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Il Tesoro trafugato dagli Spagnoli
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di Lino Soraci

Sono, ormai, divenuti assai frequenti i casi di restituzione ai siti d’origine di opere d’arte (o comunque di beni culturali in senso lato) indebitamente detenute da altri Stati o Istituzioni private straniere. Ne elenco rapidamente solo tre. Il più singolare si è presentato nel 1991 allorquando in un ghiacciaio a tremila metri di altezza delle Oetzal Alps - le cui cime segnano il confine tra l’Austria e l’Italia - fu ritrovata, perfettamente conservata insieme agli indumenti che indossava e alle armi che portava al momento della morte, una mummia umana di sesso maschile risalente a cinquemila anni fa.

In un primo momento, Oetzi (così fu affettuosamente chiamato quel corpo congelato ritrovato), fu trasportato nella città austriaca di Innsbruck. Dopo meticolose misurazioni del luogo della scoperta, però, si appurò che ricadeva, anche se per pochi metri, in territorio italiano. Fra i due Paesi confinanti si aprì un conflitto che rischiò l’incidente diplomatico, ma la mummia fu infine assegnata all’Italia ed oggi si trova gelosamente conservata presso il Museo Archeologico Sud Tirolo di Bolzano.

Nel 2005, fu invece la volta del governo italiano che, riparando ad un grave torto del passato, restituì al popolo etiopico l’obelisco di Axum, trafugato come bottino di guerra nel 1937 dall’omonima città santa dell’antico Impero d’Etiopia per essere trasportato e collocato in una piazza romana. Di converso, è notizia abbastanza recente la materiale restituzione all’Italia, da parte del prestigioso Paul Getty Museum di Los Angeles, di una prima importante partita di reperti archeologici cui, a breve, seguirà la restituzione di altre opere d’arte - inclusa la famosa Venere di Morgantina - disinvoltamente acquisite dal museo californiano mediante incaute trattative con disonesti intermediari.

Ricollegandosi a queste seppur tardive riparazioni, non si riesce a capire come mai Messina non abbia ancora sensibilizzato l’esecutivo italiano ad intervenire presso la Fondazione Casa Ducale Medinaceli di Siviglia per esigere la restituzione di quell’ingente patrimonio culturale, noto come Fondo Messina (costituito da 1426 pergamene che documentano la vita economica e i privilegi concessi nel tempo dai vari re alla città), che la notte del 9 gennaio 1679 ci fu per rappresaglia sottratto dall’allora vicerè spagnolo, conte de Bonavides. Ricostruiamo brevemente i fatti storici che causarono quella predazione. Il XVII secolo portò, nel Sud e in Sicilia, oltre che memorabili eruzioni e terremoti, anche una lunga serie di rivoluzioni anti-spagnole.

Nel 1647, scoppia a Napoli la sommossa di Masaniello che viene spietatamente repressa. Ci provano i palermitani con il d’Alesi, ma senza esito alcuno.

Nel 1674, esplode a Messina la rivolta dei Merli e dei Malvizzi (Tordi) che segnerà, purtroppo, la decadenza della città. I Merli (i plebei) istigati a bella posta dai rappresentanti della corona spagnola, si scontrano con i Malvizzi (il ceto nobile), custodi delle prerogative e dei privilegi della città coincidenti con i poteri esercitati dalla loro casta.

Le alterne vicende di quello scontro indussero, improvvidamente, questi ultimi a richiedere l’aiuto militare in Sicilia delle truppe del re francese Luigi XIV. Accadde, però, che a distanza di quattro anni da quell’intervento, il Re Sole firmò il trattato di Nimega che prevedeva il suo disimpegno dalla Sicilia e, conseguentemente, l’abbandono dell’inerme città peloritana alle ritorsioni spagnole. Infatti, il nuovo vicerè, conte di Santo Stefano don Francesco de Bonavides (che ben meritò la fama di Carnefice di Messina), non appena s’insediò nella carica, diè di piglio alle maniere forti: abolì cariche, istituzioni e privilegi; fece abbattere il palazzo senatorio, simbolo dell’autogoverno della città e, dopo averne fatto arare e cospargere di sale il suolo, vi fece erigere la statua di Carlo II, fusa con il bronzo della campana grande del Duomo; abolì la Zecca; commissionò all’architetto Carlo Nuremberg, ad eterno monito contro il malcontento dimostrato dai messinesi verso il governo spagnolo, la costruzione della fortificata Cittadella nel braccio di San Raineri; ed infine, non pago di quanto aveva già fatto, asportò dalla Torre del Duomo di Messina per inviarle in Spagna sia le pergamene testimonianti i privilegi concessi alla città fin dagli anni Mille sia i preziosi manoscritti greci che il senato aveva ricevuto da Costantino Lascaris nel 1400 (attualmente custoditi presso la Biblioteca Nazionale di Madrid).

La spoliazione e la mortificazione di Messina furono, a questo punto, interamente consumate. L’inquisizione insegnava: oltre che il corpo bisognava piegare l’anima! Ma don Francesco fece, addirittura, di più: la volle impietosamente svellere da quel palpitante corpo sociale. A cosa equivale, infatti, la cancellazione della memoria storica di una città se non alla sua morte civile? Un’esigua parte (115) di quei preziosi documenti (che nel tempo erano successivamente andati smarriti, miracolosamente ritrovati ed infine restaurati), ritornò per breve tempo in città e fu esposta, da 1 marzo al 28 aprile 1994, in una mostra allestita a Palazzo Zanca, dal titolo emblematico: “Messina, il ritorno della memoria”. Da allora, un silenzio di morte è calato su quelle importanti testimonianze.

Non un solo grido di dolore si è levato per richiedere, in modo autorevole, la restituzione del maltolto. L’accidia di un’intera comunità grava sulla perdurante assenza di quei documenti che nel chiuso della Fondazione Sivigliana reclamano a gran voce di tornare, e per sempre, ad essere gelosamente custoditi nel più sacro sacello peloritano.

 

Lino Soraci

 

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