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Chiesa di S. Maria Incoronata a Camaro superiore
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La più antica notizia che possediamo sulla Chiesa parrocchiale di Camaro è contenuta nelle "Rationes decimarum", nei libri, cioè, di conti dei Collettori Pontifici per il regno di Sicilia, incaricati di riscuotere la decima per conto della Santa Sede.

In questi documenti si trovano anche preziose indicazioni sulla conservazione e permanenza del rito greco in Sicilia nei secoli XIII e XIV, con l'elenco di chiese e sacerdoti greci, oltre a monasteri basiliani.

Per Camaro si legge: «IN FLOMARIA DE CAMMARIS - Petrus Philippus grecus capellanus ecclesie S. Nicolai de Alto tar I; Presbiter Nicolaus grecus capellanus ecclesie S. Marie tar I gr. X; Presbiter Nicolaus grecus capellanus ecclesie S. Clementis tar I».

Delle chiese di S. Nicola dell'Alto e S. Clemente non esiste traccia, oggi, nel territorio, mentre quella di S. Maria che forniva una decima più alta - 1 tari e 10 grana - è da identificare con gli attuali ruderi della vecchia chiesa parrocchiale.

Il fatto che il maggior tempio di Camaro fosse officiato da un prete greco non deve sorprendere perché, per tornare indietro al tempo dei normanni, «...Ruggero non fece alcun tentativo per sopprimere la Chiesa greca ortodossa; al contrario, aiutò i Greci a ricostruirla.

La sua sola richiesta fu che essi si separassero dal patriarca e dall'imperatore bizantini: la gerarchia latina doveva dominare».

Lo storiografo Rocco Pirro, nella sua "Sicilia Sacra", tra le obbedienze e i monasteri assoggettati alla giurisdizione dell'Archimandritato del SS. Salvatore "Linguae Phari" nella punta estrema della penisoletta di S. Raineri, nel 1131, cita anche il monastero "S. Annae de Cammariis cum iurisdictionibus et pertinentiis suis... situm in... flomaria de Cammaris" (ancora oggi esiste, a Camaro, una contrada denominata S. Anna).

Per tornare alla chiesa parrocchiale, nella Guida del 1902 si legge: «Più in alto, è il villaggio di Camaro Superiore, la cui chiesa parrocchiale è del secolo XVI, come attesta l'architettura della porta esterna.

Nell'interno è da osservare la tavola di S. Giacomo, opera di Polidoro da Caravaggio, quella del Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro, di ignoto autore, e la baretta del secolo XVII, in argento». Qui, dal 1550, aveva sede la Confraternita di S. Giacomo, tuttora viva e vitale e talmente importante nel panorama dell'associazionismo religioso al punto da essere citata, insieme a poche altre, da Giuseppe Buonfiglio nel 1606. Scrive, infatti, il cavaliere ed erudito messinese: "Sono adunque tutte le fraterne della città cinquantasei si come qui di sotto descriveremo...» e cita, appunto, quella che lui chiama Confraternita di "San Iacopo delli Cammari".

Il disastro del 1908 faceva crollare l'antica chiesa parrocchiale che era da ammirare per il portale maggiore marmoreo di epoca cinquecentesca. Questo scomparso manufatto doveva con ogni probabilità ricalcare, nella tipologia e nello stile, il prototipo gaginiano allora in voga nelle chiese parrocchiali dei villaggi messinesi e di cui si trovano, ancora oggi conservati, splendidi esempi tardo-rinascimentali nella Chiesa Madre di S. Nicolò a Pezzolo e nella semidiruta chiesa di S. Gaetano, a S. Stefano di Briga.

La presenza di questo portale testimoniava anche le radicali opere di rifacimento e restauro che la medievale chiesa di S. Maria ebbe nel secolo XVI. Ed è probabilmente in tale circostanza che venne introdotta la devozione verso San Giacomo Apostolo, con la sua proclamazione a patrono di Camaro.

Oggi, risalendo per via Chiesa Vecchia, si possono osservare i pochi ruderi superstiti dell'antica chiesa parrocchiale di S. Maria: il presbiterio con un cornicione sommitale di coronamento, tracce di stucchi e la canonica, attualmente adibita ad abitazione.

Nel periodo della ricostruzione post-terremoto, non fu possibile ricostruire la nuova chiesa nello stesso sito dell'antica, a motivo delle distanze fra i fabbricati imposte dalla rigida normativa antisismica per i Comuni colpiti dal terremoto del 1908. Un primo progetto redatto nel 1923 dall'ing. Antonino Duci e dal geom. Santo Giordano, si ispirava allo stile arabo, con la facciata decorata da pilastri arabescati e sormontati da statue.

Accantonata, poi, questa ipotesi progettuale, venne scelto, invece, il progetto dell'ing. Francesco Barbaro, datato agosto 1928, che fu quello poi realizzato

Scrive mons. Giuseppe Foti in proposito: «L'edificio si sviluppa su tre navate con transetto: la centrale è larga m. 6,70 e usufruisce di un'ampia abside, mentre le laterali, larghe m. 3,80 ciascuna, si chiudono sul transetto. L'altezza è di m. 7,10 nelle navatine, m. 12,60 nella centrale e 14,60 nel transetto; questo motivo dell'altezza del transetto che sovrasta la navata centrale si ripete nel Duomo di Messina, nella chiesa di S. Francesco all'Immacolata e in tante altre chiese di Messina.

Il campanile è alto m. 18,70. La struttura resistente è costituita da telai a maglie di cemento armato con tamponamenti di mattoni pieni nelle parti basse e forati in quelle alte.

Anche le capriate e gli arcarecci del tetto sono in cemento armato mentre l'orditura leggera è in legno».

Come gran parte delle architetture chiesastiche della ricostruzione, il nuovo tempio parrocchiale si ispira al Romanico (a titolo di esempio, citiamo la chiesa di S. Maria Annunziata a Camaro Inferiore e quella di S. Leonardo in S. Matteo, a Villa Lina).

Le pareti della navata centrale, infatti, si sviluppano su archi a pieno centro poggianti su pilastri e sulle colonne divisorie delle navate. Il motivo decorativo delle cuspidi di facciata sulle quali impostano le falde dei tetti spioventi, è risolto con elementi cari al repertorio stilistico romanico e, cioè, la serie di archetti pensili.

Nelle lunette dei tre portali, dei quali il maggiore è aggettante con protiro secondo l'uso romanico, trovano posto dei bassorilievi in stucco cementizio raffiguranti "U incoronazione della Vergine", lo "Sposalizio di Maria con S. Giuseppe" e "San Giacomo a cavallo che combatte contro i mori".

Il costo complessivo dell'edificio chiesastico fu di L. 895.000, coperto con i fondi della Convenzione del 1928 fra la Curia messinese, rappresentata dall'Arcivescovo mons. Angelo Paino, e lo Stato.
I lavori, eseguiti dalla ditta Parisi Salvatore, ebbero inizio il 9 aprile del 1929 e portati a termine il 30 giugno del 1932.

La nuova chiesa dedicata a Santa Maria Incoronata conserva parecchi reperti ed  opere d'arte recuperate dalle macerie di quella antica. In particolare, gli altari settecenteschi   in   marmi   policromi intarsiati con la tecnica del mischio e rabisco, di S. Giacomo e S. Giuseppe. Inoltre, una pregevole acquasantiera cinquecentesca, alcuni paliotti d'altare intarsiati e i marmi dell'imponente altare maggiore.

La più importante opera d'arte, oltre al "Ferculum" di San Giacomo, è comunque la celebre tavola raffigurante l'Apostolo, capolavoro indiscusso del pittore e archi¬tetto Polidoro Caldara da Caravaggio nato nel 1493 e morto a Messina nel 1543, discepolo di Raffaello Sanzio.

Si tratta di un dipinto ad olio, originariamente su tavola e poi trasferito su tela nel corso di un restauro effettuato nel 1968. Il santo è raffigurato in cammino col bastone da pellegrino ed il libro aperto, simbolo della sua opera di evangelizzazione. Sullo sfondo una vallata, che potrebbe anche essere quella di Camaro.

Francesco Susinno, nel suo volume "Le Vite de' Pittori Messinesi", assegna la tavola nel novero delle opere più importanti di Polidoro e ricorda, anche, la particolare devozione dei "terrazzani" (come definisce gli abitanti di Camaro) che avevano ricoperto, nel Settecento, il dipinto di cristalli a scopo protettivo.

Altre pregevoli opere d'arte sono la tavola raffigurante "Gesù che consegna le chiavi a S. Pietro", di ignoto autore seicentesco; la "Stigmatizzazione di S. Francesco", anch'essa di ignoto pittore del Cinquecento; una settecentesca "Madonna del Rosario" attorniata da 15 quadretti con i Misteri del Santo Rosario; una "Madonna della Lettera con S. Nicola Vescovo", di ignoto settecentesco; una tavola raffigurante "S. Caterina d'Alessandria" in abito sontuoso e con gli strumenti del suo martirio, la ruota e la spada, e ai suoi piedi il persecutore Massenzio.

La splendida statua argentea dell'Apostolo Giacomo e la varetta processionale in lamina d'argento sbalzata e incisa, commissionata nel 1666 a Pietro Juvarra ed altri suoi familiari, costituisce il prezioso simbolo della comunità di Camaro e della sua antica fede.

San Giacomo, opera di Francesco Donia, è raffigurato in armatura con la spada e lo stendardo, secondo l'iconografia classica spagnola.

E a testimoniare ulteriormente questa profonda devozione dei cammaroti verso San Giacomo, un curioso dipinto del 1841, dai tratti popolareschi e da inquadrare nella tradizione delle tavolette votive "per grazia ricevuta", è conservato in sacrestia: rappresenta il tentativo di sottrarre la preziosa varetta di San Giacomo, prodigiosamente andato a vuoto per intervento divino. La scena si svolge nella vallata di Camaro, dominata dai possenti spalti del Castello Gonzaga e dall'Eremo di San Giacomo a tramandare, ai posteri, l'antichissima storia di fede di questo antichissimo villaggio messinese.

Una nota, merita il Museo con arredi liturgici ed ex voto, voluto e creato da Padre Antonino Cento, parroco della chiesa di Santa Maria Incoronata di Camaro superiore.

Al suo interno, ben disposti in teche di cristallo, antichi e preziosi paramenti sacri appartenuti ai precedenti parroci; fa, anche, sfoggio il corredo ecclesiale d'argento,  risalente  al secolo XVII e ai primi decenni del XX secolo, appartenente alla parrocchia.

Quasi tutto l'arredo  è stato realizzato da artigiani messinesi, e ciò si evince perchè sono punzonati  e marcati con lo stemma della città di Messina.

Le fotografie della Chiesa e del Museo

 

  Il "Ferculum"di San Giacomo Apostolo
di Padre Antonino Cento Cappellano dell'Ordine di San Giacomo

 E' un'altra opera dell'oreficeria barocca messinese del XVII secolo eseguita da Pietro, Giovanni, Sebastiano ed Eutichio Juvara, i quali, assieme a Refaci e Donia crearono un S. Giacomo, il "defensor fidei" secondo l'ideale dei gesuiti. Il Santo con la mano sostiene i lembi di un mantello.

Il volto ha un'espressione dolce èd è incorniciato da una fluente barba; un'aureola ne cinge il capo. Costò 337 onze e 22 tari.

Il "Ferculum" ha una forma piramidale alla cui sommità è posto il santo in vesti marziali latine che richiamano l'Orione della fontana cinquecentesca del Montorsoli.

Su uno zoccolo di legno, si elevano quattro supporti a forma di C, tipici dell'ebanisteria barocca, a forma di cariatidi che circondano lamine d'argento illustranti episodi dell'agiografia giacobea più nota.

Nella parte superiore la statuina del santo impugna la spada (aggiunta dopo, a quanto riferisce il più anziano dei confrati Sig. Giacomo Sturniolo) e lo stendardo dell'esclusivo ordine di San Giacomo di Compostella.

Nella parte inferiore si notano 4 pannelli.

Il primo raffigura il famoso miracolo avvenuto a S. Domingo della Calzada ad opera del santo che fece risuscitare due polli arrostiti per testimoniare l'innocenza di un giovane pellegrino, accusato ingiustamente di furto dalla figlia dell'oste.

Il secondo raffigura San Jacopo che incita Carlo Magno a combattere i musulmani.

Il terzo rappresenta la conversione del mago Hermogene.

Nel quarto si nota S. Yago con il classico cappello del pellegrino con un libro in mano (che potrebbe essere il Vangelo), mentre affronta un viaggio.

Nel pannello della piramide superiore si nota il "matamoros" della battaglia di Clavijo; nel secondo, l'angelo nocchiero guida l'imbarcazione che potrebbe essere quella che trasportava le spoglie nella Spagna; nel terzo è inciso l'arrivo dell'arca nel regno della regina Lupa; ed infine l'omaggio alla Confraternita che ha sempre avuto cura del culto al Patrono della Spagna.


Anche nei tempi odierni, la confraternita osserva una ritualità immutabile nel tempo.

Qualche giorno prima della festa del 25 luglio, i confrati lucidano la varetta che appare nel suo'pieno splendore; il 24 luglio, con concorso di popolo e canti, essa viene trasportata in chiesa e posta accanto all'altare coram.


L'indomani, nelle prime ore della mattinata si forma il corteo, ogni due marce di musica avviene la sostituzione dei portatori, i quali sono abilissimi nell'imprimere al ferculum quell'inquadratura tipica definita "a 'nnacata".

Si percorrono i 3 chilometri per raggiungere la Basilica Cattedrale, dove il santo verrà posto sull'altare "coram" fra le reliquie dello stesso S. Giacomo, quella di S. Sebastiano, S. Marziano e di S. Nicola.


Al termine della Santa Messa attorno al Duomo si snoda la processione del Sacro capello della Madonna posto sul ferculum d'argento e, al rientro, S. Jacopo ritornerà al suo posto.

Con la canicola del mezzogiorno inoltrato, il "Ferculum" raggiungerà Camaro velocemente per scongiurare la credenza del rischio che altri possano impossessarsi se esso non raggiungerà entro una data ora, la Chiesa di S. Maria Incoronata in Camaro Superiore (leggenda popolare).

I festeggiamenti proseguono con canti, musica e sparo di mortaretti, ma quello che è storicamente valido, è stato ancora una volta attuato. "Herru Sanctiagu, / got Sanctiagu / e ultreja, e suseja / Deus adiuva nos". Così cantavano i primi pellegrini incitandosi a vicenda a proseguire nel Cammino, fino al raggiungimento della meta. Così ci auguriamo anche noi.

 

 

 

 

 


 


 
Le fotografie del "Ferculum"

 


 
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