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Archeologia a Messina - 1
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A margine degli ultimi ritrovamenti archeologici nella città del Peloro. 

  

 

1) -  PREMESSA – 


Le civiltà che nei millenni ebbero stanza sulla sponda siciliana dello Stretto di Messina, l’antico Pòrtmos-Fretum Siculum, da remote nebbie della preistoria e per tutto il corso della storia vi depositarono nel sottosuolo, sigillate dalle alluvioni, cospicue stratificazioni del loro passaggio e dei rispettivi, innumerevoli stanziamenti. 

      Una situazione, questa, in un certo senso comune ad ogni realtà insediativa succedutasi nel tempo sempre nello stesso sito e, pertanto, sottoposta  al dinamico divenire di ciò che l’archeologo inglese P. V. Addyman (scavatore dell’antica Eburacum-Jorvik, la moderna York), ha chiamato “il più complesso e mutevole dei manufatti dell’uomo, una città vivente”. Organismo stanziale prodotto in un determinato territorio dalla vita comunitaria degli uomini attraverso il succedersi delle generazioni, che nel corso dei secoli, “nutrendosi di sé stesso” con il riutilizzo dei materiali e il sovrapporsi dei complessi e dei manufatti insediativi, viene a sedimentare nel terreno i resti delle sue molteplici fasi di vita.

       La sopravvivenza e il recupero di tali documenti sepolti nei sottosuoli delle città è quindi particolarmente preziosa per l’archeologia, che diviene così archeologia dei centri storici, o per meglio dire, archeologia urbana e che, contestualmente alle acquisizioni scientifiche su un determinato territorio, costituisce una componente fondamentale dell’identità culturale di un popolo e di una nazione.

      L’attività di ricerca archeologica e di tutela e valorizzazione dei manufatti da essa restituiti, è oggi dunque – almeno nelle realtà più evolute e civili – più compiutamente chiamata a coniugarsi con il costruire e/o il ricostruire la città del presente e dell’avvenire.

       Meglio che nelle regioni mediterranee, originarie delle civiltà classiche, è nelle realtà urbane dell’Europa settentrionale e orientale, tra le quali quelle che, meravigliosamente conservate fino agli esordi del secolo scorso, più di altre hanno sofferto per le distruzioni dell’ultima guerra e/o per le pianificazioni dell’urbanistica socialista – ma anche in diverse realtà delle aree franco e mitteleuropea e, in Italia, quelle padana e umbro-toscana – che si sono  realizzati i primi e migliori esempi di tale felice connubio tra le dimensioni, solo apparentemente opposte, dell’archeologia e del recupero dell’architettura storica, da un lato e, dall’altro, del progettare e realizzare la città futura.     

 

Fino a decenni non ancora lontani dello scorso secolo, così come, in occasione della costruzione di grandi dighe, solo in piccola parte si sono consentiti la salvezza o lo scavo di siti archeologici destinati alla sommersione nei laghi artificiali, analogamente la perdita, totale o parziale, di aree archeologiche ricadenti in territori densamente urbanizzati è stata, purtroppo, anch’essa per tanti versi inevitabile, o quanto meno evitabile solo in piccola parte. Troppo spesso e troppo facilmente, però, le ragioni della ricerca e della tutela archeologica sono risultate oggetto “sacrificabile” (e senza troppi scrupoli) sull’altare di un barbarico e arrogante “modernismo” urbanistico o di crassi interessi economici di privati a scapito del territorio e della sua storia.
  

      Solo come esempi, per quanto concerne l’Italia si ricordino gli sventramenti otto e novecenteschi di cinte murarie urbiche e la copiosa distruzione di chiese medievali e necropoli classiche, lo sventramento del centro storico di Roma, perpetrato nel secondo Ottocento a partire dall’Unità d’Italia, poi continuato dall’urbanistica fascista, negli anni Trenta del secolo scorso, per la realizzazione della Via dell’Impero, indi gli innumerevoli scempi di complessi archeologici dei centri urbani in ogni angolo del Belpaese a partire dai primi grandi sacchi palazzinari, dal Dopoguerra fino ad oggi. Mentre, fuori d’Italia, basti solo accennare a realtà non meno devastate dall’incontrollata espansione edilizia, come nella vicina Malta – una realtà assai simile e contemporanea, come si vedrà, a quella di Messina, con la distruzione di necropoli e obliterazione di ipogei preistorici – a Beirut e in tante altre realtà urbane mediorientali negli anni Sessanta e Settanta e, da questi al presente, si pensi a situazioni come Il Cairo e Alessandria d’Egitto e alle sistematiche distruzioni dei centri storici di tante grandi città asiatiche, prime fra tutte quelle della Cina di oggi – specie per quanto concerne il patrimonio architettonico – quali esempi emblematici degli immani e irreparabili sfregi arrecati, in tanti Paesi “in via di sviluppo”, dalla barbarie “modernista” contro la memoria comunitaria dell’umanità.  
  

       In Italia solo da alcuni anni una provvida legislazione in materia di tutela delle aree archeologiche delle città obbliga tutte le progettazioni urbanistiche e le lottizzazioni edilizie a tenere in debito conto la “carta archeologica” dei siti interessati da realizzande infrastrutture o da nuovi insediamenti, determinando così, ope legis, il sistematico intervento preventivo di scavo archeologico, anche a spese dei costruttori, da parte delle Soprintendenze competenti. Che in Sicilia, quale regione a statuto speciale, in più che nel resto d’Italia, hanno prevista una consistente natura di organo tecnico unico e multidisciplinare per tutti i generi di interventi su contesti sia archeologici che storico-monumentali.

       Ma tutto ciò che nel corso di quest’ultimo secolo è andato distrutto e che –  contestualmente ad altri crimini contro l’ambiente e l’umanità – continua ad esserlo in tante realtà del mondo, niente e nessuno potrà ormai restituircelo.   

 

Nel caso di Messina, sfavorevoli caratteristiche ambientali date dalla naturale fragilità di un territorio percorso da un sistema di faglie tettoniche con formazioni geologicamente recenti e a matrice torrentizia e da un’alta densità demografica in spazi limitati e con un eccessivo carico di costruito, ma specialmente, salve rare eccezioni, un atavico disinteresse culturale per la conservazione dell’antico e delle patrie memorie, hanno purtroppo fatto sì che, specialmente nel corso dell’ultimo secolo, la distruzione della gran parte del patrimonio archeologico giacente nei suoli del centro urbano assumesse aspetti e dimensioni particolarmente devastanti. Ancor più esiziali se appena si consideri la remotissima antichità e la ricchezza pluri-stratificata delle sequenze di depositi archeologici di questa realtà insediativa, a tratti simile a quella dei tell mediorientali e dei kom egiziani e di essi non meno antica e che in non pochi momenti della storia venne ad assumere quasi il ruolo di “ombelico del Mediterraneo”. 

       Nonostante una serie innumerevole di sconvolgimenti naturali e di ricorrenti distruzioni ad opera dell’uomo, i terreni urbani della Città dello Stretto, seppure oggi ormai massicciamente sconvolti e obliterati dal cemento e per la maggior parte irraggiungibili all’indagine archeologica, in alcuni siti rari – che indicheremo in altra sede – custodiscono ancora gli ultimi preziosi lembi degli insediamenti succedutisi quasi ininterrottamente fin dal Neolitico, in una diacronica sequenza di fasi di vita almeno sei volte millenaria.

      Si può anzi dire che l’arco cronologico degli insediamenti finora documentati a Messina e nel suo immediato territorio coincide e quasi “accompagna” tutto l’ultimo, più conosciuto tratto della storia umana. Precipuamente la storia del Mediterraneo a partire proprio dall’esordio, circa seimila anni fa, delle prime società organizzate oggi note.

      Messina, antica capitale del Regnum Siciliae, assieme  alla “concorrente” Palermo e, da sempre, città-cerniera tra la Sicilia e Italia peninsulare, posta quasi all’esatto centro del Mediterraneo, è tuttavia generalmente poco conosciuta ancora in molti dei suoi vasti e multiformi aspetti culturali. Principalmente proprio dal punto di vista archeologico, nonostante l’importanza del contributo dell’archeologia della Città dello Stretto e della cuspide peloritana della Sicilia alla conoscenza di tanti aspetti formativi della civiltà mediterranea, precipuamente nelle vicende dell’Isola, del Centro, del Sud Italia e del Mediterraneo centrale fin dagli albori della storia.

       Ma, pur costituendo una realtà archeologicamente, nonostante tutto, ancora ricca di materiali di ogni epoca a partire dalla tarda preistoria – in massima parte inediti e sconosciuti agli stessi specialisti, specie quelli restituiti dai recuperi degli anni più lontani, per l’ancor insufficiente produzione di studi analitici su di essi – a più di cent’anni dal terremoto del 1908 il patrimonio archeologico peloritano attende ancora una sua degna sistemazione museale!   

Svariati fattori ostativi, ma principalmente quelli di interesse lobbistico connesso a un espandersi continuo dell’edilizia privata, hanno sostanzialmente impedito, almeno fino in anni recenti, lo sviluppo dell’indagine archeologica a Messina.

      Tant’è che fino alla fine degli anni Ottanta, cioè al momento dell’esordio dell’odierna Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina (vedi infra nelle note successive) raramente si andò oltre occasionali scavi di emergenza, a seguito di alcuni degli innumerevoli sbancamenti edilizi. Interventi costituiti per lo più dall’enucleazione e dissotterramento di qualche importante reperto di arte antica, scultorea o musiva, affiorata casualmente nei cantieri (magari troppo ponderosa per essere involata e dispersa), ovvero da limitatissimi sondaggi in lembi di sequenze stratigrafiche prima della loro distruzione, documentate spesso solo sommariamente.

       Così che a Messina, fino all’ultimo quarto del secolo scorso, interventi di scavo poco più vasti e accurati di semplici recuperi sono da considerarsi come eventi assai rari, mentre, in tali ristrettezze di prospettive per l’archeologia peloritana, figure come quella di G. Scibona e, a ritroso negli anni, quelle di G. Vallet, P. Griffo e P. Orsi nel Novecento (vedi infra nelle note successive) e di G. Tropea, Fiorilli e Salinas e G. La Farina nell’Ottocento, costituiscono solo luminose eccezioni in un panorama culturale in cui la ricerca archeologica “sul campo” finora non ha mai goduto di degna “cittadinanza”.

       In effetti, tranne che nella rimasticata retorica semi-colta a corredo di occasionali momenti di apologesi “municipalistica”, nella cultura media peloritana – anche per i limiti di un ambiente accademico in gran parte “quietamente provinciale” – non si è riusciti finora a tradurre un diffuso interesse alla conoscenza e alla tutela del locale patrimonio a suo tempo trasmessoci dal passaggio di tante civiltà. Tant’è che solo adesso, nel novero delle risorse per il (difficile) rilancio dell’immagine della Città dello Stretto, comincia a includersi l’esigenza (ancora vaga) della realizzazione di un museo archeologico – che invece, per esempio, nella stessa dirimpettaia città di Reggio Calabria esiste dagli anni Trenta – mentre da più di un novantennio (!) si attende il “completamento” del Museo locale, ex Civico, poi Nazionale e oggi Museo Regionale.

      E l’Università di Messina – tradizionalmente defilata da tante acute problematiche di tutela del territorio – quando la carenza di tutela e di interventi di scavo di emergenza abbandonava le aree archeologiche di Messina agli scempi della speculazione edilizia, non trovava solitamente di meglio che rivolgere la propria ricerca di scavo sui campi dell’Agrigentino e di altri opposti versanti della Sicilia (!). 

 Solo in questi ultimi anni un nuovo impulso di conoscenza e valorizzazione del patrimonio archeologico peloritano, finalmente impresso dalla più recente attività del Servizio Archeologico della competente Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, consente ai materiali finora restituiti dagli scavi e dai recuperi nei suoli della Città dello Stretto di cominciare ad annoverarsi tra i beni culturali fruibili dal più vasto pubblico e non più soltanto da una ristrettissima cerchia di dotti studiosi e “addetti ai lavori”.

      La postazione informatica recentemente collocata nell’ Antiquarium degli scavi del Palazzo del Comune, contestualmente all’inaugurazione di tale piccola ma importante struttura museale – che si tratterà in altra nota – descrive, infatti, già esaustivamente dell’attività scientifica di scavo del suddetto Ufficio nell’àmbito urbano della Città del Peloro e del suo immediato territorio, dal 1987, anno della sua istituzione, fino al presente. Unitamente a quanto in merito prodotto e pubblicato nel tempo dagli archeologi della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali. di Messina, con particolare menzione – per il più largo pubblico – al catalogo, in più volumi, realizzato a suo tempo a corredo della memorabile mostra “Da Zancle a Messina” di giusto dieci anni fa.
    

       La serie di articoli sull’archeologia messinese di cui la presente nota è la premessa, pertanto, intende solo fornire una sommaria indicazione, precipuamente, dei vecchi ritrovamenti urbani anteriori a quella data, talvolta anticipatori delle importanti scoperte di questi ultimi anni – di cui comunque, per completezza, si accennerà – e pertinenti ad una attardatissima “fase pioneristica” (talvolta solo “dilettantesca”) della ricerca archeologica sulla riva siciliana dello Stretto.    
  

      Nonostante le incalcolabili perdite del passato, perpetrate fino in anni recenti (vedi infra) e un territorio in gran parte massacrato dal cemento e irrecuperabile alla tutela e alla valorizzazione di beni culturali e ambientali ormai scomparsi, tuttavia è di certo ancora molto quello che, celato in residui spazi urbani, è da riportare alla luce, ovvero, già restituito dagli scavi archeologici, è da valorizzare e far conoscere in tutto il mondo sui popoli e le civiltà che ebbero stanza e sviluppo, da almeno seimila anni, su questa sponda dell’antico e mitico Fretum Siculum.

Nino Malatino  


(continua)

 


 
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