozzi di scarico con riempimenti di risulta contenenti butti di materiali in cotto vari e ceramiche di età moderna (1550-1750 circa);

    (*) necropoli romana della prima e della media età imperiale (30 a.C.-180 d.C. circa): residuo lembo periferico povero della già nota necropoli detta “di S. Placido”, costituito da un complesso di fitti aggregati di numerosissime tombe costituite per la maggior parte da inumazioni terragne poverissime addossate a un certo numero di sepolture con struttura a cassone laterizio e “a cappuccina” (cioè con copertura a spioventi) in muratura laterizia o in struttura mista “povera” in materiali di reimpiego, in associazione con rare incinerazioni, “secondarie” ( cioè all’interno della tomba) o con ceneri entro modeste pentole-urna fittili. Scarsi e rari corredi e due iscrizioni, tra cui una funeraria in marmo con un lungo testo latino;

     (*) necropoli della prima età del Bronzo (o Bronzo Antico) pertinente alla cultura detta di Rodì-Tindari-Vallelunga (1900-1500 a.C. circa): residuo complesso di una ventina di tombe a enchitrjsmòs, cioè a inumazione entro pithos (giarrone) chiuso superiormente da una grande teglia rovesciata, ovvero entro un altro vaso ad impasto meno grande, chiuso invece da una zuppiera del tipo “a clessidra” o da una scaglia di pietra, superiormente protetti da un rivestimento di pietrame;

     (*) villaggio della tarda età del Rame (o Calcolitico Recente) pertinente alla cultura detta di Piano Quartara (2200-1900 a.C. circa): breve fruizione insediativa (una generazione?) con tracce di fondi di capanna a pianta circolare e basamento in pietrame e poca ceramica;

     (*) villaggio della prima età del Rame (o Calcolitico Antico) pertinente alla cultura detta di S. Cono - Piano Notaro (2900-2700 a.C. circa): lunga fruizione insediativa, con scarse tracce di fondi di capanna a pianta circolare e basamento in pietrame ma abbondante ceramica e industria litica su selce e ossidiana. Importazioni da Lipari e da altre aree della Sicilia;

    (*) villaggio del Neolitico Finale, perinente alla cultura detta di Diana - Spatarella (3200-3000 a.C. circa): lunga fruizione insediativa, con scarse tracce di fondi di capanna a pianta circolare e basamento in pietrame ma abbondante ceramica e industria litica con predominanza di quella in ossidiana. Importazioni da Lipari;

    (*) villaggio del Neolitico Medio, perinente alla cultura detta di Serra d’Alto (3700-3400 a.C. circa): fruizione insediativa forse non molto lunga, con scarse tracce del fondo di almeno una capanna a pianta circolare e scarsa ceramica, ma assai significativa di questa facies culturale peninsulare, in Sicilia finora attestata, oltre che a Messina, solo a Lipari. Industria litica quasi esclusivamente su ossidiana eoliana. Importante presenza di almeno due rarissime tombe, le uniche fino ad allora conosciute di questa cultura neolitica, a inumazione rannicchiata in fossa terragna con corredo di coltellini e altro strumentario su lama in ossidiana;

    (*) villaggio o frequentazione del primo Neolitico Medio, pertinente alla cultura detta della ceramica dipinta dello Stile di Capri-Lipari (4200- 4000 a.C. circa): facies insediativa documentata solo da un limitatissimo sondaggio, previo recupero di soli due piccoli frammenti di ceramica dipinta tipica di questa orizzonte culturale, che a tutt’oggi costituiscono i più antichi reperti archeologici restituiti da scavi regolari a Messina;

     (*) probabile villaggio o frequentazione precedente (Neolitico Antico?  6000-4300 a.C. circa): strato di humus solo apparentemente privo di manufatti ma identico ai livelli antropici già documentati, che la prematura chiusura degli scavi non permise di indagare e documentare.

“Conclusi” così alla meno peggio questi importantissimi scavi, il complesso di reperti più organico e “spettacolare” da essi restituiti, costituito dal gruppo di sepolture in vaso dell’età del Bronzo, furono “provvisoriamente” trasferiti nei laboratori di restauro della Soprintendenza di Siracusa e da allora, non più restituiti alla loro sede naturale, vanno ad arricchire le già ricchissime collezioni del Museo Regionale “Paolo Orsi” della città aretusea. 

       E intanto Messina da quasi novant’anni attende ancora il suo museo archeologico. 

Nino Malatino


 
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