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Archeologia a Messina - 2 -
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 Vicende del territorio e del suo popolamento

A margine degli ultimi ritrovamenti archeologici  nella città del Peloro.   

                  

 

ARCHEOLOGIA A MESSINA

 


 

   2) – Vicende del territorio e del suo popolamento nella problematica conservazione delle preesistenze antiche – * 

Considerando l’antichità, l’importanza e la vastità dell’insediamento di Zancle-Messana nei secoli della classicità greco-romana, attestata dalle residue fonti storiche, dalla numismatica e dalle scoperte archeologiche, è ben pensabile che, analogamente a tutte le città fiorite nell’età classica, dirute vestigia delle sue strutture monumentali e del suo impianto urbano antichi dovettero sussistere, più o meno in piedi o affioranti dagli interramenti alluvionali, ancora alla fine dell’età medievale, forse fino a ridosso della costruzione carloquintiana delle mura cinquecentesche  e delle grandi sistemazioni tardo rinascimentali.   

     Ma già nel Settecento, evidentemente scomparse ormai quasi tutte le vestigia monumentali di antichità che fino e non oltre al secolo precedente sopravvivevano fuori terra, Messina era ormai percepita, dai viaggiatori colti, come una città esclusivamente moderna. 

      Cataclismi naturali di particolare intensità, costituiti sia dai terremoti di un comprensorio caratterizzato dalle faglie tettoniche più attive d’Italia – basti ricordare, tra quelli più distruttivi, i sismi del 364 e del 1169 – sia dalle devastanti alluvioni torrentizie di un breve territorio pianeggiante in riva al mare e chiuso alle spalle da ripide balze e aspri rilievi e solcato un tempo da grandi fiumare, alcune delle quali correvano a ridosso e dentro la città stessa – ma specialmente l’opera distruttiva e ricostruttiva dell’uomo in un sito urbanizzato negli stessi spazi fin dall’alba della storia e con rara pietra da taglio per le costruzioni, hanno dunque causato nel tempo la generale scomparsa dei resti monumentali antichi.

      Unitamente ai vari eventi sismici più o meno catastrofici, gli smottamenti franosi delle balze collinari e le esondazioni alluvionali – come drammaticamente si è evidenziato proprio durante la stesura della presente nota – con i grandi interramenti ad essi conseguenti, costituirono la principale concausa naturale delle scomparsa dei resti archeologici delle antiche fasi urbane della Messana classica, assieme, ovviamente, a tratti più o meno consistenti del tessuto urbano ad essi contemporaneo.

      Essendo, questo, un territorio, dunque, a preponderante matrice torrentizia, innumerevoli e ricorrenti eventi alluvionali, dagli esiti non di rado disastrosi per gli insediamenti umani, vanno a formare sia gli strati sterili che quelli contenenti i depositi archeologici. Il più delle volte tali sequenze si presentano con un’alternanza quasi sistematica di livelli antropici e coltri alluvionali sterili, tali da evidenziare la difficile convivenza tra le fasi di insediamento e quelle di distruzione e momentaneo abbandono, apportati da eventi alluvionali anche di estrema intensità – spesso originati da concause sia naturali che antropiche – e che costituisce uno degli elementi più drammatici della sedimentazione urbana di Messina nel corso del tempo, fino, purtroppo, al giorno d’oggi.

       Dagli scavi finora effettuati nei cantieri edili dell'area urbana, sia gli sbancamenti di terreni per le nuove costruzioni che, contestualmente a questi, le regolari indagini archeologiche, può determinarsi una media fra le varie quote di giacitura dei livelli archeologici. Essi vengono solitamente ad attestarsi, rispettivamente, dai 0,50 ai 2,50 m. circa sotto l'attuale piano di calpestio per quanto attiene alle faces  post-antiche, cioè moderne e medievali e quelle tardoantica e bizantina; dagli 0,50 (area della Stazione Ferroviaria) ai 4 m.circa (aree intorno a piazza Cairoli) per quanto concerne le faces  classiche, cioè romana, ellenistica, greca classica, greca arcaica e protoarcaica; dai 3 ai 7 m. circa per ciò che riguarda la grande faces  preistorica della prima e della media età del Bronzo; infine tra i 5 e i 14 m. (area dell'is. 373- Pala Cultura del Boccetta) per ciò che concerne le faces  preistoriche dell' Eneolitico (età del Rame) e del Neolitico, che però in siti distanti dal centro attuale della Città (villaggi di Ganzirri, a Nord e di Camaro Superiore) si sono attestati a quote quasi superficiali.

Come , del resto, evidenziato a suo tempo dagli scavi nel sito dell'is. 373 - Palazzo della Cultura, non è certo da escludere che a profondità ancora maggiori nel sottosuolo di Messina, presumibilmente al di sotto dei 10 m. circa dal piano attuale - purtroppo quasi certamente irraggiungibili dalle odierne possibilità di indagine archeologica - le coltri alluvionali oloceniche formanti l'attuale piano di posa della Città, possano celare tracce di insediamenti preistorici ancor più remoti, forse precedenti lo stesso Neolitico medio - l'orizzonte culturale più antico (a ceramica dipinta di fine V millennio a.C.) finora attestato dai suddetti scavi del Boccetta - come attesterebbero sporadici rinvenimenti di industria litica (strumentari in pietra e i loro scarti di lavorazione) di probabile faces  mesolitica e/o tardo paleolitica, forse fluidati da eree a monte e raccolti in vari siti archeologici urbani.       

       Durante quasi tutti gli interventi di scavo nell’area urbana messinese, contestualmente alla registrazione delle varie sequenze archeologiche, si è poi evidenziato un importante elemento comune, costituito da un pressoché onnipresente cambiamento generale della composizione fisica del terreno. Viene, cioè, a manifestarsi una netta soluzione di continuità nelle sezioni del terreno, in base alla quale gli strati di pertinenza agli stanziamenti antichi – costituiti dalla somma delle sequenze degli insediamenti pre-classici (preistorici) e classici (greco-romani) – sono nettamente distinti dagli strati degli stanziamenti post-antichi – (o post-classici), costituiti dalle fasi di urbanizzazione medievale e moderna – facendo in ciò intravedere un presumibile, radicale cambiamento dell’assetto dei terreni torrentizi, in corrispondenza, forse, di qualche crisi eco-ambientale occorsa in età altomedievale, la cui origine e portata sono in atto ancora quasi tutte da valutare. 

      I depositi archeologici delle sequenze preistoriche e di quelle storiche delle età classiche, solitamente ricchi di materiali archeologici e formati per lo più da limi e sedimenti terrosi alquanto minuti – da apporti alluvionali per lo più graduali e di bassa potenza esondativa, ovvero distanti dall’originario letto torrentizio – si presentano solitamente compatti e di colore scuro o nerastro, ricchi di humus organogeno, quale residui di intense fasi di vita insediativa e/o di antiche coperture vegetali boschive o di remoti habitat palustri di delta. Questo però ad eccezione delle aree di necropoli, sia quelle preistoriche dell’età del Bronzo che quelle delle età classiche, impiantate, invece, quasi sempre entro depositi ghiaiosi, presso gli antichi alvei dei torrenti.

      I sedimenti alluvionali pertinenti alle sequenze medievali e moderne – da vari momenti altomedievali (età bizantino-araba) ai secoli più recenti, talvolta praticamente fino alla fase ottocentesca, ante-terremoto del 1908 – archeologicamente non meno ricchi di quelli antichi, viceversa sono costituiti per lo più da apporti alluvionali a matrice assai grossolana, composti da ciottoli anche di medie e grandi dimensioni e ghiaie fluviali di pesante granulometria, depositati da esondazioni torrentizie particolarmente intense e ingenti, che nel corso dei secoli devono avere cambiato più di una volta parte dell’assetto e della morfologia dei terreni urbani e peri-urbani. Come purtroppo vediamo attuarsi, in modi anche più drammatici, pure nel nostro presente.         

       Tra le catastrofi alluvionali dei tempi storici non riportate dalle fonti documentali – quelle più recenti e storicamente documentate, a partire dal XVII secolo, non interessano la presente sintesi – la più vasta deve dunque considerarsi quella (o quelle) avvenuta (o avvenute) in un imprecisato momento, ovvero in più momenti, dell’età bizantina (tra VI e IX secolo), attestata/e con ampia evidenza dalla suddetta, uniforme e vistosa soluzione di continuità nella composizione dei sedimenti alluvionali tra i livelli archeologici classici della Messana greco-romana e quelli postclassici della Messina medievale, arabo-normanna.

Sia che si fosse trattato di una generale esondazione dei vari torrenti peloritani, piuttosto che di una serie di singoli eventi più o meno concatenati e vicini nel tempo, tale vistoso cambiamento nella coltre sedimentaria delle sequenze archeologiche sarebbe forse da collegarsi agli esiti della “piccola glaciazione” di quei secoli della seconda metà del I millennio della nostra era. A tale vasta fenomenologia alluvionale è presumibilmente da imputare il seppellimento di gran parte dei resti della città antica sotto una coltre detritica – in stratigrafia presente come livello fluviale sterile di materiali antropici – che in certi punti raggiunge la potenza di alcuni metri, determinando, forse contestualmente alla modifica di qualche tracciato torrentizio, la formazione dei terreni d’impianto della successiva città medievale e moderna.

       La o le grandi esondazioni altomedievali dovettero comunque seppellire per lo più contesti della città classica già cadenti e abbandonati da secoli, ovvero da altrettanto tempo in semi  abbandono – vedi, ad esempio, l’area sacra ellenistica nei pressi dell’odierna piazza Lo Sardo (Piazza del Popolo) e dell’attuale chiesa dello Spirito Santo, in età bizantina trasformata in "aura" eremitica(le così dette Camerelle ipogeiche presso la cripta della suddetta chiesa) - essendosi la Città ridotta quasi tutta presso l’ansa più interna del porto, a Est dell’attuale piazza Duomo.     

       Gli esiti di una grandissima esondazione tardo medievale (XIV-XV secolo) del torrente Boccetta sono stati a suo tempo evidenziati – come vedremo in una nota successiva – negli scavi del cantiere dell’is.374-Palazzo della Cultura, sul viale omonimo, a cui si aggiunge l’analoga  (e coeva?) alluvione del tratto antico del torrente Luscìnie a Ovest di piazza Duomo, nei recenti scavi nel cantiere dell’ is.315, presso gli uffici della Provincia Regionale, forse anch’esse indizio dell’altra “piccola glaciazione” tre-quattrocentesca. Consistenti apporti di ghiaioni alluvionali sono comunque l’elemento sedimentario più comune nelle stratigrafie postclassiche, medievali e moderne, dei siti archeologici di Messina.          

        Vale, infatti, appena il caso di ricordare che l’ultimo tratto del transito dell’antico torrente Luscìnie, poi Portalegni, pericolosamente interno all’impianto urbano medievale – e presumibilmente anche di quello ellenistico-romano – che fino ai primi decenni del XVI secolo andava a sfociare presso l’ansa del porto, dopo avere arrecato, nei secoli, incalcolabili danni al centro urbano di Messina, negli anni 1535-37, contestualmente alla realizzazione della grande cinta urbica voluta dall’imperatore Carlo V, venne deviato e rettificato fuori del centro urbano del tempo, sulla direttrice dell’attuale via Tommaso Cannizzaro. Mentre, viceversa, non ebbe seguito un successivo progetto tardo seicentesco del pittore e ingegnere messinese Onofrio Gabrieli per vaste opere di arginatura della flomara della Bozzetta (il Boccetta), l’altro non meno pericoloso torrente peloritano, traversante il tratto settentrionale del centro abitato.

Per quanto invece concerne l’opera distruttiva di origine antropica a danno dei resti della città classica, è innanzitutto da ricordare come lo smantellamento dei centri urbani antichi per la costruzione o ricostruzione delle città medievali e moderne costituisca un fenomeno comune a tutte le civiltà urbanizzate.. Ma c’è da dire che a Messina, principalmente a causa della generale scarsità quantitativa e qualitativa delle locali cave di pietra da costruzione in un contesto intensamente abitato, ancor più intensamente che altrove le fasi insediative medievali e moderne vissero e crebbero a “dirette spese” di quelle antiche, così come anche di quelle di solo qualche secolo addietro. 

       Dopo l’asportazione di tutti gli elementi metallici già nella tarda antichità, portata a completamento presumibilmente dalla grande “fame di metalli” dell’età bizantina – con la perdita quasi totale  dell' incommensurabile patrimonio della bronzistica classica – i progressivi smantellamenti delle strutture in elevato dei complessi monumentali classici e poi anche di molti edifici medievali (vedi la scomparsa fortezza arabo-normanna del Castellammare) dovettero iniziare dai materiali delle strutture diroccate o abbattute dai terremoti e dall’abbandono dell’età tarda, presumibilmente a cominciare ab antiquo con i pregiati marmi, comprese le iscrizioni, le colonne e i blocchi squadrati o sagomati in calcare – come usuale prassi medievale, ad uso di chiese importanti, prime fra tutte il Duomo – passando indi al pietrame più minuto e ai ciottoli più grossi delle strutture più modeste o dei riempimenti a sacco delle antiche cortine murarie già spogliate nei marmi e nei conci e lastre calcarei di rivestimento, fino al recupero dei più umili laterizi (tegole e mattoni) ad uso di rinzeppatura nelle strutture di nuovi elevati e del cocciopesto.

       L’intensità e la frequenza con le quali, attraverso i secoli e fino alle soglie dell’Ottocento, i materiali lapidei antichi venivano “cauati da terra” ad uso delle nuove costruzioni, è indicata, nei ritrovamenti archeologici finora effettuati a Messina, dal numero complessivamente non ingente di strutture monumentali classiche comprendenti ancora resti di paramenti murari di particolare consistenza e dalla frequenza, altresì, di elementi strutturali “in negativo”, cioè trincee di spoglio e fosse di recupero dei conci antichi, spesso connesse alle ultime fasi di vita di tali contesti, quando, ormai in abbandono, cominciarono ad essere interrati da massicci apporti alluvionali.

      I marmi e i calcari così "cauati di sotterra" rifornivano sia i sempre rinnovati edifici della città medievale e moderna, sia le fornaci dei "calcarari”, sempre attive per tutti quei secoli e spesso adiacenti agli antichi monumenti in rovina, utilizzati ad esaurimento come cave da costruzione.

Le asportazioni ab antiquo dei paramenti e delle assise di blocchi delle superstiti strutture antiche e i loro spietramenti definitivi, erano essenzialmente in funzione della realizzazione di successivi manufatti edilizi, ma è ben presumibile che, in parte minore, fossero anche connessi sia alle svariate vicende belliche – nel millennio e più compreso tra la Guerra Greco-Gotica e le grandi fortificazioni spagnole, realizzate tra l'impero di Carlo V e quello di Carlo II – per costruzione di opere e apprestamenti murari e la difesa di essi, sia al continuo approvvigionamento di zavorra per le navi ancorate nel porto, non sempre rifornito esclusivamente dai grossi ciottoli e dal pietrame dei torrenti.

       Veniva così man mano scomparendo nel corso dei secoli ogni residua traccia visibile degli organismi architettonici antichi non interrati dalle alluvioni o già utilizzati come basamenti di fondazione o altre parti integranti inferiori di edifici, religiosi o civili e di caseggiati medievali e moderni – vedi la situazione dell’area archeologica del Palazzo del Comune – finiti definitivamente fagocitati e cancellati, presumibilmente tra il Cinque e il Settecento, dallo sviluppo edilizio ed espansivo della Città Nuova, travalicante i ristretti limiti della demolita, vecchia cinta muraria normanna. 

       Soffocate dal fitto costruito circostante, nel corso del Sei e del Settecento  sopravvivevano nel soprassuolo urbano le ultime vestigia dei templi greci di Eracle-Manticlo, nell’antica via Austria (odierna via I Settembre), di Zeus, sul colle della Caperrina e di Posidone, nello scomparso terzo lago di Ganzirri (oggi piano Margi), oltre ad altre vestigia minori, come quelle note di età romana, presso il sito e la fiumara di Giostra-Ritiro, nei villaggi rivieraschi di Faro e Ganzirri e presumibilmente moltissime altre a noi ignote. Ma all’indomani del terremoto del 1783 non pare ne restasse più nulla.

       Nei secoli XVI e XVII la Città dello Stretto, infatti, probabilmente a partire dal suo grande ampliamento rinascimentale, impostato dal tracciato della cinta muraria carloquintiana (1535-37), vide il suo impianto urbano quasi raddoppiato dai nuovi quartieri sorti oltre le demolite mura normanne, mentre la realizzazione delle grandi arterie incrociate della via Austria (odierna via I Settembre) – dedicata a Don Giovanni d’Austria, dopo la vittoria di Lepanto del 1571 e realizzata anche a scapito dei resti del tempio greco di Eracle-Manticlo – e della perpendicolare via Cardines, sventrando gran parte dell’originario tessuto urbano medievale nella sua contorta planimetria “di tipo arabo”, ne rinnovava certamente anche il coevo tessuto edilizio. Così che, completata la costruzione tardo seicentesca della Real Cittadella con la cancellazione di un altro grande quartiere della vecchia città medievale a ridosso del porto, nella percezione dei primi grandi viaggiatori europei “nei luoghi del mito classico”, Messina, già nel Settecento e prima del grande sima del 1783, aveva ormai pienamente assunto le connotazioni di una delle poche grandi realtà urbane della Sicilia mancante di significative vestigia monumentali classiche o tutt’al più di vaste architetture dei Secoli Mezzani. – tranne le sole chiese del Duomo, della Badiazza, di S. Maria Alemanna e dell' Annunziata dei Catalani – ritenute degne di essere riprodotte, come insigni e vetuste ruine nelle vedute a stampa del tempo.

      Già, dunque, a partire dal Settecento – sia classicista che protoromantico – Messina, pur generalmente ammirata, dai colti viaggiatori del Gran Tour, come uno dei luoghi evocatori del Mito classico e del Sublime e presente in tutte categorie del Pittoresco, veniva dunque osservata solo sotto la cifra di una realtà urbana moderna sulle rotte del Levante mediterraneo, la cui antichità era ormai relegata solo all' esegetica storica e alle "favole" del mito.

Nino Malatino

- (continua) -                                                                              

                                                                                                            

                                                                                                                

 



 

  * La stesura del presente lavoro non può, da adesso, non collegarsi dell’avvenuto disastro alluvionale che in questi giorni ha colpito il territorio meridionale del Comune di Messina e l’adiacente Comune di Scaletta Zanclea, richiamando vieppiù l’attenzione sulla genesi torrentizia dei terreni olocenici costieri e sub costieri dello Stretto di Messina e la sostanziale fragilità strutturale di molti settori delle balze collinari a monte dei vari centri abitati, principali concause dei profondi interramenti, anche catastrofici, delle strutture dei vari insediamenti storici.    


 
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