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Le chiese del periodo Normanno Svevo a Messina
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Santa Maria in Mili San Pietro

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Fondata dal Gran Conte Ruggero nel 1092, la chiesa di S.Maria a Mili San Pietro accoglieva il corpo del figlio Giordano, morto in battaglia a Siracusa.

Ad unica navata e tre absidi orientate ad est, secondo la tipologia architettonica dell'epoca, solo quella centrale è visibile all'esterno essendo le altre due comprese nello spessore murario, ciò che conferisce a tutto l'insieme del settore absidale uno stereometrico risalto.

Venne ampliata nel sec.XVI in lunghezza, con l'aggiunta di una nuova facciata e di un nuovo portale marmoreo.

La cupola centrale, in mattoni, imposta su pennacchi ad arcatelle concentriche, accorgimento costruttivo e decorativo diderivazione araba presente in altri edifici religiosi di epoca normanna affidati ai monaci dell'Ordine di S.Basilio( ad esempio, Santi Pietro e Paolo d'Itala, Santi Pietro e Paolo d'Agrò, Santa Maria della Valle o della Scala, detta la "Badiazza, nel villaggio Scala Ritiro a Messina).

Sulle pareti laterali, ricorre la tipica decorazione ad archi ogivali incrociantesi presso la cuspide.

Parzialmente restaurata, si attende ora il recupero degli edifici monastici che la circondano.  

Santa Maria degli Alemanni

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Quando, verso il 1220, s’inizia a Messina la costruzione della chiesa di Santa Maria degli Alemanni, in Francia l’architettura gotica sta raggiungendo il momento massimo della sua maturità e potenza espressiva, dopo aver definito le proprie fondamentali caratteristiche nella seconda metà del XII secolo nelle regioni della Francia settentrionale (Ile-de-France, Champagne, Piccardia), con un linguaggio assolutamente nuovo rispetto a quello degli edifici chiesastici di stile romanico. 

Mentre sono in fase di costruzione le tre grandi cattedrali gotiche francesi, Chartres iniziata nel 1194, Reims nel 1211 e Amiens nel 1220, la chiesa di Santa Maria Alemanna costituisce, senz’altro, l’immagine più completa dello stile gotico nato in Sicilia in un’epoca particolare, quella sveva, con l’imperatore Federico II che non diede alcun impulso allo sviluppo dell’architettura religiosa siciliana. Per converso, intorno al 1220 appunto, autorizzò l’Ordine dei Cavalieri Teutonici ad istituire un loro priorato a Messina e ad edificare la chiesa ed un ospedale.

In Santa Maria degli Alemanni è inequivocabile il carattere unitario, negli elementi stilistici e architettonici, che ne fanno l’unico esempio di architettura gotica siciliana della prima metà del XII secolo.La pianta basilicale a tre navate e tre absidi orientate ad est, senza transetto, ripete l’iconografia classica adottata per un gran numero d’impianti chiesastici sia coevi che anteriori, e attualmente risulta ridotta nel senso della lunghezza poiché, dopo il terremoto del 1783, la facciata principale subì un arretramento di diversi metri, al punto da essere molto vicina ai pilastri a fascio della prima campata. Della copertura, presumibilmente a volte a crociera, interamente crollata, rimane soltanto qualche traccia e lo schema architettonico-strutturale è eloquentemente dimostrato dai pilastri polistili a fascio, su cui impostavano le nervature costituenti l’ossatura portante delle crociere.

Gli archi ogivali, anche se di forme spiccatamente gotiche per le molteplici, sottili profilature modanate che li fasciano, e, per il nuovo rapporto di proporzione tra larghezza ed altezza, mantengono ancora il ricordo dell’ogiva arabo-normanna non riuscendo ad esprimere in pieno l’arditezza strutturale propria del gotico. Dai resti del portale principale e, particolarmente, di quello laterale nel prospetto nord, si desume chiaramente una diretta derivazione dalla scultura bizantina e romanica. Gli stipiti, ad esempio, sono decorati in maniera uguale nella partizione geometrica in sei formelle circolari, ottenute dall’intreccio di tralci terminanti in rosette e grappolini stilizzati, con l’unica differenza delle raffigurazioni decorative centrali: leoni alternati a grifoni nello stipite destro e figure umane a torso nudo in quello sinistro, tutti rappresentati nell’atto di piegare indietro violentemente la testa.

In sostanza, la chiesa di Santa Maria degli Alemanni costituisce un esempio, eccezionalmente unico per la Sicilia, di organismo architettonico interamente di forme gotiche borgognoni nei pilastri a fascio; nelle campate coperte con volte a crociera ad ogiva; nei costoloni variamente profilati; nell’insieme delle colonne sottili e slanciate; nei capitelli floreali di foglie a grappa, non dovuto all’operato di maestranze locali sempre restìe all’applicazione di forme nuove che si allontanino dal solco della tradizione, ma, sicuramente, ad architetti nordici al servizio dei Cavalieri Teutonici o di ordini monastici. Come sia riuscita ad imporsi, anche se solo episodicamente ed in maniera isolata, questa cultura architettonica gotica nella nostra città, è un affascinante mistero ancora vivo nelle strutture superstiti dell’Alemanna, che ci parlano di una spiritualità medievale destinata a rimanere per sempre ignota a noi che non siamo più “uomini da Cattedrale”.

SS.Annunziata dei Catalani

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Venne edificata nel periodo che va dal 1150 al 1200, secondo la tradizione sugli avanzi del tempio di epoca classica dedicato a Nettuno.

Denominata anche “Annunziata di Castello a mare” o di “Castellammare” per la sua vicinanza all’omonima fortezza ubicata a guardia dell’insenatura del porto e della darsena, nel secolo XIII fu accorciata con arretramento della facciata, probabilmente a seguito di un terremoto e sulla nuova parete vennero inseriti i tre portali, il mediano centinato e i laterali architravati con arco di scarico. 

Nel 1270 venne affidata ai padri Domenicani, quindi, ad una congregazione di mercanti catalani sotto il regno aragonese e, nel 1607, ai chierici teatini che ne ebbero la loro prima sede a Messina per circa due anni. Restaurata in epoca aragonese e quindi elevata al rango di cappella reale ed immune da ogni ordinaria giurisdizione, veniva assegnata dai re, che si succedevano di volta in volta, a persone di loro gradimento.

Tutto questo in ottemperanza ad una disposizione di re Ludovico, che aveva annesso la chiesa ad un ospedale di trovatelli sotto l’amministrazione di un rettore e ciò durò fino al 1507.

Passò quindi al Senato messinese perché provvedesse alla sua gestione e, a seguito del terremoto del 1783 che aveva distrutto la chiesa di S. Nicolò all’Arcivescovado, venne elevata a parrocchia.

L’altro sisma del 28 dicembre 1908 la risparmiò e facendo crollare tutte le superfetazioni di epoca barocca ed i corpi di fabbrica addossati all’esterno del settore absidale, riportò alla luce le primitive strutture architettoniche.

Dal 1926 al 1932 si procedette ai lavori di restauro e consolidamento statico ad opera del Soprintendente ai Monumenti arch. Francesco Valenti.

A pianta basilicale con tre navate, tre absidi e cupola innestata sul transetto con pennacchi sferici, vi si nota un addensarsi di vari influssi che, nell’immagine architettonica complessiva, le conferiscono un carattere stilistico ibrido e attardato rispetto all’epoca nella quale sorse.  Nel settore absidale esterno sono riproposte suggestioni decorative bizantine con una fascia di pietra bicolore alternata, che sottolinea lo svolgersi dell’elegante loggiato cieco punteggiato da esilissime colonnine e ricoprente tutto il settore per poi ripetersi sul tamburo della cupola. 

Tale sistema compositivo si rifà a modelli del romanico pugliese, lombardo e pisano.

Lo stile romanico pisano che fu adottato anche per la facciata della Cattedrale di Lucca, il romanico pugliese che si sovrappose alla tradizione bizantina e si fuse con la tecnica costruttiva normanna e con gli elementi decorativi islamici, e, il romanico lombardo improntato alla tradizione locale dei maestri comacini, sono i modelli stilistici ai quali si ispira l’oscuro architetto progettista della chiesa dei Catalani nel riproporre in maniera personale la ritmica successione degli archetti e delle loggette.

Delle tre absidi, solo quella centrale emerge all’esterno, restando incluse dentro lo spessore murario le altre due laterali; soluzione, questa, che oltre ad avere precedenti nell’architettura bizantina, si riscontra in molti monumenti del periodo normanno quali, ad esempio, S. Maria di Mili a Messina e S. Giovanni degli Eremiti e la Zisa a Palermo.

 Lo scopo di tale artificio architettonico è quello di conferire ai volumi uno stereometrico e cristallino risalto.

Il portale principale, sormontato dallo stemma romboidale aragonese, presenta caratteri tardo romanici normanno-lombardi nei capitelli e bizantini negli stipiti, mentre elementi di imitazione tardo-romana si riscontrano nei capitelli dei portali minori.

Il piano di calpestìo della chiesa e quello del cortile circostante sono alla quota della città antica, quota che si è andata via via sollevando per le continue alluvioni, straripamenti torrentizi ed accumulo di macerie causate dai terremoti: la stessa antica quota è riscontrabile nella chiesa di S. Maria degli Alemanni.

All’interno, le colonne rincassate dell’abside maggiore e alcuni capitelli testimoniano dell’influenza araba; di quella arabo-bizantina nella cordonatura dell’arco trionfale e nella sua morfologia a peduccio rialzato; di quella normanno-lombarda le strette ed alte finestre delle navate e della cupola e di quella bizantina, per la  maniera di trattare con spessi strati di calce e lunghi mattoni la cupola, l’abside e le finestre, oltre alla copertura della navata principale di tipo mediterraneo a volta a botte, elemento tipicamente bizantino con agganci al razionalismo costruttivo arabo.Tutto ciò conduce ad un eclettismo architettonico che caratterizza la chiesa dei Catalani nella sua diversità da altri monumenti normanni dell’Italia meridionale: in essa si condensano culture latine, bizantine ed arabe. 

San Francesco D'Assisi all'Immacolata

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Percorrendo in salita il Viale Boccetta s’ incontra, a destra il Tempio di San Francesco d’Assisi, considerato una tra le chiese più antiche di Messina poiché la sua costruzione risale al 1254. Ha una pianta basilicale ad una sola navata, rispecchiando uno stile gotico – francescano che aveva la sua più bella espressione proprio nelle absidi.Nella chiesa trovarono sepoltura illustri personaggi della città, come la regina Elisabetta di Corinzia, i suoi figli Federico IV , re di Sicilia morto nel 1377, Guglielmo e Giovanni, duca di Randazzo. Carlo V, nel 1535, la nominò Cappella Reale.

A seguito di un incendio, nel 1884, si distrusse l’interno e andarono perse molte opere in essa custodite. Si salvarono solo le statue di S. Francesco, dell’Immacolata e di S. Antonio. I lavori di ricostruzione ridiedero all’interno la semplicità originaria, rifacendo gli altari in stile neo-gotico.Il tempio, che aveva ospitato S. Antonio nel convento, aveva anche un chiostro rinascimentale del 1566. Il terremoto del 1908 distrusse totalmente la chiesa, il convento e la Cappella di S. Antonio che era stata sistemata  dentro la cella da lui abitata. La sua statua barocca, d’ignoto autore, era stata dissepolta dalle macerie del terremoto e custodita al Museo che la ridiede alla chiesa nel 1990, e, a sua volta, sistemata all’esterno dentro un’aiuola, dietro le absidi.La sua ricostruzione avvenne nel 1926, su progetto degli ingg. Marino e Savoia, e riaperta al culto nel 1928 e nel 1954, dopo la riparazione dei danni subiti dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

La ricostruzione riportò fedelmente lo stile originario, principalmente nelle finestre e nelle porte ogivali. Sopra il portale maggiore spicca un rosone, e, sopra quello laterale, una lunetta con mosaico.Ogni anno, la notte di Natale, per antica tradizione dopo la Santa Messa viene portato in processione il Bambino Gesù a cura della Confraternita della Madonna della Luce.  Nel 1965, nella piazzetta della chiesa, è stata collocata una statua bronzea raffigurante San Francesco, opera dello scultore messinese Antonio Bonfiglio.All’interno si conserva ancora una piastrella, facente parte del pavimento del distrutto convento, dove caddero alcune gocce di sangue di S. Antonio mentre si flagellava pubblicamente, autopunendosi per avere disubbidito al Priore dopo aver fatto scaturire, miracolosamente, una sorgente d’acqua nel giardino del convento. 

Santa Maria La Valle, detta "Badiazza"

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E’ opinione comune che la fondazione della chiesa risalga al tempo di Guglielmo II il Buono (1168), ma lo storico gesuita Placido Samperi, cui dobbiamo le più particolareggiate notizie, esprime parere che la fondazione possa essere ancora più antica, ciò che concorda con una vetusta tradizione secondo la quale il monastero sarebbe stato tenuto, in un primo tempo, dalle monache Basiliane, poi Cistercensi e quindi Benedettine. 

Questa tradizione troverebbe conferma da posteriori documenti, i quali ne fanno risalire il ricordo al 1088, o, ancor più fondatamente, al 1103.

Nel 1167 la denominazione della chiesa, da S. Maria della Valle, venne cambiata in S. Maria della Scala a causa di un evento miracoloso legato ad un’immagine sacra che raffigurava la Madonna con una scala in mano, immagine trasportata a Messina da una nave, che, messa su di un carro tirato da buoi senza guida, venne portata lungo il letto dell’attuale torrente Giostra, fino all’eremo di S. Maria della Valle. Nel marzo del 1168, Guglielmo II il Buono, con Margarita, sua madre, assegnava vari privilegi e donativi alla chiesa, riconfermati ed accresciuti il 13 febbraio 1196 da Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II.

Seguirono, quindi, quelli di Federico II di Svevia che con diploma dato in Messina il 9 agosto 1200, elevò la chiesa al rango di “Cappella Reale”. Durante la sollevazione dei Vespri, nel 1282, la chiesa venne assalita, saccheggiata ed incendiata dalle soldatesche di Carlo d’Angiò, che la spogliarono dei suoi tesori e distrussero molte opere d’arte.

Sotto il regno di Federico II d’Aragona (1245-1337) il tempio risorse a nuova vita (grazie agli interventi di restauro effettuati in quel periodo), ma di breve durata: infatti, nel 1347, scoppiò la peste a Messina, per cui l’immagine della Madonna della Scala venne condotta, processionalmente, per la città ed in questa occasione, le monache iniziarono ad abbandonare la chiesa e il monastero, fino a trasferirsi definitivamente in un nuovo monastero costruito in città, adibendo la Badiazza a residenza estiva.

Ciò durò fino a circa la metà del XVI secolo, quando i rigori del Concilio di Trento costrinsero le monache alla clausura in città; il complesso monastico, così abbandonato, cadde in rovina. In completo abbandono lo ricorda, infatti, il Samperi nel 1644: “…a guisa di un cadavero, spira tutta volta, come i cadaveri Reali, Maestà e grandezza”.

Ai danni dell’abbandono s’aggiungono le rovine provocate dalle intemperie: gravi quelle prodotte dalle alluvioni della prima metà del secolo scorso, particolarmente quella del 1840 e quella del 1855 che causò l’interramento interno ed esterno della chiesa e dal terremoto del 1851, che provocò la caduta di alcuni archi.

Nel 1951-55 vennero effettuati dei restauri a cura della Soprintendenza alle Belle Arti, durante i quali furono ricostruiti gli archi, i pilastri e i relativi capitelli che erano andati distrutti nel terremoto del 1908; venne costruito anche un mastodontico muro di arginamento in calcestruzzo armato, con l’intenzione di proteggere il monumento dalle alluvioni e che, in realtà, lo ha parzialmente occultato alla visione.

Secondo Enrico Calandra, la chiesa deve il suo impianto basilicale alla trasformazione che subì il “santuario” a pianta centrica bizantino-normanno, fondato sui resti di costruzioni tardo-romane del V o VI secolo, quando vennero aggiunte le tre navate in epoca sveva al tempo di Federico II mentre altri autori, come il Bottari e l’Agnello, propendono per l’unitarietà del “santuario” con le navate, entrambi dello stesso periodo e comunque edificati dopo il 1086.

La cupola, di gusto arabeggiante, crollata tra il 1838 ed il 1840, era costruita quasi certamente in pietra pomice, materiale adatto a questa ardita forma architettonica per la sua leggerezza ma troppo fragile per sostenere il peso dei secoli.                      

L’evoluzione verso forme sempre più gotiche del complesso architettonico verrà a definirsi completamente nei restauri e nelle aggiunte operate in epoca aragonese da Federico II d’Aragona intorno al 1303. Tale gusto gotico si avverte, infatti, abbastanza evidente nelle parti alte del complesso e cioè nei rifacimenti delle volte a crociera con l’aggiunta di costolonature bicrome (bianche e nere), a sezione quadrata.

All’epoca dei suddetti restauri, risalgono anche l’edicola votiva situata nella parte alta del prospetto absidale e il portale principale d’ingresso, in risalto sulla facciata secondo lo schema tradizionale presente nell’architettura siciliana del Trecento, con gli archivolti ornati dal tipico motivo a zig-zag, introdotto in tempi normanni e poi abbondantemente diffuso in tutta l’architettura dell’Isola.

Di stile gotico-cistercense sono invece il portale laterale, dalle profilature sottili e slanciate e le mensole d’imposta dei costoloni delle volte e gli ornati delle chiavi di volta delle crociere che l’Enlart, nella sua opera “Origini francesi dell’architettura gotica in Italia”, ritiene d’importazione francese.Per quel che riguarda la serie dei capitelli presenti nel “santuario” e nelle navate, sono da notare i diversi influssi stilistici bizantini, cistercensi, borgognoni pregotici, che li differenziano tra di loro.

Alcuni di questi capitelli, pur nell’impronta già gotica, per la rozzezza del disegno e dell’esecuzione, ricordano forme barbariche.

Le forme tipiche “contratte”, nettamente gotiche, sono invece presenti nei capitelli dalle foglie uncinate a “croquets” che coronano le due colonne nicchiate negli spigoli dell’abside centrale.Dei fasti del passato, oggi, della Badiazza non rimane neanche il ricordo, travolto e seppellito dal tempo che fugge; ma le pietre parlano, e, a chi le sa ascoltare, raccontano anche di un profumato giorno di maggio del 1303 e di un amore nato proprio qui, sotto queste mura, tra Federico II d’Aragona ed Eleonora d’Angiò: nel 1329, a Messina, i due si sarebbero, poi, sposati.   

Santa Maria del Graffeo, detta "La Cattolica"

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In via I Settembre, al numero civico 171 della palazzina che forma angolo con la via Università, nell’atrio, si trovano i resti dell’antico ingresso di questo importante edificio chiesastico di rito greco-latino per il quale, il clero che l’officiava, fu sempre in armonia con la fede cattolica romana rifiutando qualsiasi adesione all’ortodossia scismatica.

Per questo, il Protopapa, ebbe anche l’elogio del papa Eugenio IV al Concilio di Firenze del 1438.La sua origine è legata alla separazione dei due riti religiosi (quello greco e quello latino) che si ebbe dopo lo scisma d’Oriente. In conseguenza di ciò, infatti, il Clero Greco che prima officiava nella chiesa di S. Maria La Nuova ( come anticamente era chiamato il Duomo), vista la continua preponderanza del Clero Latino si trasferì in questa chiesa, vicino alla Cattedrale, che venne denominata “Cattolica” secondo un privilegio accordato alle più importanti fra le chiese non latine di possedere un battistero, ciò che valeva per i greci il nome di KATHOLIKI.Venne quindi introdotto il culto per la sacra immagine della Madonna del Graffeo che presso il Clero Latino era intesa come Madonna della Lettera ed entrambi la festeggiarono il 3 giugno.

In funzione di questa profonda devozione la chiesa ebbe anche il titolo di S. Maria del Graffeo.In seguito, con una Bolla Pontificia emanata dal papa Benedetto XIV (1740-1758) che voleva si mantenesse a Messina il rito greco-latino, vennero confermati al Clero Greco tutti i privilegi e le prerogative della Dignità Protopapale, compreso l’antichissimo diritto di eleggere il proprio Capo Superiore, chiamato Protopapa o Protopapas, “senza che persona alcuna s’ingerisse”. Il protopapa Giuseppe Vinci, eletto il 23 giugno 1744, nel suo scritto “Documenti per l’osservanza del Divin Culto, Rito Greco-Latino” stampato a Messina nel 1756, ci fornisce un elenco completo dei Protopapa che, a partire dal 1130, si avvicendarono a ricoprire l’alta carica di guida della Chiesa greca a Messina.

Fra le pagine di questo libretto c’è anche la notizia di un rifacimento della chiesa originale, avvenuto nel 1752 e ricordato da una lapide non più esistente che si trovava sul portale d’ingresso. 

CATHOLICAECCLESIARUM GRAECARUMMATER ET CAPUTA FUNDAMENTIS AMPLIATAA.D.MDCCLII

 All’interno vi era, fra l’altro, il dipinto su tavola della “Madonna del Graffeo col Bambino e la Lettera”, opera del sec. XIV donata alla chiesa da Luciano Foti ed oggi conservata al Tesoro del Duomo; una pregevole acquasantiera scolpita a bassorilievo del sec. XIV e una colonna in marmo di epoca ellenistica (oggi al Museo Regionale) che sosteneva il fonte battesimale.

Sulla sua superficie si trova un’epigrafe in greco che tradotta significa: “Ad Esculapio e ad Igea servatori tutelari della città”, analoga a quella riprodotta nella colonna dell’acquasantiera del Duomo e che testimonia quel culto a Messina in epoca greca.

Dell’impianto originale rimangono oggi, come si è già accennato, i pochi eleganti resti dell’ingresso costituiti da due campate gotiche con volta a crociera su colonne angolari e peducci inglobati nell’edificio, che sono stati risparmiati dal terremoto del 1908. 

 San Tommaso il Vecchio

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In Via Romagnosi, alle spalle della Chiesa di S. Antonio Abate, sorge la chiesetta di San Tommaso il Vecchio. 

La sua costruzione risale al 1530 ma certamente si tratta del restauro di un edificio molto più antico. La chiesa, rimasta per anni abbandonata a se stessa, all’incuria e al degrado,  è  stata restaurata tra il 1980 ed  il 1998  e recintata.E’ monumento nazionale e si presenta con un corpo parallelepipido sormontato da una cupola di stile arabo su un tamburo finestrato.

Il prospetto posteriore è caratterizzato da una piccola abside semicircolare e sulle pareti laterali si aprono una porta architravata ed intorno  tre monofore per lato, incorniciate in pietra lavica.  L’interno è a navata unica cui si accede da una porta sormontata da un oculo. 


 
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