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Tra Scilla e Cariddi.
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di Paolo Ullo

Ritengo necessaria una lunga e articolata premessa per andare ad esprimere, in modo strampalato, la mia posizione “NO PONTE”, slogan che malamente esprime un viscerale rifiuto a quell’eventuale, malaugurato accanimento alla violenza sul nostro territorio, vera presunzione di Ingegneria, sperando che le mie parole suonino come un “monito di Cassandra” o da uccellaccio del malaugurio, a chi in questo angolo di mondo è un estraneo, non ci abita, non vi è nato e, anche se fosse il contrario, comunque non lo ama. Comincio con “elementi di poesia” e di amore verso il territorio dello Stretto di Messina, una presentazione estratta da “MESSINA E DINTORNI, Guida a cura del Municipio, 1902”, la stessa voluta dal Sindaco Antonino Martino; in essa si legge:

“Passando nel punto piùIl viaggiatore che, portato da una vela, da una ruota o da un’elica, venendo da Oriente o da Occidente attraversa per la prima volta lo Stretto tra il continente e la Sicilia, è gradevolmente sorpreso dalla vista simultanea della doppia costa calabro-sicula che si svolge al
suo sguardo.

Da un lato Scilla simile a un’aquila con le ali spiegate pesca nel mare e in alto le vette di Aspromonte fino all’avanzarsi della Primavera, bianche di neve che s’indora e si arrubina sotto il sole che tramonta, dietro la punta di Milazzo e le Isole Eolie, rassomigliante a un globo di fuoco che diffonda intorno sulla terra e sul mare, tra un immenso sfolgorio, le sue porpore luminose. Lembi di nubi qua e là sparpagliate nell’atmosfera riverberandone gli splendori, fanno in quel momento assumere al cielo, al mare, alle terre adiacenti la solennità maestosa di un tempio sterminato e divino nell’ora più raccolta e più mistica del giorno, dopo l’aurora. Dall’altro canto la sua vista è lusingata dalle coste siciliane sormontate dai Monti Nettunii che digradando di collina in collina vanno a terminare nella punta del Faro, abbellita dalla trasparenza dei due laghi che accrescono l’incanto di queste rive che molti han chiamato il Bosforo d’Italia. 

Passando nel punto più stretto tra le due terre, i cui abitanti possono farsi udire a vicenda e ascoltare nel silenzio notturno il ritmico verso dei galli, ricorrono alla fantasia del viaggiatore le greche leggende che narrano del canto irresistibile delle Sirene e del gran rischio che vi correva chi si soffermava ad ascoltarlo. Vinte dall’astuzia di Ulisse, le misteriose ninfe si precipitarono nell’onda d’onde emerge ancora nella tempesta la loro voce canina, ma dove oggi nella tranquillità delle notti non si ode più che il sibilo del vento e il lieve gemito della risacca. E mentre il profumo delle zagare, degli aranci, dei bergamotti, delle rose e dei mirti lo saluta coi suoi effluvi balsamici e quasi orientali, mentre l’orecchio è solleticato dolcemente dal lontano cigolio delle ruote dei setifici (filande), l’occhio lusingato contempla le due rive che si guardano popolate a destra e a sinistra da biancheggianti villaggi e rumorose cittadine e viene adescato da miriadi di palazzine ridenti disseminate sui circostanti poggi che, solcati da larghi torrenti digradano con dolce pendio fino al lido.

Tutte le reminescenze che suscitano questi luoghi gli si affollano tumultuosamente nello spirito. Ei rivede come in sogno l’epoca remotissima in cui l’attuale Stretto era chiuso per più chilometri della sua lunghezza da un istmo forse così basso che le onde a quando a quando lo coprivano finchè per una serie di cataclismi geologici, le rocce sottomarine si fransero, e l’Jonio e il Tirreno irruppero quasi anelanti di abbracciarsi dando origine così al nostro mare detto perciò dagli antichi Fretum Siculum.”
Più indietro nel tempo, lascio parlare Omero; dall’Odissea:

“…Alle Sirene prima verrai, che gli uomini stregano tutti, chi le avvicina….”
 “…E poi i due Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge con la cima puntuta…”
 “…A metà dello Scoglio c’è una buia spelonca, volta verso la notte…”
 “…Là dentro Scilla vive, orrendamente lattando; la voce è come quella di cagna neonata, ma essa è  mostro pauroso, nessuno potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra.”
 “…L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, vicini uno all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di freccia…”
…”Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie; e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente. Ah che tu non sia là quando assorbe!
 “…Così per lo stretto navigavamo gemendo…”
 “…Da una parte era Scilla, dall’altra la divina Cariddi paurosamente ingoiava l’acqua salsa del mare; ma quando la vomitava, come su grande fuoco caldaia, tutta rigorgogliava sconvolta; dall’alto la schiuma pioveva giù, sulle cime d’entrambi gli scogli. E quando ancora ingoiava l’acqua salsa del mare, tutta sembrava rimescolarsi di dentro, e la roccia rombava terribile; in fondo la terra s’apriva, nereggiante di sabbia. Verde spavento prese i compagni. Guardavamo Cariddi, paventando la fine.
 “…Tutta la notte fui trascinato, e al levarsi del sole giunsi allo Scoglio di Scilla e all’atroce Cariddi…”
 “…Questa rumoreggiando ingoiava l’acqua salsa del mare; ma io verso l’altissimo fico presi lo slancio e là stetti attaccato… Così senza lasciar la presa, mi tenni, finchè vomitò fuori ancora albero e chiglia… Ecco che i legni fuori da Cariddi riapparvero...”.

Solo casualmente, immeritatamente di seguito ad Omero, per restare in tema, aggiungo qui un mio scritto da “Cercando Cariddi”, sceneggiatura teatrale o filmica, un lavoro ancora in attesa di destinazione:

 “Matrimonio “masculu e mafiusu”!... Spusaliziu di mari e di currenti…Spusaliziu di menti!... …Masculi i Mari, Ioniu e Tirrenu!... Fimmini li Currenti. ‘na vota Calanti e ‘na vota Muntanti!...No, carusi!... Non è spusaliziu irregolare!...La Corrente montante, fimmina caudda, figlia di Ionio, cavalca il Tirreno, masculu friddu e lo sazia di caluri….Rimescolamento di acque, stemperamento di onde…Fusioni d’amuri!... Lu masculu Tirrenu s’insanga di caluri…Ritorna omu e insegue la Calanti e gli fa trimari ‘u bbabbarottu, la sulla porta di suo padre lo Ionio, unni cerca caluri e cunfortu…Sempre così sullo “Scill’e Cariddi”… Da che mare è mare…Eccolo!... Eccolo, arriva!... Arriva lu spusaliziu!... Arrivano li spusi!. …Venite!...Viniti ‘ccu mia, carusi!....”
Qui di seguito un altro mio momento di attenzione allo Stretto di Messina:

 “Se siamo nati sullo Stretto di Messina non è una vergogna; se sulle sue acque è fluita una fetta della Storia Universale non è colpa o merito di nessuno. Le navi di Ulisse, i tuffi di Colapesce, le Fere e l’Orca di D’Arrigo, le navi in assetto di guerra, mercantili, velieri, traghetti, tutto ciò che ha galleggiato nei secoli, sono passati con più o meno impeto e sconquasso; un po’ meno delicato, anzi irriguardoso ed offensivo è venuto dalla profondità degli abissi il terremoto del 1908 ma alla fine, dopo il loro passaggio, lo Stretto è rimasto sempre un mare che assomiglia ad un fiume che non sa dove andare, su è giù, fra montante e calante, un respiro silenzioso.

Un mare che è fiume ed un fiume che è mare non hanno bisogno di altri connotati, così come li abbiamo sempre conosciuti: Stretto di Messina e niente altro.

Da parecchio tempo sulle sue sponde scorazzano indisturbati cercatori di gloria, esseri striscianti, “riatteri” della peggiore specie che fanno la corte ai mostri omerici non per comprare pesce fresco ma per vendere chincaglierie inutili, come facevano gli spagnoli giunti sul continente americano sulla scia di Colombo, a noi indigeni del luogo.

Che se ne fanno Scilla e Cariddi di un ponte che li manderebbe in pensione per sempre?...Non farebbero più i guardiani, muti e silenziosi, delle turbolenze tettoniche dello Stretto, distratti ed ammaliati da marocchinerie più irresistibili del canto delle Sirene. Che se ne fa Messina di un ponte che le cambierebbe l’identità più di come ha fatto una lanterna girevole per Cariddi. Potremmo diventare i cittadini della Città del Ponte e nulla più e stavolta non potremmo dare la colpa ad una semplice, amichevole, un pranzo di lavoro, mangiata di cozze fra “riatteri” all’ombra lillipuziana del faro di Cariddi.”

Lo Stretto di Messina si arrossò di arance fuoriuscite da carri ferroviari sul traghetto “Cariddi”, affondato dallo stesso equipaggio per impedire che venisse utilizzato per traghettare truppe in ritirata durante la seconda Guerra Mondiale. In riferimento a quell’affondamento, Stefano D’Arrigo nel suo “Horcynus Orca”, vera epopea del mare dello Stretto di Messina, scrisse che il mare “divenne ‘mpartuallatu” (da “partuallu”, arancio). Il mare dello Stretto si tinse di vero rosso sangue il 15 Gennaio 2007 nella collisione dell’Aliscafo “Segesta” con una nave mercantile. Della più spaventosa tragedia nello Stretto di  Messina, avvenuta intorno al 450 a.C., ha scritto Pausanias (110-180) nella sua descrizione della Grecia Antica in Libro V – Olimpia 25, 2 – 3 – 4:

 “Ai Messenii dello Stretto, i quali in omaggio a un’antica usanza inviavano a Reggio un coro di trentacinque fanciulli insieme a un maestro e a un suonatore di flauto per una festa locale dei Reggini, capitò una volta una disgrazia, per cui nessuno di quelli che erano stati mandati riuscì a tornare salvo: la nave che portava i fanciulli scomparve negli abissi insieme ad essi.

Il mare infatti non è mai così agitato altrove come in questo Stretto, in quanto i venti lo sconvolgono da entrambi i lati spingendovi i flutti sia dall’Adriatico che dall’altro mare, il Tirreno, e anche se non soffiano i venti lo Stretto è comunque di per sé agitato da un violentissimo moto e da forti gorghi. Tanti sono i mostri che vi si trovano radunati che perfino l’aria sopra questo mare è piena delle loro esalazioni, per cui non resta al naufrago la minima speranza di salvarsi dallo Stretto. Se qui fosse accaduto anche a Odisseo di perdere la nave, nessuno avrebbe mai creduto che sarebbe potuto giungere a nuoto vivo in Italia: ma la benevolenza degli dei rende tutto più facile.

I Messenii presero allora il lutto per la perdita dei fanciulli e, oltre a trovare altre forme con cui resero loro onore, ne dedicarono anche immagini di bronzo a Olimpia insieme con il maestro del coro e il flautista.”

Occorre precisare che è molto probabile che i fanciulli periti nel disastro appartenessero a famiglie originariamente residenti a Reggio, trasferite sulla opposta sponda dello Stretto in occasione della fondazione di Messana; essi si sarebbero pertanto recati a partecipare a una festa ancestrale per un culto che Pausanias non specifica (Artemide e Apollo?).

Quel che è sempre stato via di comunicazione, in circostanze specifiche, soprattutto di carattere bellico, diventa un ostacolo, perché, si sa, i guerraiuoli o guerrafondai hanno sempre fretta di agire, di conquistare il mondo. La prima idea bislacca di attraversamento, con una struttura stabile, dello Stretto è venuta, forse, a quel “lunga chioma” generale Giuseppe Garibaldi e ai suoi “Mille”, desiderosi di ritornare a casa. Giunto in Calabria ebbe altre occasioni per passare alla Storia e lo Stretto se lo lasciò alle spalle, bello come sempre, per le generazioni che verranno. Quarant’anni dopo le manie di grandezza si risvegliano; erano passati appena tre anni dall’attivazione del servizio “Ferry-Boats” avvenuta nel 1899, che già nel 1902 si pensa a sopprimerlo e nella Guida di cui si fa riferimento all’inizio, si legge:
 “Il movimento atmosferico dà luogo spesso a delle forti tempeste nel mare del Canale, causate principalmente dai venti dominanti del Sud e che riescono ad intercettare le comunicazioni col Continente; ragione che obbligherà presto o tardi il Governo a sostituire gli attuali ferry-boats con il progettato tunnel sotto lo Stretto.”

Il Terremoto del 28 Dicembre 1908 e due Guerre Mondiali riportano lo Stretto ad utile ed insostituibile “via d’acqua”, per prestare soccorso, nel primo caso, o per andare a conquistare terre lontane e fregiarsi di titoli altisonanti, nella seconda circostanza. Ritornata la pace e sopiti, momentaneamente, i bollori tettonici, lo Stretto viene preso di mira da “cercatori di gloria, esseri striscianti, “riatteri” della peggiore specie che fanno la corte ai mostri omerici non per comprare pesce fresco ma per vendere chincaglierie inutili”.
Ai giorni nostri tutti abbiamo fretta, più degli strateghi militari; ma a differenza di questi ultimi che si accontentavano di raggiungere la meta prefissata ed attaccare le armi al chiodo, stanchi di guerreggiare, la nostra fretta ci è stata “imposta”, fa parte del pacchetto delle “necessità indotte” e sembra non ci sia più spazio per rilassanti attimi di riposo. Lo Stretto di Messina in questa epoca di pace apparente è diventato, perché non lo era mai stato, di impedimento alla civilizzazione, al livellamento economico e di prosperità sociale di aree geografiche, separate da un mare senza una vera identità, “un mare che assomiglia ad un fiume che non sa dove andare, su è giù, fra montante e calante, un respiro silenzioso”.

Se in passato la “Storia Universale” è fluita attraverso questo mare, diffondendo la civiltà attraverso il Mediterraneo, è impensabile che ai giorni nostri questo doppio senso di circolazione sia diventato obsoleto e fuori moda. L’area dello Stretto appare più una nuova terra di conquista e le attenzioni ad essa riservate hanno il sapore dell’esotico, del “mai provato prima”, per vedere l’effetto che fa. Su quella ipotizzata passerella, fuscello in balia dello scirocco, dei gorghi omerici e delle esigenze meccaniche della crosta terrestre, non ci passerà “pensiero” nuovo, rivoluzionario, perché adesso l’evoluzione della mente usa altri canali di diffusione. Ci potrebbero passare un camionista stanco con il suo carico di ortaggi diretto al Nord o un carico di “Spumante” diretto al Sud, o tutto quello che viene in mente, senza aver avuto la possibilità di gustare un “arancino” attraversando lo Stretto. Dopo aver “velocizzato” l’Italia con una radicale, anche troppo, rete autostradale, a suggello supremo, occorre ancora battere il “Record Mondiale della Premura”, con qualcosa che dia continuità viaria a potenti mezzi di locomozione di vacanzieri alla conquista del Sole o a disoccupati in fuga dalla terra natia.

In molti, tenutari di altre verità diversa dalla mia, storceranno il muso su queste, poche…e ce ne sono tante…argomentazioni, le mie naturalmente; come me, altri hanno il coraggio di sbandierare giustificazioni da “voltastomaco” sempre secondo me. In mezzo ci stanno le “Ragioni di Governo”, le stesse che in passato hanno indirizzato la nostra nazione verso il Colonialismo, emorragiche emigrazioni o atti dimostrativi, le Guerre, per far sapere a tutti di meritare un posto nel contesto mondiale. La grande opportunità di un monumento, una meraviglia che lasci a bocca aperta, più di quanto lo abbiano fatto altri manufatti, è una ghiotta tentazione; resta il timore, come successo per altre megalomanie del passato, che chi inizia la realizzazione di una rarità artistica non possa vederne la conclusione. Ancor più preoccupante è la reale possibilità che, come successo per la miriade di Castelli o roccaforti costruite per scopi bellici o difensivi e che hanno cessato la loro funzione, per la quale erano state ideate, prima di essere ultimate, anche una passeggiata panoramica attraverso lo Stretto potrebbe diventare un museo esposto al vento, alle intemperie, a quanto altro offre di fisiologico il nostro pianeta che vive e alle follie del genere umano.

Con questo scritto, voce nel deserto, pensavo di arrivare in ritardo su una programmata cerimonia di posa della prima pietra, un simbolismo che andava riservato ai grandi del passato, rinviata per indisponibilità del capocantiere. Diamo tempo al tempo; siamo ancora in una fase preparatoria. Nel frattempo i “caloffuri” di Capo Peloro e alla “Lanterna” di San Ranieri continueranno a vorticare acque che hanno “plasmato” lo Stretto di Messina, in attesa di quello spaventosamente grande che potrebbe originarsi per impiantare un pilastro nel mare di Cariddi. Per fare più in fretta, metto a mia disposizione il mio “Palo di Ferro” abbandonato dagli americani sui Peloritani, per scavare la buca necessaria, ma occorre fare presto, la terra ed il mare potrebbero fare mulinello, come per un buco nella sabbia e nell’acqua. Il “Palo” è pesante e per sollevarlo occorre imbracciarlo a due mani; come Ulisse escogitò la prova dell’arco per i pretendenti di Penelope, mi pregio di difendere lo Stretto di Messina o, che è lo stesso, casa mia, sfidando, io piccolo Davide contro Golia, tutti quei moderni “Proci” della prossima cerimonia a sollevare l’attrezzo con una sola mano. Se non ci riusciranno, la smettano tutti di fare la corte alla nostra terra; indispettita per queste morbose attenzioni, potrebbe tirare fuori gli artigli, scrollarsi di dosso falsi amanti libidinosi.

In suo soccorso, gelosi custodi della sua integrità fisica e morale, potrebbero intervenire i mostri omerici Scilla e Cariddi, risvegliati da tanto clamore; potrebbe ingelosirsi Colapesce il quale, pur di difenderla, finirebbe per non puntellare Capo Peloro, lui cariatide del mare che non sconta la sua condanna con un balconcino sulle spalle; l’Orca Orcinusa, le “fere”, i “pescibestinu”, i pescispada e tutti gli abitatori di tutti i mari potrebbero darsi appuntamento, in biblico e oceanico raduno, sulla “linea dei due mari”, per costruire un “ponte” di solidarietà tra Scilla e Cariddi da passarci sopra, come fece San Francesco da Paola sul suo mantello, e poi tutti a casa, nel proprio mare, lasciando lo Stretto di Messina come sempre via d’acqua per uomini, donne, pesci, Ferry Boat e tutto ciò che galleggia.

Mi auguro che questa mia speranza abbia il potere scaramantico di rendere inoffensiva l’invidia che il mare suscita in chi non ce l’ha o la cecità di chi, pur avendolo, non sa goderne le bellezze. In altri luoghi, gli “invidiosi” del nostro mare hanno derivato spazi che ne ricordino una parvenza di idea, su anse di fiumi, su laghi maleodoranti o invasi artificiali; ad altri creduloni è stato promesso che la loro città sarà liberata dall’acqua alta, che invade calli, canali piccoli e grandi, piazze e negozi, con un “divieto di accesso al mare”, come fosse un parente scomodo, dimenticando che in passato, ed anche oggi, ne abbia procurato ricchezza e prosperità.

 Giù le mani da questo mare!... Si guarda ma non si tocca!…

Chi ha voglia di “ponte” cominci a programmarseli sul Calendario 2010 e quelli a venire; agli amanti dei mari esotici ed incontaminati suggeriamo località ad alta probabilità di “Tsunami” che renda più elettrizzante la vacanza; ai sostenitori degli ortaggi “freschi e subito” assicuriamo “pronta consegna” anche se il camionista si sta gustando un arancino sul traghetto in navigazione verso palati dai gusti esigenti; ai produttori di spumante consigliamo di inviare la merce nei tempi e modi finora seguiti; ai collezionisti di “foto ricordo con ponte” segnaliamo la presenza di numerosi altri “oggetti del desiderio” sparsi per il mondo, su mari finti o baie che sanno di pesce marcio…Qui da noi c’è un mare vero e come tale va rispettato.

Ad omaggio e ricordo di chi nello Stretto di Messina ha perso la vita, valga la magra consolazione che il loro momento del trapasso è avvenuto, come conclude Stefano D’Arrigo il suo “Horcynus Orca”, “…la dove il mare è mare.”. …Faccio finta di perdere il filo e la taglio qui, ma credo di avere inquadrato nel migliore dei modi le mie preoccupazioni sul destino di un territorio più volte sottoposto alla violenza della natura; gli avventurieri e i cercatori di gloria, che ad esso recheranno offesa, avranno da rendere conto a tutta l’umanità e nell’alto dei cieli… E non finisce qui…
                                                                                                                                         
Ullo Paolo


 

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